Le ultime 4 riforme del lavoro: quali cambiamenti hanno portato?

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rosario-de-lucaIn poco più di due anni la normativa sul lavoro è stata variata quattro volte, ma la disoccupazione continua a salire. Vediamo l’analisi di Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro

La domanda da cui parte il Presidente De Luca è semplice: basteranno queste nuove regole a procurare lavoro a chi non ce l’ha? La risposta è complessa: le regole non portano automaticamente alla creazione di posti di lavoro. Il Jobs Act di per sé non crea posti di lavoro, questo è evidente. Ma allora qual è la molla che potrebbe far scattare, finalmente, la ripresa economica e, di conseguenza, la crescita occupazionale? De Luca spiega che, se anche le buone regole non creano posti di lavoro, anzitutto è sempre meglio averle al posto di quelle pessime, che lo distruggono. “Di certo” dice “c’è che siamo al quarto intervento riformatore in poco più di due anni in un settore nel quale più che le regole lavoristiche manca il terreno su cui innestare l’occupazione. Che, per essere rilanciata, necessita di affiancare alle buone norme sostanziali e corposi interventi sull’economia”.

Il Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro sottolinea che è dal lavoro autonomo che nasce quello subordinato, e non viceversa. Lo ribadiamo, perché sono le imprenditrici e gli imprenditori a creare posti occupazionali e se loro hanno difficoltà economiche, di assunzioni non se ne può parlare. Dalla Legge Fornero del 2012 a quella Giovannini e Poletti, fino al Jobs Act, i presupposti di base non cambiano.
Prendiamo ad esempio le PMI (Piccole e Medie Imprese), che costituiscono il 95% delle imprese italiane: possono permettersi di assumere nuovi dipendenti solo se hanno acquisito nuovo lavoro e non viceversa, “quindi, fin quando stenterà l’economia stagneranno (se non peggio) i livelli occupazionali”.

Il contratto a tutele crescenti

De Luca parla del nuovo tipo di contratto di lavoro specificando che “non si potrà parlare di nuovi occupati se l’applicazione del contratto a tutele crescenti – che potrebbe risultare economicamente più conveniente di Co.Co.Pro. e lavoro a termine – porterà alla stabilizzazione di queste figure di lavoratori già occupati”. Infatti, le nuove posizioni eventualmente aperte con questo sistema non si possono certo considerare “nuovi posti di lavoro” in quanto non riguardano gli attuali disoccupati.
Il Presidente della Fondazione afferma che va visto positivamente un particolare elemento della nuova normativa: l’addio alla diversificazione fra imprenditori e professionisti, “che ha caratterizzato decine e decine di norme penalizzanti per gli studi professionali, perennemente esclusi da benefici e agevolazioni”. Un lavoratore autonomo, un professionista, è un imprenditore di sé stesso, su questo erano tutti d’accordo da sempre nella teoria ma nella pratica della norma applicata la differenza invece mieteva vittime senza curarsene.

Per quanto riguarda l’accesso al lavoro, il Contratto a tutele crescenti sembra essere quasi “più conveniente del contratto di apprendistato, situazione che può determinare il definitivo accantonamento di quello che per lungo tempo è stato il vero (se non l’unico) strumento in mano ai giovani per entrare nel mondo del lavoro”. Secondo De Luca questo istituto “è già indebolito, se non depotenziato, dai variopinti livelli decisionali del nostro Paese”.

Oggi, spiega il presidente, si è arrivati a delineare “un sistema sempre più incentrato sul rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, che va nella direzione opposta non solo delle esigenze di chi l’occupazione la crea; ma anche del volere espresso dall’Esecutivo”.
Secondo De Luca quindi è proprio questo il punto in cui qualsiasi norma fatta finora si ferma. E per tornare all’interrogativo iniziale la risposta è: “si dovranno attendere i tanto auspicati interventi a sostegno dell’economia, preparandoci per ora ad assistere alla mera stabilizzazione di lavoratori già occupati”.
Il problema che non si riesce a risolvere è uno: il costo del lavoro. Continua ad essere elevatissimo ed insostenibile per le aziende e non è stato ridotto dai benefici del contratto a tutele crescenti “vista la gravissima dipartita della legge 407/90. Una norma soppressa con troppa fretta e i cui effetti negativi si ripercuoteranno ben presto sui livelli occupazionali. Che necessitano di condizioni strutturali completamente diverse per essere innalzati, onde evitare il trito rituale di rapporti di lavoro agevolati che cessano con il venir meno delle agevolazioni”.
Infatti la paura dei datori di lavoro – commentiamo da Donna in Affari – è proprio questa: anche se sono state date alcune agevolazioni, cosa si fa quando cessano? Si deve riprendere a pagare tutto, ad affrontare da soli tutti gli oneri decisamente elevatissimi che gravano sui datori di lavoro senza nemmeno creare benefici diretti ai lavoratori perché servono in massima parte a pagare la macchina burocratica, con tutte le sue inefficienze. Ogni ente pubblico grava sulle spalle dei cittadini che lavorano: immobili, bollette della luce e del telefono, macchinari, fotocopiatrici, automobili, spese postali, spese per il personale, spese di ogni tipo collegate all’esistenza di un ente pubblico. Se l’ente pubblico esiste proprio per i lavoratori sono questi a pagare tutto, a permettere la sua esistenza stessa. I dipendenti si lamentano che ciò che giunge loro in busta paga è troppo poco, ma quello è solo il netto: ciò che versano per loro i datori è molto, molto di più. Da qui tutte le incomprensioni e le lotte – assurde – tra datori e dipendenti, lotte che semmai li dovrebbero vedere uniti contro chi sperpera o ruba, uniti nel controllare come vengono spesi i loro soldi, quelli di entrambi. Ma si sa: dividi et impera.

Tornando al nuovo contratto a tutele crescenti, secondo uno studio realizzato proprio dai Consulenti del Lavoro è più vantaggioso del contratto a termine e dell’apprendistato, ma meno conveniente degli sgravi previsti dall’ex legge 407/90. “Negli ultimi 25 anni, infatti, questa legge ha rappresentato una delle agevolazioni più richieste dalle aziende che volevano assumere a tempo indeterminato” spiegano gli autori dello studio comparato sui vecchi e nuovi sgravi che alleghiamo all’articolo. Da esso emerge che i nuovi sgravi, oltre a valere solo per il 2015, presentano tre importanti limitazioni rispetto alla 407/90:

  • un importo massimo di 8.060 euro annui; 
  • l’esclusione dallo sgravio dei contributivi Inail; 
  • l’impossibilità di ripetere l’agevolazione per l’assunzione del lavoratore.

Insomma non sempre è tutt’oro quel che luce. (D.M.)

pdf Scarica lo studio comparato!