L’economia agroalimentare in Campania e non solo

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Un giro di affari, quello del sistema agroalimentare, che raggiunge un valore di circa 15 miliardi con l’indotto. E 92mila occupati in questo settore, ovvero il 5,7% del totale italiano

 

di Daniela Molina, giornalista

Questi ed altri i dati emersi durante l’Assemblea della CIA (Confederazione Italiana degli Agricoltori) che si è svolta a Napoli il 26 gennaio. Una fotografia della situazione imprenditoriale di questo settore nella regione campana, dove il 70% della produzione agricola è concentrata nelle seguenti aree interne: il Vallo di Diano, il Tammaro Titerno, il Cilento Interno e l’alta Irpinia; in tutto 270 Comuni su 551.

La superficie agricola utilizzata in questi Comuni è del 43,5% e rende in termini valoriali 3,1 miliardi di euro, pari al 6% del totale italiano.
In Italia sono 4.185 i Comuni a “prevalenza agricola” sugli 8.092 esistenti, pari al 22,4% del territorio nazionale, con una superficie di ben 180.538 chilometri quadrati sui complessivi 302.073 della nostra penisola.

Ortofrutta e colture di pomodoro sono le due filiere agricole principali in Campania. Nel primo caso la produzione ammonta a circa 1,5 miliardi di euro di cui 1,1 milioni riguardano il comparto orticolo e 410 quello frutticolo. Una dimensione economica importante, visto che questa regione contribuisce alla formazione del valore aggiunto nazionale per l’8% e a quello del Sud Italia per il 39%.
Per quanto riguarda la produttività, la Campania partecipa per il 15% circa alla produzione ortofrutticola italiana ed è la terza regione in Europa (le prime sono l’Andalusia spagnola e la nostra Puglia).

Per quanto riguarda la filiera del pomodoro, che fa quasi comparto a sé per via dell’elevata produttività anche qualitativa campana, sia da mensa sia da industria il valore si aggira intorno ai 170 milioni di euro, ovvero il 15% di quello della produzione nazionale e il 26% del Mezzogiorno.
Anche la produzione della patata però non è tanto da meno, con un valore di 135 milioni di euro pari al 18% di quella italiana e al 32% di quella del Sud.

Oltre alla produzione, bisogna considerare l’industria in senso stretto, intesa come trasformazione degli ortofrutticoli. In Campania questa è incentrata soprattutto sulla lavorazione del pomodoro, dei succhi di frutta e delle conserve vegetali. Proprio sulla trasformazione questi prodotti la Campania detiene il primato assoluto in Italia, sia per via della quantità di prodotto che per il numero delle imprese impegnate in questo ambito – ben 130. Si tratta soprattutto di imprese artigianali di piccole e medie dimensioni localizzate nelle province di Napoli e Salerno (aree di produzione del pomodoro). Ciò non toglie che tali aziende siano in costante crescita per il livello di esportazioni: basti pensare che nel 2007 esportavano i propri lavorati e conservati per un valore di 976 milioni di euro e nel 2013 sono arrivate ad esportare prodotti per un valore di 1,3 miliardi di euro – il 50% dell’export nazionale – e che il dato risulta ancora in crescita nel 2014.

Non beneficia molto di questo aumento di valore dell’esportazione però l’agricoltore medio. Infatti nell’ultimo anno gli agricoltori hanno avuto un calo dell’11% dei propri redditi. Calo che c’è stato anche per gli altri agricoltori europei ma in media solo dell’1,7%. Il calo c’è stato rispetto ai redditi dell’anno precedente, il 2013, per via del calo dei “prezzi sui campi”, ma per l’anno in corso si prevede una ripresa.
Il problema principale è quello proprio del settore, ovvero l’imprevedibilità del rischio imprenditoriale dovuto al maltempo o alle fitopatie. A questi problemi “tradizionali” si è per aggiunto il calo dei consumi interni e l’embargo russo che ha fatto diminuire le esportazioni. L’ISTAT prevede comunque che nel 2015 le esportazioni saliranno del 3,2%.

Ma un problema di altro ordine che devono affrontare gli addetti al settore agroalimentare è quello della burocrazia. A denunciarlo è stato il Presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, proprio in occasione dell’assemblea CIA. Il sistema della burocrazia pesante – ha detto Caldoro – ha pervaso ogni ambito e non ci si rende conto che l’economia invece ha bisogno di velocità. Solo per il PSR (Piano di Sviluppo Regionale) l’UE pretende la presentazione di libri e libri “che rappresentano solo esercizi teorici, dal momento che di anno in anno vanno riprogrammati e quindi tutto ciò che abbiamo scritto non serve più”.

L’agricoltura deve comunque ritrovare una dimensione all’interno delle politiche europee ed italiane, visto che il sistema agroalimentare nel suo complesso produce ogni anno un fatturato di 300 miliardi di euro e che entro il 2020, secondo le stime, contribuirà a creare oltre 200mila nuovi posti di lavoro di cui 50mila destinati proprio ai giovani, agli under 35.
L’agricoltura dunque può nascondere il potenziale inespresso che permetterà al nostro Paese di uscire dalla crisi? La pensano così i 1.800 imprenditori agricoli che stanno realizzando un percorso intitolato “Il territorio come destino” e che porterà alla dichiarazione finale di Expo 2015.
Secondo la Confederazione, il contributo decisivo può venire proprio dalle aree interne del Paese, quelle a più alta concentrazione di imprese agricole e così, come spiega il Presidente della CIA Dino Scanavino, “l’agricoltura e l’agroalimentare possono rappresentare un importante trampolino di lancio per la ripresa e lo sviluppo del nostro Paese”.