Agromafie: un business da 1,5 miliardi di euro

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5.000 ristoranti in mano alla Mafia e i soldi puliti, provenienti dall’economia sana, affluiscono nelle casse delle imprese criminali: il fenomeno del Money Dirtying

Un allarme lanciato Coldiretti ed Eurispes che, il 15 gennaio, hanno presentato il terzo Rapporto Agromafie realizzato dall’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Il Money Dirtying è il fenomeno criminale speculare a quello del riciclaggio: nel riciclaggio i capitali provenienti da atti illeciti vengono investiti nell’economia legale mentre nel Money Dirtyng accade l’esatto opposto, ovvero i soldi provenienti dall’economia legale affluiscono in quella “sporca” (illegale).

Proprio attraverso questo secondo fenomeno ben un miliardo e mezzo arrivano nelle casse dei criminali per essere utilizzati in imprese illegali. Si tratta di ben 120 milioni di euro al mese, pari a 4 milioni di euro al giorno.

Da cosa origine il Money Dirtying? Secondo Coldiretti sono le regole imposte da Basilea II e III, che limitano l’erogazione del credito, e, naturalmente, la crisi economica. Incertezza e paura infatti spingono i privati a tenere i propri risparmi fermi, a non investire. Inoltre, con tassi di interesse pari allo zero, chi invece vuole investire oggi ha l’occasione di farlo in modo più vantaggioso dirigendosi verso operazioni “borderline” gestite da personaggi e organizzazioni di non specchiate qualità morali.
Insomma molti tra coloro che dispongono da liquidità prodotta legalmente nei settori che ancora sono attivi e remunerativi nonostante la crisi possono trovare interessanti le forme di investimento non ortodosso gestite da tali organizzazioni che operano sul territorio nazionale come all’estero in condizioni di relativa sicurezza. La denuncia partita da Coldiretti tramite il Rapporto, chiarisce anche che “il settore agroalimentare, che ha dimostrato in questi anni non solo di poter resistere alla crisi ma di poter crescere e rafforzarsi è diventato perciò ancor più appetibile sul piano dell’investimento”.
Il ‘money dirtying’ è quindi considerato interessante dalle organizzazioni criminali “per alcuni fondamentali motivi. Il primo è quello ‘relazionale’, ovvero la possibilità di entrare in contatto con imprenditori rispettabili, esponenti della politica e del mondo istituzionale, operatori del sistema creditizio. Il secondo è di ‘natura estetica’, in quanto l’afflusso di moneta buona ‘copre l’odore’ di quella cattiva e le due monete finiscono per confondersi e ibridarsi. Il terzo è di ‘natura strumentale’: risulta infatti vantaggioso stabilire un patto di complicità con operatori e aziende rispettabili. Finché l’imprenditore che ha accettato il contatto diventa esso stesso oggetto e soggetto del riciclaggio e complice. Allora il processo di infezione diventa irreversibile”.

arancetoIl business Agromafie è in controtendenza rispetto alla fase recessiva dell’economia italiana in quanto, secondo il rapporto, è pari a 15,4 miliardi di euro ovvero un +10% rispetto allo scorso anno.
Le mafie producono, distribuiscono e vendono ma si occupano anche di finanza, fanno intrecci societari, accordi, conquistano marchi prestigiosi. E il tutto in qualsiasi area geografica d’Italia, sia al Sud che al Centro che al Nord. Senza mai dimenticare però il proprio territorio di origine, perché è dal controllo su di esso che si creano alleanze e consensi, specialmente nel Mezzogiorno, dove alla tradizionale povertà si aggiungono gli effetti della crisi economica e quelli della costante “vampirizzazione” di certi soggetti, dei poteri illegali.

I capitali derivanti dalle imprese criminose dell’agromafia hanno bisogno di sbocchi e devono fruttare altri soldi. Quindi arrivano facilmente nelle città e raggiungono anche quelle estere, dove è più facile rendersi anonimi ed inserirsi nell’economia legale. Come? Grazie a prestanome e intermediari compiacenti che permettono il transito dei soldi in attività lecite e viceversa. Ecco così aprirsi nuove attività commerciali, alberghi, pubblici esercizi e imprese che operano nel settore della distribuzione della filiera agroalimentare. Si crea insomma un circuito vizioso, vizioso in tutti i sensi.

Il fenomeno delle agromafie così riesce a insinuarsi ovunque, e apre le porti a fenomeni di falsificazione, allo sfruttamento illegale dei brand italiani, offre denaro alle tante aziende che non trovano accesso libero nelle banche, costrette a ricorrere a operatori non istituzionali per via della mancanza di liquidità. Ed ecco quindi che si formano gruppi di interesse ben strutturati che creano una e vera e propria criminalità economica con ramificazioni diffuse ovunque: una forma di imprenditorialità criminale che ricicla il denaro proveniente dal traffico di stupefacenti, dal racket e dall’usura e da tanti altri tipi di attività criminali e, al contempo, reimmette il denaro “pulito” proveniente da attività lecite nel giro criminale.

