Latte Made in Italy: salvarlo è un dovere

allevatore

Sempre più a rischio in Italia il mestiere di allevatore per la produzione di latte: concorrenza sleale e imminente arrivo del libero mercato stanno allargando a macchia d’olio il fenomeno della chiusura delle stalle

di Amelia Vescovi

Coldiretti propone soluzioni, e c’è chi resiste puntando a qualità, e anche diversificazione. Dall’inizio della crisi del 2007 una stalla su cinque è stata chiusa, con la conseguente scomparsa di 150.000 mucche e la perdita di 32.000 posti di lavoro. Sono i numeri che emergono dal dossier “L’attacco alle stalle italiane” presentato da Coldiretti in occasione della mungitura pubblica organizzata il 6 febbraio scorso nelle piazze italiane in presenza di allevatori, Ministri del Governo, Governatori delle Regioni, Sindaci, politici, esponenti della cultura, dello spettacolo e del mondo economico con l’obiettivo di rilanciare il consumo di latte e formaggi nazionali e di promuovere, grazie alla collaborazione con l’Associazione Italiana Allevatori, il valore di un attività che sta subendo una pericolosa flessione.

Nel 2014 sono 36.000 le stalle italiane sopravvissute alla crisi: 110 milioni di quintali di latte prodotto, contro gli 86 milioni di quintali acquistati dall’estero. E per ogni milione di quintale di latte importato in più scompaiono 17mila mucche e 1200 occupati in agricoltura.
In pratica su quattro cartoni di latte a lunga conservazione venduti in Italia tre sono stranieri, ma il cliente non lo sa perché sull’etichetta non viene indicata la provenienza. Lo stesso avviene per i formaggi: la progressiva chiusura delle stalle potrebbe far perdere all’ Italia il primato nella produzione di formaggi a denominazione di origine (Dop), che con oltre 48 specialità provenienti da tutta Italia e riconosciute a livello comunitario supera addirittura quella francese. Finora latte e derivati importati sono stati di provenienza franco-tedesca, ma di recente sono apparsi nuovi esportatori dall’Europa dell’Est, come Lituania ed Ungheria.

A danneggiare gli allevatori italiani è anche la concorrenza sleale operata dalle aziende che vendono prodotti realizzati con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero, in particolare i paesi dell’Est europeo. Nell’ultimo anno sono arrivate dall’estero più di un milione di quintali di cagliate, che equivalgono a quanto sarebbe prodotto dalla lavorazione di 10 milioni di quintali di latte, il 10% della produzione italiana. Si tratta di prelavorati industriali che vengono impiegati nella produzione di mozzarelle e formaggi di bassa qualità. Basti pensare all’impatto che hanno i similgrana prodotti nell’Unione Europea, che vengono confezionati senza rispettare la ferrea disciplina degli originali italiani, e che stanno drammaticamente insidiando il mercato del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano. Anche se si aprono nuove prospettive commerciali per i formaggi italiani: la sfida viene dai paesi ricchi del sud est asiatico, quali Cina, Giappone, Filippine, Indonesia, Malaysia, dove ha successo soprattutto la mozzarella.

Dal 2007 ad oggi le importazioni di prodotti lattiero caseari sono aumentate del 23%, e il 40% del latte e dei formaggi che consumano gli italiani proviene dall’estero. Questo perché i prodotti importati sono di qualità inferiore, e quindi più a buon mercato, mentre portare in tavola i prodotti tipici nostrani sta diventando un lusso per le famiglie che stanno affrontando la recessione economica.

