Diritti di certezza della fonte

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Riflessioni sul diritto d’autore nell’era di Internet 

di Americo Bazzoffia, Libero docente universitario e consulente in comunicazione strategica integrata

Nel passato, la riproduzione dei testi era appannaggio degli amanuensi. L’amanuense, o il copista, prima della diffusione della stampa, era la professione di chi copiava manoscritti per mestiere, a servizio di privati o del pubblico. La professione di amanuense era esercitata, dopo le invasioni barbariche, soprattutto in centri religiosi (in particolar modo le abbazie dei Benedettini) e nel XIII secolo si sviluppò una vera e propria industria di professionisti. Pur essendo il libro un oggetto prezioso e raro, nel mondo antico non trovò spazio la necessità di tutelare l’opera contro eventuali riproduzioni, essendo queste considerate come un mezzo, utile e in qualche modo auspicabile, per garantire all’autore la sopravvivenza della sua opera e del pensiero in essa trasfuso.

amanuensi-il-nome-della-rosaL’operazione di riproduzione del testo rappresentava così la continuazione logica, e consequenziale alla scoperta e diffusione della scrittura, dell’operazione “narrazione” svolta nell’ambito della cultura orale.
 
Con l’invenzione della stampa e l’incremento del tasso di alfabetizzazione della popolazione le cose mutarono. E con l’utilizzo e la facilità consentita dalle procedure per “la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte” (per dirla con le parole di W. Benjamin, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, 1936) si realizzò il fenomeno che Benjamin chiama la “perdita dell’aura” dell’opera d’arte.
 
Nel Novecento, tutto ciò segnò di fatto una svolta nell’ambito della diffusione del sapere, trasformando quest’ultimo in un’importante fonte di guadagno per l’autore e la nascita dell’industria della conoscenza. Il diritto d’autore, inteso in senso moderno, investe quindi non solo i testi ma anche le immagini (le illustrazioni, le fotografie, la grafica), la musica e quant’altro è frutto individuabile dell’ingegno di un individuo. 
 
Oggi, nell’era digitale, quello stesso diritto acquista valenze maggiori e in un certo senso diverse da quelle originarie. La facilità di riproduzione e diffusione in una realtà planetaria come quella concessa dal Web di testi, immagini, illustrazioni, foto, video, musiche, grafiche, loghi, marchi, simboli, impone una riflessione giuridica ed economica ampia e articolata che tenga in considerazione le differenti normative esistenti, i diversi soggetti portatori di interessi economici in campo, ma anche la disarmante semplicità tecnica, alla portata anche dell’utente più inesperto e sprovveduto della Rete, di riprodurre e modificare quanto è soggetto al diritto d’autore.
 
Ma c’è un altro aspetto connesso al diritto d’autore che si sta smarrendo nella nebulosa del Web: è quello che io chiamo il “diritto alla certezza della fonte”. Questo diritto attiene marginalmente agli aspetti economici, ma è estremamente pernicioso perché attiene ai processi di trasmissione della conoscenza. Il diritto alla certezza della fonte è il diritto dell’internauta di conoscere con precisione la fonte della conoscenza, una fonte che dovrebbe essere certa, unica, riconoscibile, rintracciabile, autorevole, verificabile e possibilmente accreditata e certificata come un saggio scritto su una prestigiosa enciclopedia cartacea.
Oggi nel Web spesso non è così. Non c’è né ordine né una precisa attribuzione. Banalmente, infatti, nel Web anche gli aforismi più celebri vengono attribuiti una volta ad un autore, altre volte ad un altro, altre volte vengono fatti propri dalla “signora Maria” di turno. Per un soggetto strutturato da una solida formazione scolastica ciò può al massimo suscitare ilarità. Ma in un nativo digitale che trova nella Rete il suo humus culturale quali effetti può produrre? 
Ecco che l’inquietudine di una presenza “fluida” di un diritto d’autore che non garantisce introiti nella Rete, si trasforma nell’inquietudine della mancanza di un diritto alla certezza della fonte che permette la dilagante diffusione di saperi imprecisi, confusi, mutevoli, senza ordine ne principio, frutto di credenze piuttosto che di culture. 
Ad ammonimento, anche nella contemporanea cultura della Rete, ricordo che sulla prima copertina dell’Encyclopédie del XVIII secolo era apposta l’epigrafe di Orazio “Che grazia possono aggiungere agli argomenti banali il potere dell’ordine e del collegamento“.