Pubblicato il nuovo Annuario dell’agricoltura italiana

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vigneNato nel 1947, l’annuario ha lo scopo di fornire agli agricoltori e a tutti coloro che lavorano in questo comparto economico, “una cronaca documentata delle vicende dell’economia agraria italiana”. Ecco quelle del 2013

Realizzato come ogni anno dall’INEA (Istituto Nazionale di Economica Agraria), il documento ha un’ampia appendice statistica a livello regionale ed è visionabile per intero sul sito inea.it. Grazie al suo contenuto, si può constatare come nel 2013 l’economia mondiale sia stata caratterizzata da un rallentamento della crescita con qualche modesto segnale di rafforzamento nei principali Paesi avanzati e una decelerazione delle economie emergenti (Cina, India e Brasile). Nel complesso dell’UE, il PIL ha ristagnato, mentre nella sola area dell’euro si è lievemente contratto.

Con riferimento al settore agricolo, nell’Unione Europea a 28 Stati membri, il valore della produzione ha avuto una crescita modesta, dovuta a un aumento sostanziale dei prezzi e a una riduzione delle quantità. La spesa per consumi intermedi, analogamente, è aumentata a causa dell’incremento del prezzo dei mezzi tecnici i cui impieghi sono però diminuiti. Il reddito reale dell’agricoltura per addetto si è ridotto in media dell’1,2%.

L’Italia agricola: il valore economico

Passiamo ora ai dati del nel nostro Paese. In Italia il PIL (Prodotto Interno Lordo) si è nuovamente ridotto (-1,8%, ai prezzi di base e in valori concatenati), con un livello di attività economica paragonabile a quello del 2000, mentre il PIL pro-capite è addirittura sceso sui livelli del 1996. Sul risultato negativo ha pesato la contrazione dei consumi finali, diminuiti per il terzo anno consecutivo in conseguenza del costante peggioramento del potere di acquisto, ridottosi di un ulteriore 1,1%, oltre che il pesante calo degli investimenti (-4,7%), condizionati dal clima di sfiducia e di incertezza e dalla scarsa disponibilità di liquidità.

Il 2013 segna per il settore dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca una ripresa, che ha avuto il merito di invertire il segno del brusco risultato recessivo accusato nell’annualità precedente, ricollocando la branca all’interno del suo tradizionale ruolo anticiclico. L’esame per singole componenti evidenzia che la dinamica positiva va ascritta esclusivamente all’agricoltura in senso stretto, in quanto vi è stato un arretramento del comparto della pesca, e una situazione di stazionarietà della silvicoltura. L’agricoltura in senso stretto ha raggiunto nell’anno in esame un valore della produzione di oltre 52.500 milioni di euro, con un discreto livello di crescita (+3,6% in valori correnti), che si mostra ancora più accentuato nel caso del valore aggiunto (+6,2%). Nell’anno, infatti, la produzione è stata trainata da una crescita complessiva dei prezzi (+3,9%); al contempo, non ha subìto forti erosioni per il contestuale contenimento dei consumi intermedi (cresciuti solo moderatamente in valori correnti), i quali hanno registrato una nuova riduzione delle quantità utilizzate che ha interessato la maggior parte delle voci di impiego.
Il 2013 ha segnato, quindi, un ulteriore lieve miglioramento nel rapporto tra l’indice dei prezzi della produzione agricola e l’indice dei prezzi dei consumi intermedi, con la ragione di scambio che è tornata a superare il valore di parità. L’analisi di dettaglio sui consumi intermedi pone in luce come questo risultato sia riconducibile alle sole produzioni vegetali, mentre il differenziale negativo è tornato, a essere evidente per il comparto zootecnico, risentendo del maggiore incremento dei prezzi registrato dai mangimi, che da soli pesano per il 29% sui consumi intermedi settoriali.

La produzione agricola e l’import/export

La produzione agricola nazionale è derivata per oltre la metà dalle coltivazioni e per un terzo dagli allevamenti. Rispetto al 2012, si è registrato un aumento del peso della prima componente e una riduzione della seconda, analizzando però le variazioni a valori concatenati emerge un quadro differente, con un arretramento generalizzato, in cui il segno negativo caratterizza indistintamente tutte le produzioni, sia agricole che zootecniche, fatta eccezione per le industriali, i prodotti vitivinicoli, la frutta e le uova. In generale, le dinamiche osservate hanno come comune denominatore il perdurare delle condizioni di sofferenza determinate dalla crisi che ancora attanaglia l’economia nazionale, con accenti diversi all’interno dei singoli comparti.