E con il 31 marzo 2015 scade il regime delle quote latte, che porterà in tutta Europa ad un amento della produzione, e prende il via la liberalizzazione dei prezzi, con il rischio per i produttori italiani di dover svalutare ancora il proprio latte. Gli allevatori sperano in un’ uscita morbida dal regime delle quote, ma questo potrà avvenire solo attraverso una gestione nazionale e comunitaria. “La fine delle quote porterà ad un ulteriore giro di vite” commenta Giorgio Apostoli, Responsabile Ufficio Zootecnia di Coldiretti. “Gli allevatori esteri, che sono sottoposti a minori controlli, e alimentano diversamente il loro bestiame, produrranno di più e faranno una forte concorrenza all’Italia.”

latteEsiste anche un risvolto ambientale: il 53% degli allevamenti italiani si trova in zone montane e svantaggiate, dove gli animali svolgono un’azione di arricchimento e compattamento del suolo, contribuendo alla salvaguardia del territorio. “Sono aziende che difficilmente hanno un’ alternativa dal punto di vista occupazionale” prosegue Apostoli “e se venissero meno questa etnia da latte, e l’azione dell’uomo, l’ambiente ne verrebbe penalizzato. Basti pensare a come potrebbero diventare i pascoli degli Appennini abruzzese e molisano se venissero abbandonati”.

Dare al consumatore la possibilità di scegliere se spendere un po’ di più per latte e formaggio in cambio di maggiore qualità e sicurezza: questo principalmente chiede Coldiretti.
Ed ecco il piano salva-latte di Coldiretti:

  • Indicare obbligatoriamente l’origine nelle etichette del latte (anche Uht), dei formaggi e di tutti gli altri prodotti a base di latte.
  • Garantire che venga chiamato “formaggio” solo ciò che deriva dal latte e non da prodotti diversi. 
  • Assicurare l’effettiva applicazione della legge che vieta pratiche di commercio sleale.
  • Rendere pubblici i dati relativi alle importazioni di latte e di prodotti con derivati del latte, tracciando le sostanze utilizzate.
  • Un pronto intervento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato contro le forme di concorrenza sleale e gli abusi di posizione dominante nel mercato del latte.
  • Attuare le misure di sostegno agli allevamenti italiani previste dal Piano Nazionale di Sviluppo Rurale.
  • Realizzare un piano organico di promozione (in Italia e all’estero) del latte e delle produzioni italiane, (in Italia e all’estero) del latte e delle produzioni italiane, a partire da Expo 2015.
  • Promuovere iniziative nazionali per il consumo del latte e dei formaggi di qualità, soprattutto nelle scuole e nelle mense pubbliche.
  • Semplificare le procedure burocratiche.
  • Garantire che le risorse previste dal “Piano latte” del Mipaaf vadano agli allevatori.

Questa infine l’esperienza dell’allevatrice Antonella Taglioni, che dirige a Passaggio di Bettona, in provincia di Perugia, un’azienda di allevamento di bovini associata alla cooperativa umbra Grifo Latte. Le sue mucche producono giornalmente circa 20 quintali di latte, che viene distribuito in tutta l’Umbria anche sotto forma di derivati.

Quali sono le principali difficoltà che incontra come produttrice di latte?
Le maggiori difficoltà sono i prezzi delle materie prime, che incidono fortemente sul bilancio della nostra azienda. Per produrre latte di qualità dobbiamo pensare al benessere animale, e questo si ottiene non solo con una corretta gestione della mandria, ma anche con mangimi di qualità, per fornire ogni giorno ai nostri animali una razione equilibrata che riesca a coprire tutti i loro fabbisogni.

Ritiene che attualmente l’attività di allevamento possa sostenere una famiglia o è necessario diversificarsi ed integrare con altre attività correlate?
In questo momento di grande incertezza credo che sia saggio diversificare la nostra attività. Grazie anche alla multifunzionalità, abbiamo la possibilità di avviare delle attività legate all’allevamento. Io ad esempio ho iniziato un corso per aprire una fattoria didattica.

Questione del latte importato dall’estero: come si può convincere secondo lei il cittadino italiano ad un maggior consumo di latte e formaggi nazionali?
Con un etichettatura sempre più chiara, in modo da avere un consumatore più consapevole. Far capire, quindi, quanto il latte italiano sia controllato, genuino e di qualità. La manifestazione del 6 febbraio, che ha organizzato la Coldiretti, aveva lo scopo di mettere in evidenza questi temi, con la speranza che vengano poi recepite dalle nostre autorità politiche.