Birra artigianale, che passione

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A Rimini Fiera è sbarcato Beer Attraction: l’abc della birra non industriale per chi desidera testare nuovi sapori, ma anche per chi progetta di lavorare nel settore cavalcando innovazione e qualità per competere con i grandi marchi e i colleghi d’oltralpe

di Amelia Vescovi

Dal 21 al 22 febbraio il grande pubblico ha avuto accesso a Beer Attraction, organizzata alla Fiera di Rimini in collaborazione con Unionbirrai e Simatec, mentre dal 23 al 24 si incontreranno gli operatori del settore: produttori, rivenditori di materie prime, di impianti ed attrezzature, aziende di logistica, trasporto e conservazione del prodotto.

Tra gli argomenti trattati durante i convegni in programma, quello del Gluten Free, che risponde alla nuova esigenza da parte di un pubblico che non intende rinunciare al piacere della birra a causa dell’allergia ad uno dei suoi componenti tradizionali. Una nicchia di mercato che allarga l’orizzonte di chi ha scelto di investire nella birra.

Riflettori puntati sulla birra artigianale, che a differenza di quella industriale non è filtrata né pastorizzata e non contiene succedanei, e viene generalmente prodotta in quantità limitate, in piccoli impianti, dai cosiddetti homebrewer: scegliere di fare la birra “in casa” significa soprattutto conferire al proprio prodotto un sapore ed un aroma originale. Altro aspetto determinante della birra artigianale è il tipo di distribuzione, effettuata direttamente in pub, negozi e ristoranti. E si può scegliere di creare attività collaterali come quella del brewpub, un locale dove si serve la birra autoprodotta, magari abbinando alla mescita la proposta di piatti tipici. Un’altra opportunità è quella delle beer firm: aziende che in mancanza di un proprio impianto si affidano ad una fabbrica esterna. Alcuni imprenditori hanno così decollato e, una volta raggiunto un traguardo, si sono serviti di impianti ed attrezzature di proprietà.

A galvanizzare l’ambiente sarà la decima edizione di Birra dell’Anno, un concorso che mette alla prova i maestri della craft beer, che nella passata edizione ha visto la partecipazione di oltre 600 marchi, che rappresentano la mappatura della birra artigianale italiana ed europea.

200 gli espositori di Beer Attraction, fra cui alcune aziende estere provenienti da nazioni come Danimarca, Belgio, Spagna e Stati Uniti. Lombardia e Piemonte sono le regioni italiane più presenti alla manifestazione per numero di stand di birra artigianale, mentre mancano all’appello Val D’Aosta e Basilicata. E stanno progressivamente aumentando gli espositori di regioni del Sud Italia come Campania e Puglia.

produttrice-birraTra gli standisti di Beer Attraction, Geltrude Salvatori Franchi, che gestisce un’azienda di birra artigianale ad Assisi, e che ci illustra i diversi aspetti della sua attività

Come si diventa produttore di birra artigianale?
Per la produzione di birra artigianale, è indispensabile studiare e appassionarsi totalmente alla materia. Lo studio è fondamentale: non ci si può improvvisare! Poi secondo me è necessario anche avere una predisposizione minima: la precisione, la pazienza e la creatività.

Secondo lei è ormai necessaria una laurea in agraria per svolgere questa attività?
Indubbiamente la laurea in scienze agrarie, se specializzata nel settore brassicolo, fornisce un valido ed importante strumento di formazione. Aiuta il futuro mastro birraio ad affrontare lo studio della materia in modo approfondito ed organizzato, grazie a persone qualificate e dotate di esperienza. Insomma, permette di evitare il percorso tortuoso e non sempre positivo dell’autodidatta.

Come si coniuga la sua laurea in Relazioni Internazionali con la produzione di birra?
La laurea in Relazioni Internazionali mi ha aiutato molto nella parte commerciale, e soprattutto nella gestione dei clienti export. In particolare, oltre allo studio delle lingue e degli aspetti fondamentali dell’economia, ho trovato sorprendentemente utile l’aver approfondito gli aspetti culturali e storici di paesi quali la Cina, ad esempio, che mi ha permesso di approcciarmi ai clienti stranieri con la consapevolezza della loro identità, che inevitabilmente si riflette sull’economia e sul mercato del Paese.

Cosa l’ha portata a scegliere questo tipo di attività?
Aver creduto in un progetto imprenditoriale, nato quasi per caso… eravamo ad una cena tra amici e mio marito Enrico aveva portato una delle sue birre prodotte in casa, che aveva riscosso un grande successo. Così, tornando a casa, con la creatività tutta femminile, ho pensato: perché non calare questa passione in un business? Allora dall’idea siamo passati al progetto, e dal progetto alla realizzazione.

I produttori di birra si concentrano soprattutto nel Nord Italia: la scarsa concorrenza nel centro la aiuta, o questo è semplicemente indice di una tendenza (il pubblico preferisce la birra estera o consuma meno birra)?
Al contrario di quanto si possa pensare, la scarsa concorrenza non aiuta la vendita, che invece sarebbe positivamente influenzata dalla crescita del movimento brassicolo. Inoltre ci tengo a precisare che se numericamente la presenza di birrifici si concentra al Nord, nel centro Italia sono presenti comunque delle realtà importanti che hanno contribuito alla nascita e alla crescita del movimento, e a cui bisogna rendere merito e perché no, prenderne anche ispirazione.

In cosa può puntare secondo lei la birra Made in Italy per essere competitiva?
La birra italiana ha il grande merito, paradossalmente, di non avere una vera e propria cultura della birra, al contrario dei paesi anglosassoni, o della Germania, del Belgio. Questo ci permette di attingere dalle varie esperienze internazionali e di sperimentare, di creare prodotti nuovi, unici e di qualità. Quindi direi che è l’estro, l’audacia dei nostri mastri birrai unita all’eccellenza e alla cura della produzione, che rendono la birra made in Italy un prodotto altamente competitivo.

I vostri clienti sono soprattutto italiani o internazionali?
La nostra attività è iniziata nel 2012 e da allora siamo riusciti ad affermarci sia in Italia che all’estero, con una certa velocità. Naturalmente i clienti italiani sono una realtà quotidiana, ma anche quelli stranieri continuano a darci grandi soddisfazioni e sono in continua espansione. Fino ad ora abbiamo raggiunto paesi come la Norvegia, gli Stati Uniti, l’Australia e la Cina. A parte l’orgoglio di leggere le recensioni entusiaste dei consumatori australiani, o sapere che la nostra birra si trova nel ristorante del Teatro Nazionale di Oslo, per noi l’export rimane un obiettivo primario.

Che valore dà al design?
Nel mondo della birra il design può dirsi di grandissima importanza. È chiaro che la qualità della birra deve essere eccellente, ma questo a volte non è detto che basti per avere successo: almeno al primo approccio con il prodotto, un design ben studiato e d’impatto può convincere il consumatore a comprare, e successivamente a ricordarsi del prodotto. Se a questo si unisce una birra eccellente, io credo che i risultati non tarderanno a venire. In questa ottica, abbiamo voluto creare un prodotto accattivante e quanto più possibile unico, scegliendo una linea di bottiglie elegante (tanto che spesso all’estero viene scambiata per vino) e un packaging che rendesse facilmente riconoscibile la nostra birra.