Particolarmente positiva, sia in termini correnti, che in termini reali, è stata la dinamica delle attività di supporto all’agricoltura (+3,5% e +1,2%) e delle attività secondarie (+2,8% e +1,2%), con andamenti positivi confermati in pressoché tutti i singoli contesti regionali. Nel 2013, il loro peso congiunto sul valore della produzione ha raggiunto il 14,6%, dando così ulteriore forza al processo di consolidamento in atto da ormai quasi un decennio. Tra le attività di supporto, si conferma la netta prevalenza del “contoterzismo” e noleggio di mezzi e macchine agricole, della raccolta e prima lavorazione e delle attività di manutenzione del terreno; mentre, con riferimento alle attività secondarie spicca l’agriturismo.

Sul fronte degli scambi con l’estero di prodotti agro-alimentari, le esportazioni crescono del 5%, mantenendo lo stesso ritmo del 2012, grazie al contributo determinante della componente prezzo e, al contempo, tornano a crescere le importazioni (+3%), grazie a un aumento della componente quantità. Su questi andamenti ha influito l’apprezzamento dell’euro che, se negli scambi totali ha causato una perdita di competitività dei prodotti italiani, per l’agro-alimentare non sembra aver prodotto conseguenze importanti.

Analizzando il contributo delle principali componenti della bilancia agro-alimentare, si rileva che il settore primario, strutturalmente più debole rispetto all’industria, ha mostrato una buona tenuta, con le importazioni che crescono del 2,6% e le esportazioni che aumentano del 2,2%. Più accentuata è stata l’accelerazione riportata dall’industria alimentare e delle bevande, indotta da un aumento delle esportazioni del 5,3%, a fronte di un incremento delle importazioni più modesto (+3%). Le vendite all’estero sono state trainate dai prodotti del made in Italy, a conferma di un vantaggio competitivo basato sulla tipicità e l’elevata qualità, sebbene in presenza di una dinamica più debole rispetto all’anno passato, soprattutto con riferimento ai prodotti trasformati, il cui saldo normalizzato perde quasi 12 punti percentuali.
Con 1.620.884 aziende agricole rilevate dal 6° censimento dell’agricoltura (2010) e una superficie pari a 12,8 milioni di ettari, l’Italia, con riferimento al settore primario, si colloca in una posizione di primo piano all’interno dell’UE.

Le aziende agricole italiane

Oltre alle caratteristiche strutturali generali, la rilevazione censuaria consente una lettura particolareggiata delle aziende agricole italiane. Così, è possibile porre in evidenza che circa l’81% delle aziende complessive destina, parzialmente o totalmente, i prodotti aziendali all’autoconsumo. Queste aziende sono concentrate soprattutto nelle regioni centrali e meridionali. La commercializzazione interessa, invece, il 64% delle aziende agricole italiane, risultando più diffusa al Nord, dove le aziende che collocano i loro prodotti sul mercato sono mediamente l’85% del totale, con punte del 91% in Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige, mentre nelle regioni del Centro e del Sud, circa la metà delle aziende non vende affatto i propri prodotti.
Un quadro più aggiornato, ma meno dettagliato, è offerto dai registri camerali. Da questi si rileva che tra il 2009 e il 2013 il tasso di natalità delle aziende (nuove iscrizioni) è stato inferiore al tasso di mortalità (cessazioni), così che il numero di aziende si è progressivamente ridotto (-4,1% rispetto al solo 2012). A diminuire sono state soprattutto le ditte individuali – la cui flessione maggiore si evidenzia al Nord (-13% nel quinquennio) – che tuttavia, continuano a rappresentare quasi il 90% delle complessive imprese del settore.

