Donne che possono cambiare il mondo

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susan-dabbousStorie di sopraffazione raccontate, non senza emozione, da Don Luigi Ciotti e dalla giornalista e scrittrice Susan Dabbous, e da molti altri nomi di prestigio in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

di Amelia Vescovi

Ad organizzare l’evento “Le donne, un filo che unisce mondi e culture diverse” nella splendida cornice dell’Auditorium Parco della Musica di Roma è stata l’associazione Telefono Rosa, a beneficio di un pubblico di 2500 ragazzi provenienti da 43 scuole del Lazio.

Quasi sette milioni le donne che hanno subito soprusi in Italia, mentre in tutto il mondo le donne muoiono più di violenza che di cancro. Con questi dati ha aperto il convegno la Presidente di Telefono Rosa Gabriella Carnieri Moscatelli. Altrettanto inquietante il resoconto sull’opinione maschile circa l’argomento della giornata riportato dalla senatrice Monica Cirinnà: per un italiano su tre la violenza domestica è un fatto privato e dovrebbe essere risolto in casa; per un uomo su due se le donne non indossassero abiti provocanti non diventerebbero vittime di violenza verbale e fisica. Convinzioni che dimostrano come la violenza contro le donne non abbia origine da una patologia, ma sia un fenomeno culturale diffuso e radicato negli individui e nelle famiglie, e che le scelte del singolo all’insegna della parità fra uomo e donna possano effettuare un significativo cambiamento.
Ma la rivoluzione culturale deve avvenire anche attraverso le istituzioni, e passare per i luoghi di socializzazione: “La scuola può diventare il più bel centro anti-violenza del mondo” ha dichiarato la Ministra degli Affari Regionali, le Autonomie e lo Sport Maria Carmela Lanzetta. “E gli eroi del nostro tempo sono gli insegnanti che cercano di colmare le carenze educative.” Senza dimenticare il ruolo dei media: si sta abbandonando progressivamente la tendenza a riportare la notizia di un femminicidio attraverso immagini crude che possono produrre emulazione. E quando si interpella una vittima: “Occorre cercare di ottenere la fiducia della donna, metterla a suo agio affinché racconti la sua storia di violenza” ha puntualizzato la giornalista di Rai Tre Bianca Berlinguer.

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Mafia e Jihad: due realtà in cui si esercita quotidianamente la prevaricazione femminile attraverso la violazione dei principali diritti umani, primo fra tutti la libertà. Perché non sono libere le donne del sud Italia che hanno deciso di collaborare con la giustizia e che hanno scelto di uscire dal circuito della mafia, mettendo a rischio la propria incolumità e quella dei loro figli. Inserite nel programma di protezione, sono costrette a cambiare identità, residenza, occupazione, scuola. “Stiamo nascondendo tante mamme con i loro figli” ha dichiarato Don Ciotti facendo riferimento all’attività dell’Associazione Libera, “ma bisognerebbe allontanare i colpevoli, non limitare la libertà di chi collabora”. E nonostante siano spesso vittime di vendette e soprusi da parte dei criminali con cui vivono, sono soprattutto le donne che si recano nelle carceri per visitare mariti, figli, padri coinvolti nell’organizzazione. “Una di queste donne, a cui era stato ucciso il figlio, dopo aver constatato le condizioni di degrado in cui era cresciuto il ragazzo colpevole dell’omicidio, ha deciso di accoglierlo nella sua famiglia” ha raccontato Don Ciotti, a testimoniare come le donne custodiscano insospettate risorse capaci di cambiare un mondo apparentemente senza speranza. Come sembra irreversibile la condizione delle paladine della cosiddetta Jihad rosa, la guerra santa al femminile di cui è venuta a diretta conoscenza la giornalista italo-siriana Susan Dabbous, autrice del libro “Come vuoi morire?”, in cui racconta di quando nel 2013 è stata sequestrata da un gruppo jihadista insieme ad altri tre cronisti italiani. Era Miriam, la sua carceriera, a porle ogni giorno il medesimo interrogativo circa la sua esecuzione. Una ragazza giovanissima che come tante altre della sua età aveva sposato volontariamente un combattente della Jihad con l’illusione di ottenere, tramite la possibilità di avere rapporti sessuali, l’emancipazione. Uno stratagemma, quello del matrimonio e trasferimento in zona di guerra, a cui altre donne musulmane ricorrono in forma temporanea, tanto da essere definite “prostitute sante”. Mogli per sempre o per pochi mesi, queste ragazze rimangono schiave dei loro uomini, che le tengono segregate in casa come semplici oggetti di piacere. “Secondo Miriam la chiave della felicità era la sottomissione totale e volontaria al suo uomo” ha spiegato Susan Dabbous, che durante la prigionia, per limitare il vilipendio al suo essere donna, oltre che ostaggio, si è trovata costretta a praticare l’Islam.
Ha suggellato l’evento l’esibizione del gruppo musicale delle Malmaritate, che hanno lanciato il cd “Ognunu havi ‘n sigretu”, un progetto discografico contro la violenza realizzato grazie al sostegno della Narciso Records di Carmen Consoli. Special guests le attrici Donatella Finocchiaro e Claudia Gerini, quest’ultima già ambasciatrice di Telefono Rosa.