Un manifesto cinematografico per un film che non c’è

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americo-bazzoffiaA Los Angeles una mostra di manifesti cinematografici di “sequel” mai realizzati: tra nostalgia e utopia, tra produzione e consumo, tra cultura d’élite e cultura di massa

di Americo Bazzoffia, Libero docente universitario e consulente in comunicazione strategica integrata

Il termine “Prosumer” indica “il consumatore” che è a sua volta produttore o che contribuisce alla produzione. Il termine è stato coniato da Alvin Toffler in The third wave (1980), ed è nato per descrivere il protagonismo dei consumatori in un’epoca che usciva dalla produzione seriale di massa, per aderire alla molteplicità dei gusti e delle tendenze dei cittadini delle società ricche del mondo occidentale. Divenuto quasi desueto, il “prosumer” è tornato di attualità nell’era digitale, in particolare nei primi anni del 21° secolo quando Internet ha insistentemente cercato la collaborazione del cliente-consumatore. Si determina così la nascita di un vero e proprio genere mediale dove i contenuti sono generati dall’utente; questo avviene in tv, alla radio, e soprattutto nel web.

La pubblicità che nei decenni passati è passata dall’essere “la ciliegina sulla torta” ad essere “la torta”, ha subito una progressiva mitizzazione nel vasto pubblico trovando facili e sempre più frequenti citazioni nel mondo della cultura, dello spettacolo, dell’arte, dei media e nel linguaggio comune. Oggi, con le facili tecnologie digitali di elaborazione di immagini, video e testi, chiunque può trasformare una pubblicità di beni e servizi. La pubblicità quindi viene rielaborata, modificata, distorta, adattata, e piegata ai più disparati usi dei consumatori. Quindi il passivo utente della pubblicità può divenirne artefice. Pertanto: gli slogan della pubblicità vengono riscritti, i manifesti vengono rielaborati graficamente e nei contenuti, le immagini vengono sostituite o adattate, gli spot vengono doppiati e il web si riempie di una miriade di pubblicità immaginarie, taroccate e improbabili al fine di divertire e di ottenerne i più disparati usi e gratificazioni.
Possiamo quindi facilmente immaginare che chi ha amato “Labyrinth” da bambino ha probabilmente sussultato di gioia quando in giro per il web si è ritrovato la locandina del sequel, con tanto di Jennifer Connelly adulta e David Bowie re dei Goblin versione contemporanea. Un vero tuffo al cuore nell’immaginare che finalmente il film dei sogni di migliaia di ragazzini degli anni ’80 avrebbe avuto un sequel nelle sale cinematografiche. E invece no, nessun Labyrinth 2 in arrivo: si è trattato di una simulazione artistica, un’opera concepita da oltre 40 artisti americani che hanno partecipato alla mostra collettiva presso la galleria Iam8bit di Los Angeles: “Sequel – Artists Imagine Movie Sequels That Were Newer Made”.

sequelA diversi artisti è stato chiesto di disegnare la locandina di sequel mai realizzati di pellicole che hanno fatto la storia del cinema ma soprattutto dell’immaginario di intere generazioni, inventandone la versione successiva, con attori invecchiati inclusi. Una operazione artistica e ironica, creativa e colta, nostalgica e utopica, di produzione e consumo, in un interscambio tra cultura d’élite e cultura di massa. Il risultato è un divertente omaggio ai film più popolari, ma allo stesso tempo un ironico commento all’ossessione tutta hollywoodiana dei “sequel”, quella fortissima pulsione delle major a replicare (o più correttamente a tentare di provare a replicare) il successo di un capolavoro, sapendo che vivrà di luce riflessa e che probabilmente il risultato non sarà dei più apprezzati.

La mostra realizzata a Los Angeles è da poco terminata ma ne è rimasta un’interessante gallery web sul sito della galleria (iam8bit.com). Decine sono stati gli artisti che si sono prestati ad illustrare “i sequel mai esistiti”, tra cui menzioniamo: Alex Griendling, Andras Baranyai, Andrew Bannecker, Andy Fairhurst, Arno Kiss, Arthur D’Araujo, Ashley Wood, Austin James, Boneface, Chris B. Murray, Corinne Reid, Cory Schmitz, Dimitri Simakis, Doaly, Drew Wise, Emory Allen, Evanimal, Fab Ciraolo, Goncalo Viana, Inus Pretorius, James Gilleard, Japaneze Baby, Jim Rugg, Kaz Oomori, Marc Scheff, Marco D’Alfonso, Mark Borgions, Matt Haley, Malleus, Marko Manev, Mitch Ansara, Muxxi, Nikkolas Smith, Nimit Malavia, Odessa Sawyer, Orlando Arocena, Pavel Fuksa, Rafael Gil, Rich Davies, Rich Pellegrino, Rich Rayburn, Robert Sammelin, Ruben Ireland, Sam Spina, Steve Courtney, Tom Miatke.

In un caleidoscopio di stili, immagini e suggestioni sono decine e decine le locandine cinematografiche dei “sequel mai realizzati” che sono state esposte, spaziando: da “Top Gun” a “Balle Spaziali”, da “Blade Runner” a “Shining” (che nella fantasia dell’artista diventa “The Torrances”), da “Titanic” a “Il Mistero di Sleepy Hollow” e tanti altri.
La galleria Iam8bit è stata fondata nel 2005 con l’obbiettivo di proporre un’arte che si rifiuta di venire catalogata arbitrariamente, e ama spaziare tra mondi diversi della modernità inclusi quello dei fumetti, dei videogiochi, del cinema, delle animazioni… ed ora anche quello della pubblicità.