I risultati economici aziendali, realizzati attraverso l’analisi delle informazioni contenute nella banca dati della RICA (2012), hanno fatto registrare un valore medio della produzione, derivante dall’attività agricola e da quella connessa (comprensiva degli aiuti pubblici in conto esercizio), pari approssimativamente a 58.300 euro per azienda, di cui circa il 47% necessario a remunerare i fattori di consumo extra-aziendali, i servizi di terzi e gli ammortamenti. Il valore aggiunto netto (VAN), ottenuto sottraendo da tale valore i consumi intermedi e gli ammortamenti, risulta pari a 30.894 euro; mentre, il reddito netto (RN), inteso come compenso spettante all’imprenditore e alla sua famiglia per l’apporto dei fattori produttivi e per il rischio imprenditoriale, è pari a 21.700 euro. Sempre in base alla RICA, mediamente un ettaro di superficie agricola assicura un valore della produzione pari a circa 3.800 euro e un valore aggiunto di circa 2.000 euro; tuttavia, la produttività e la redditività del fattore terra, fanno registrare ampi scostamenti tra i diversi ordinamenti, le zone altimetriche e le aree geografiche. In particolare, confermando gli andamenti degli anni precedenti, le aziende situate nelle regioni del Nord e in pianura hanno evidenziato livelli di intensità produttiva ben superiori al dato medio nazionale.

Nel clima di contrazione dell’economia e della domanda nazionale che ha investito l’Italia anche nel 2013, con il ridimensionamento dei consumi da parte delle famiglie e degli investimenti da parte delle imprese, il sistema agro-industriale ha mostrato una discreta tenuta, proseguendo il trend positivo degli ultimi anni. Il fatturato del settore è, infatti, salito a 132 miliardi di euro, in modesta crescita rispetto al 2012 (+1,5% a valori correnti), proseguendo la dinamica positiva che dura da ormai 12 anni. Volano della crescita sono state nuovamente le esportazioni, la cui funzione cruciale ha trovato riscontro anche nella dinamica dell’indice del fatturato estero del settore (ISTAT), in aumento del 5%, che ha raggiunto un valore di 119,8, contro la lieve flessione mostrata nell’anno dall’indice del fatturato complessivo (sceso a 106,1) e determinata dal debole andamento del mercato interno. Inoltre, il rapporto tra esportazioni e fatturato è salito al 19,8%, estendendo ulteriormente il trend di crescita degli ultimi anni. Anche il valore aggiunto è cresciuto del 2,2% in valori correnti – sebbene sia diminuito dell’1,1% in valori concatenati -, accusando però una riduzione dell’incidenza del valore aggiunto dell’industria alimentare su quello del settore primario (pari al 76,4%), caratterizzato da una dinamica più vivace.

L’occupazione in agricoltura

Anche riguardo agli addetti, in un contesto occupazionale alquanto difficile, il settore alimentare, ha mantenuto sostanzialmente stabile il suo livello di occupati (448.000 addetti; -0,4%), contribuendo ad arginare la fuoriuscita di forza lavoro, diversamente da quanto è accaduto negli altri settori economici. L’andamento delle imprese attive (+1,1%) ha confermato le valutazioni di buona salute del settore, soprattutto nel confronto con la contrazione registrata nell’industria manifatturiera (-2,1%). Nel quadro comunitario, infine, l’industria alimentare italiana ha mantenuto la terza posizione in termini di fatturato, dietro alla Germania e alla Francia.

La spesa degli italiani

Nel 2013 è continuata la contrazione dei redditi delle famiglie a causa della riduzione generalizzata del potere d’acquisto e della flessione dei salari reali. Queste dinamiche hanno portato alla riduzione dei consumi, sia a valori correnti, che costanti. In particolare, la spesa per alimentari e bevande non alcoliche è diminuita dello 0,9% a valori correnti e del 3,5% a valori concatenati. Al contempo, la crescita dei prezzi (+2,4%) ha mostrato una velocità doppia rispetto al livello generale (+1,2%). Le difficoltà del mercato interno sono ben spiegate dal grado di sfiducia dei consumatori italiani, in atto da ormai alcuni anni che ha prodotto un vero e proprio cambiamento di comportamento nei consumi, finendo con il modificare anche la spesa alimentare, tradizionalmente anticiclica. Nell’acquisto dei prodotti alimentari gli italiani preferiscono sempre più beni di prezzo contenuto e in promozione, scegliendo di volta in volta i formati di vendita che garantiscono le condizioni di acquisto migliori. In questo contesto, si è instaurata anche una maggiore attenzione alla riduzione degli sprechi, attraverso il contenimento delle quantità acquistate (anche mediante la preferenza per confezioni più piccole) e una maggiore attenzione alle date di scadenza. Secondo la Nielsen, nel 2013, sono stati risparmiati 2 miliardi di euro, per effetto soprattutto della rinuncia ai prodotti più costosi, della riduzione dei volumi acquistati, della preferenza per gli acquisti in promozione, della tendenza a preferire il canale dei discount.

