Periferie degradate e in sommossa da Roma a Milano

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mariangela-giustidi Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

Nelle ultime settimane la cronaca riporta continuamente fatti molto gravi di difficile convivenza fra gruppi etnici diversi e cittadini nativi, che interessano le zone periferiche di città italiane di grandi dimensioni (Roma e Milano in particolare). Gli avvenimenti che arrivano a meritare ampi spazi sulle prime pagine dei grandi quotidiani naturalmente devono essere (è la legge della stampa) di notevole gravità. Tuttavia, nella vita delle persone e degli esercizi commerciali che gravitano in quei quartieri, le difficoltà a convivere sono dati di fatto di ogni giorno. Anche al di là della cronaca e dell’emergenza.

La società attuale –a maggior ragione nelle zone periferiche, ma non solo- è caratterizzata da una forte compressione temporale e spaziale. Persone da aree geografiche diverse si trovano in situazioni di grande vicinanza le une alle altre. Attualmente nel mondo sono circa 200 milioni i cittadini migranti: i costumi, i comportamenti, le abitudini, le situazioni economiche e sociali di ciascuno si trovano in situazioni di stretta vicinanza fra loro. E spesso il contrasto arriva a livelli insopportabili. Tutto questo riguarda, certo, le amministrazioni pubbliche, le scelte della politica, i sociologi. Ma interessa un po’ anche la riflessione pedagogica. Perché? 

tor-sapienzaHo seguito in questi ultimi giorni diversi dibattiti molto interessanti in televisione sulla situazione infuocata nel Quartiere di Tor Sapienza (nella foto, tratta dai social network, ndr), a Roma, o nella zona di San Siro a Milano. Ogni tanto, nelle testimonianze degli ospiti presenti nei vari studi televisivi, emerge il riferimento alle scuole. Gli ospiti esperti (spesso sono grandi firme del giornalismo) fanno notare che sì, nelle strade la situazione è invivibile, ma nelle scuole la convivenza c’è, è un dato di fatto reale; nelle scuole vengono fatti progetti importanti di educazione interculturale e i ragazzi imparano le regole e i modi della convivenza. E’ molto utile ascoltare anche queste riflessioni in positivo, che un po’ si perdono in realtà, in mezzo alle tante (giuste) lamentele e recriminazioni. Da diversi anni la riflessione interculturale opera affinché si trovino buone pratiche (in vari ambiti del sapere) che possono contribuire alla formazione del pensiero interculturale nei bambini e nei ragazzi.
Si può vedere a questo proposito un libro importante da poco uscito: AA.VV., Intercultura Interdisciplinare. Costruire inclusione anche con le discipline (Cortina, Milano, 2014). Una lettura adatta a insegnanti, a genitori, ma anche a chi vive nelle città, a chi possiede negozi o attività commerciali. La convivenza fra gruppi che provengono da zone del mondo diverse chiama in causa questioni linguistiche, antropologiche, sociologiche, economiche. La prospettiva interculturale intende indurre tutti a non creare situazioni di antagonismo, di esclusione, di protagonismo, con la consapevolezza che la significatività di ciò che facciamo a scuola e nei luoghi della formazione deve (dovrebbe!) avere delle ricadute sul mondo della vita, nelle strade, nelle piazze. La maggior parte dei professionisti della scuola italiana (insegnanti, educatori) hanno fatto molto negli ultimi dieci/quindici anni per acquisire capacità nuove al fine di operare in contesti complessi sul piano linguistico e culturale. E soprattutto per trasmettere ai loro allievi e ai loro studenti queste capacità. Evidentemente poi qualcosa non funziona o cessa di funzionare. Arriveremo mai a sperimentare davvero la buona convivenza nelle città, nei Quartieri? Il problema è che fino a che permane la struttura protettiva rappresentata dal “sistema scuola”, i ragazzi, le ragazze sanno che cosa è giusto. Poi sembrano perdere un po’ per volta (nel giro di pochi mesi) modalità e tempi insegnati e appresi nei percorsi scolastici. E i servizi educativi che per anni hanno rappresentato degli spazi privilegiati d’incontro, di relazione, di cura, di educazione, diventano come dei luoghi della memoria, sempre più lontani, sempre meno reali.