Un esempio concreto è dato dal fatto che ben 5 mila ristoranti si trovano in mano alla criminalità. Quello della ristorazione è infatti uno dei settori più appetibili per l’agromafia, che in alcuni casi possiede addirittura delle catene in franchising. Si tratta di attività che aprono, con decine di filiali, in breve tempo in diversi Paesi del mondo. La denuncia è sempre del rapporto Coldiretti-Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura nel quale si fa notare che questi locali della ristorazione sono nel nostro Pese e che tramite essi la criminalità organizzata italiana riesce ad affiancare attività pulite e sporche, avvalendosi degli introiti di entrambe e assicurandosi la possibilità di sopravvivere alle congiunture economiche negative e alla crisi. Per non parlare del vantaggio principale rispetto alla concorrenza: quello di avere una maggior liquidità e di poter investire ed espandere gli affari sempre di più.

Il Ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, intervenuto alla presentazione del rapporto assieme al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, dichiara che sul fenomeno delle agromafie “va tenuta alta la guardia”, ma aggiunghe che “l’Italia è tra i primi Paesi in Europa e nel mondo in termini di efficacia dei controlli sulla filiera agroalimentare. Oltre centomila controlli solo nel 2014 sono un segnale importante”.
Il Ministro Orlando annuncia la costituzione presso il proprio Ministero di un gruppo di lavoro per studiare proprio i reati agroalimentari: “dobbiamo provare a razionalizzare non aggiungendo reati ma armonizzando le sanzioni e capendo quali condotte si contrastano meglio con le sanzioni amministrative, le sanzioni interdittive da determinate funzioni e le confische anziché con pene carcerarie. Serve un sistema mirato: l’interlocutore è spesso più spaventato dal rischio di poter vedere rimossa dal mercato la propria attività piuttosto che da una pena carceraria”.

Federconsumatori, nella persona del suo presidente, Rosario Trefiletti, ha commentato il rapporto dicendo: “siamo estremamente preoccupati da quanto è emerso dal III Rapporto agromafie, che ha confermato l’influenza della criminalità nella produzione, distribuzione e vendita dei prodotti agroalimentari. Questo moderno business criminale, coinvolgendo sia la distribuzione che la ristorazione, compromette la sicurezza dell’ambiente e della catena alimentare. Si tratta quindi di un fenomeno che incide pesantemente sull’intero andamento dell’economia e che mette anche a repentaglio la salute dei cittadini. Non è possibile tollerare che si lucri sulla salute dei cittadini. Non ci stanchiamo di ribadire non solo la necessità di intensificare le verifiche e i controlli ma anche di inasprire le sanzioni; è evidente che le pene attualmente in vigore non rappresentano più un efficace deterrente, pertanto è necessario varare norme severe che prevedano non solo il ritiro delle autorizzazioni ma anche la detenzione per chi attenta alla sicurezza dei consumatori”.

Anche il Presidente nazionale di Confeuro, Rocco Tiso, commenta il Rapporto, chiedendo un intervento molto duro da parte del Parlamento: “l’incidenza delle agromafie sull’economia nazionale è devastante in termini economici e morali e va contrastato dalla politica. La degenerazione di questi fenomeni è spesso frutto della permeabilità delle istituzioni che fino ad ora hanno fatto molto poco per contrastare la criminalità nel primario. Le ottime azioni messe in campo dalle forze dell’ordine non sono sufficienti a sostituire un compito che deve spettare espressamente alla politica, la quale deve farsi carico di stabilire i principi sui quali fondare l’attività legislativa e verificare che al suo interno non vi sia nessun tipo di ospitalità per le organizzazioni malavitose e per quelle condotte artefici del decadimento morale del Bel Paese”.

I rappresentanti dei giovani imprenditori del settore parlano in particolare del fenomeno della contraffazione. Raffaele Maiorano, Presidente di Confagri, dice: “Il Made in Italy agroalimentare è fondamentale per la nostra economia e ha un effetto trainante in altri settori. Le frodi rappresentano perciò un danno enorme. Discorso diverso è l’Italian Sounding [prodotto alimentare estero che ha un nome che richiama la cultura e i brand italiani ndr] che in qualche modo contribuisce al successo internazionale dei nostri prodotti. Ma il fenomeno andrebbe limitato. È una battaglia complessa, dai controlli sulle importazioni, agli aspetti normativi, alla garanzia di una sempre maggiore informazione dei consumatori”.
Francesco Divella, Presidente dei giovani imprenditori di Federalimentari dice: “a livello mondiale, il mercato della contraffazione alimentare italiana, insieme a quello dell’Italian Sounding, continua purtroppo a nutrire un giro di affari che si aggira intorno ai 60 miliardi di euro: quasi la metà dell’intero fatturato dell’industria alimentare italiana (132 miliardi) e più di due volte il suo export (26 milairdi). Di questi 60 miliardi circa 6 riguardano la contraffazione vera e propria e i restanti 54 miliardi l’imitazione dei nostri prodotti. Di fronte a queste cifre è chiaro che la lotta all’illegalità diviene sempre più una priorità per il nostro settore”.

Il Presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia, tra gli intervenuti alla presentazione del rapporto, sottolinea che “l’illegalità nell’agroalimentare crea un danno economico e occupazionale al nostro comparto e penalizza l’immagine delle 58mila aziende alimentari che puntano sulla trasparenza e sulla qualità. L’industria agroalimentare è in prima linea per combattere questa battaglia”. (D.M.)