Anche in un contesto di maggiore tendenza al risparmio, l’attenzione alla qualità e alla differenziazione dei consumi non è venuta meno. Infatti, risultano in aumento sia gli acquisti di prodotti biologici, che i prodotti legati alla sfera del benessere e della salute, come gli integratori alimentari, utilizzati per favorire l’assunzione di vitamine, sali minerali e proteine. Inoltre, appaiono sempre più affermate le nuove abitudini di consumo collegate a stili di pensiero e di vita, come i prodotti vegetariani e vegani. In aumento sono stati anche i prodotti legati a diete particolari, tra i quali i prodotti senza glutine e quelli alternativi al frumento. Il largo consumo deve, quindi, fare i conti, sia con la frenata dei consumi, sia con una domanda sempre più composita e differenziata, che riflette la grande frammentazione sociale esistente soprattutto nei grandi centri, dove molte persone hanno scarso potere d’acquisto, approdano da altri continenti, appartengono a famiglie monoreddito e così via. Un’altra faccia dei consumi alimentari è rappresentata dall’obesità, in particolare infantile, per la quale l’Italia rischia di raggiungere una triste posizione di primato in Europa.
Il cambiamento dei comportamenti di acquisto dei beni alimentari ha portato a un ripensamento strategico del settore della distribuzione. Le piccole superfici di vendita hanno mostrato una maggiore sofferenza rispetto alla grande distribuzione, facendo registrare una flessione del valore delle vendite del 3%. Al contempo, la distribuzione moderna ha proseguito nel rallentamento del ritmo di sviluppo del numero di ipermercati e supermercati (-0,5%); mentre, i discount sono risultati in espansione in tutte le circoscrizioni, sia in termini di numero di punti vendita, che di superficie totale impiegata. Dal punto di vista delle scelte strategiche, la grande distribuzione nazionale si è concentrata prevalentemente nello sviluppo dei prodotti a marchio d’insegna (private label), e nelle vendite promozionali; la pressione promozionale, nell’anno, si è attestata ai massimi storici (28,5%) interessando largamente anche i prodotti di eccellenza italiani, come i grandi marchi DOP e IGP.

I fondi per l’agricoltura

Nel 2013, gli agricoltori italiani hanno ricevuto come sostegno pubblico circa 13,5 miliardi di euro, con un aumento del 3,8% rispetto al 2012 dovuto quasi integralmente all’incremento dei trasferimenti di origine comunitaria. Infatti, ancora una volta, l’analisi del bilancio consolidato per il settore agricolo conferma la netta prevalenza dell’intervento UE, che rappresenta oltre il 53% del sostegno complessivo, mostrandosi attraverso le politiche attuate nel quadro del primo e del secondo pilastro. In particolare, il pagamento unico disaccoppiato spiega da solo una quota superiore al 25% del sostegno all’agricoltura, mentre gli aiuti settoriali sfiorano l’8% del totale, essendo diretti principalmente ai prodotti ortofrutticoli, vitivinicoli e olivicoli.
Alla luce della predominanza della componente comunitaria, si comprende la rilevanza degli effetti attesi dalla riforma della PAC per il periodo finanziario 2014-2020. Sul fronte dell’applicazione nazionale, le scelte dell’Italia sembrano gettare le basi per il futuro livellamento dei pagamenti a ettaro, con una eliminazione graduale delle differenze tra settori produttivi e territori. In particolare, è previsto il progressivo livellamento degli aiuti sulla base della “regione unica” che dovrebbe portare a un pagamento di base di uguale valore unitario per tutto il territorio nazionale. Sul secondo pilastro, che rappresenta circa il 12% del sostegno beneficiato dall’agricoltura, l’esame dei dati di spesa realizzata fino al 2013 conferma che gli interventi agro-ambientali, quelli sul ricambio generazionale e quelli per gli investimenti strutturali sono la vera locomotiva di spesa dei PSR. Le misure degli assi I e II, infatti, sommano da sole quasi il 90% delle risorse pubbliche erogate a livello nazionale. Nel 2013, oltre all’ammodernamento delle aziende agricole e ai pagamenti agro-ambientali, ottime performance sono state ottenute anche dalla misura per gli interventi volti al risparmio idrico e alla viabilità rurale e forestale; infine, buoni risultati sono stati riscontrati per la misura a favore degli interventi per la ristrutturazione di impianti di lavorazione e trasformazione di prodotti agricoli relativi alle piccole e medie imprese.

Un altro tassello importante nell’ambito delle politiche attuate nel settore agricolo è rappresentato dalle politiche nazionali e regionali che insieme coprono poco meno del 24% del sostegno complessivo in agricoltura. Nell’anno, la politica agricola nazionale si è dovuta misurare con la pesante situazione dei conti pubblici italiani; così, le riduzioni di spesa apportate negli anni precedenti si sono riverberate anche sul bilancio 2013, determinando, di fatto, una forte limitazione alle misure di politica attiva per lo sviluppo del settore. Tra le azioni messe in campo, vanno ricordati gli interventi a tutela del made in Italy e delle produzioni di qualità, l’avvio degli incentivi per il biometano e l’approvazione (dicembre 2013) della legge di stabilità 2014. Quest’ultima, in particolare, ha introdotto nuove misure volte a favorire gli investimenti e la competitività del settore, quali la destinazione del 20% dei terreni agricoli demaniali in favore dell’affitto a giovani imprenditori agricoli e i finanziamenti a tasso agevolato per le imprese agro-alimentari esportatrici. Tra le altre misure previste, rientrano anche interventi a carattere fiscale, come il ripristino delle agevolazioni tributarie previste per la piccola proprietà contadina, la soppressione dell’IMU per il 2014 sui fabbricati rurali strumentali e la fissazione dell’aliquota della nuova imposta (TASI) nella misura massima dell’1 per mille.

Nel complesso, il sistema delle agevolazioni in agricoltura conferma il suo ruolo strategico, andando a costituire poco meno del 23% degli interventi di politica nazionale. Queste sono costituite, principalmente, dalle agevolazioni previdenziali e contributive (pari a 1,2 miliardi di euro). La presenza delle agevolazioni consente di ridurre il carico fiscale gravante sugli operatori agricoli, permettendo cosi il mantenimento di un’importante distanza tra la quota di valore aggiunto assorbita dal prelievo pubblico in agricoltura e negli altri settori economici. In particolare, nell’anno in esame, la pressione fiscale è risultata pari al 17,8% per il settore primario e al 36,2% negli altri settori; in questi ultimi la pressione tributaria, invece, si è collocata su un valore del 21%, contro il 6,1% del settore agricolo. Ciò soprattutto in conseguenza dei provvedimenti presi in materia di IMU che hanno sostanzialmente consentito di esentare i contribuenti del settore agricolo dal pagamento dell’imposta. Anche le regioni e gli enti locali possono contribuire alla definizione della politica fiscale in agricoltura, modificando le aliquote d’imposta o le basi imponibili dei tributi nell’ambito del loro margine di autonomia.

Infine, sul fronte degli interventi di spesa regionale per l’attuazione delle misure di politica agraria, si rileva una forte concentrazione delle iniziative a favore delle infrastrutture, degli investimenti aziendali e dei servizi allo sviluppo. L’impegno delle regioni è, tuttavia, andato anche nella direzione della valorizzazione e promozione dei prodotti agricoli, soprattutto tipici e di qualità, e delle attività connesse svolte dall’imprenditore agricolo e dirette alla fornitura di servizi alla collettività, come quelle di ricezione e ospitalità, di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e di soddisfacimento dei bisogni sociali.
Va anche ricordato che il complesso delle politiche pubbliche a favore dell’agricoltura costituisce un elemento fondamentale di tenuta del settore, considerando che nel 2013 la somma dei trasferimenti diretti e indiretti (agevolazioni) ha inciso per ben il 46,6% sulla dimensione del valore aggiunto della branca e per il 25,4% sul relativo valore della produzione.

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Il commento del Commissario Straordinario dell’INEA, Giovanni Cannata

Nonostante i grandi cambiamenti intervenuti nel corso dei decenni, non si è modificata la centralità che il settore agricolo riveste nell’economia nazionale, quanto meno dal punto di vista della sua capacità di assicurare la vitalità delle vaste aree rurali del Paese, il mantenimento di un equilibrio territoriale e ambientale, la cui fragilità appare ormai tragicamente sempre più evidente, la preservazione di un patrimonio paesaggistico ed eno-gastronomico su cui si basano fondamentali prospettive per il futuro sviluppo del paese. In quest’ottica, merita di essere sottolineata la capacità dimostrata dall’agricoltura italiana di: articolarsi in un’ampia varietà di produzioni, che ha pochi eguali al mondo; potersi fregiare di un numero elevatissimo di prodotti di qualità, siano essi provenienti dai circuiti delle certificazioni di origine geografica o dal metodo di produzione biologico, fino a includere i molti altri e sempre più innovativi sistemi di certificazione; trasmettere sullo scenario internazionale, tramite la bandiera del made in Italy agro-alimentare, un’idea positiva e di spiccata tipicità della capacità produttiva nazionale; aver contribuito al raggiungimento di importanti obiettivi in campo ambientale, legati al contenimento degli usi energetici e dell’impiego di fattori inquinanti nonché al mantenimento dell’incredibile patrimonio di biodiversità legata alla notevole varietà dei diversi sistemi agronomici presenti nel Paese.

Pur di fronte alla realizzazione di questi importanti traguardi, permangono ancora molte criticità che affliggono e ritardano il pieno sviluppo del settore, alcune delle quali già indicate, sebbene con forme e intensità diverse da quelle odierne, all’interno della prima edizione di questo Annuario. Il 2013, nonostante abbia segnato una fase di moderata ripresa per l’agricoltura nazionale, pone in luce la presenza di preoccupanti aree di fragilità, che meriterebbero una maggiore attenzione e la messa in campo di interventi più incisivi. Tra queste, si possono citare: le questioni connesse al lavoro, interessato da processi di aggiustamento strutturale che tendono a colpire le fasce più deboli della popolazione, all’interno dei quali si rintraccia una sempre più larga partecipazione di immigrati, che in alcune circostanze finiscono con l’ingrossare le già ampie fasce di irregolarità che attanagliano il settore; le difficoltà di accesso alla terra, i cui valori fondiari anche se in cedimento si mantengono piuttosto elevati, rendendo difficile l’ingresso di forze giovani e i necessari processi di aggiustamento strutturale; le difficoltà di accesso al credito, il cui ottenimento risulta più complesso e oneroso in agricoltura, rispetto ad altri settori produttivi; la maggior fragilità dell’attività agricola in termini di redditività, come testimoniato anche dall’ampio differenziale registrato nella produttività del lavoro in confronto con il resto dell’economia. Su tutti questi aspetti si registra la consapevolezza della necessità di trovare efficaci soluzioni da parte dei vari attori istituzionali. Tuttavia, va ricordato che, sebbene il livello di sostegno assicurato non sia stato oggetto di un processo di ridimensionamento, le azioni di politica agricola sono state pesantemente frenate dall’applicazione delle rigorose manovre di contenimento del bilancio dello Stato. In conseguenza, gli interventi a supporto del settore sono stati via via demandati soprattutto alle politiche comunitarie, che giocano ormai il ruolo di centro nevralgico della spesa pubblica in agricoltura.

L’Annuario INEA, nato da una straordinaria intuizione, si è basato fin dal suo primo numero su un progetto di grande modernità che ha consentito il suo costante rinnovamento nel tempo, facendone, a distanza di quasi ottanta anni, uno strumento insostituibile e irrinunciabile per un Paese che ha posto al centro della propria strategia di crescita il suo incredibile patrimonio agro-alimentare. (D.M.)