Negozi nuovi e negozi vecchi: l’aspetto mutevole delle città

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di Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

Anche in Italia, come in altri paesi europei, l’immigrazione può rappresentare un’occasione per avere vantaggi economici ma anche per far sorgere situazioni problematiche. Negli ultimi anni gli enti locali, piccoli e grandi, le scuole, i luoghi dell’associazionismo e del volontariato hanno messo e mettono in atto interventi di monitoraggio, di riorganizzazione interna che hanno richiesto riflessione e azioni pratiche per rispondere a domande nuove di tipo sociale e educativo. Ma chi ha pensato al mondo del commercio? Ai piccoli negozi di prossimità? Ai piccoli market dove si trova un po’ di tutto? Le strategie del commercio dovrebbero servire all’integrazione e i commercianti non dovrebbero sottovalutare l’idea di “formarsi” all’intercultura. 

Chi sta dietro al banco di un piccolo negozio ha i propri modi e le proprie tecniche di vendita. E tuttavia è sempre bene essere disponibili a cambiare qualcosa, a adeguarsi al nuovo. E’ bene non sottovalutare le differenze che costituiscono le identità dei migranti, mettere in atto politiche di vendita e di presentazione della merce che comunichino accoglienza, riconoscimento, valorizzazione, scambio reciproco.
Secondo la prospettiva dell’integrazione, i gruppi stranieri presenti in una città o in un territorio non dovrebbero rimanere chiusi nei propri universi culturali e nemmeno in quelli commerciali. Invece ciò accade sempre più spesso in quanto sono sempre più presenti nelle città i negozi “etnici”, quelli cioè che vendono merci (cibo, articoli di bellezza, abbigliamento) che provengono da paesi molto lontani oppure dai paesi di provenienza dei gruppi di immigrati più numerosi (i rumeni, per esempio). Non c’è da meravigliarsi.Peccato però che, in moti casi, all’apertura di negozi etnici corrisponda purtroppo la chiusura definitiva di negozi tradizionali, familiari, con una storia “locale” dietro le spalle. Questa proporzione invertita (fra le tante nuove aperture e le chiusure di negozi) incide spesso sull’aspetto delle vie e delle piazze di tante città, crea disaffezione e senso di distacco.

A chi compete la formazione continua delle persone – giovani e meno giovani- addette al commercio? Forse alle associazioni di categoria o forse agli enti locali. Oppure si tratta di un’autoformazione che ciascuno dovrebbe curare in modo autonomo. Fatto sta che le città cambiano aspetto appena si esce dal quadrilatero magico dei centri storici. E’ un dato di fatto che chiunque osserva. Personalmente, lo osservo ogni volta che capito a Padova: si attraversano tante strade, trasportati dal rapidissimo tram, dalla zona della stazione alle strade della prima cintura extraurbana e sii vedono tanti negozi vuoti, abbandonati chissà da quanto tempo. Di converso, si vedono tanti negozi gestiti da stranieri, piccoli e attivi. Lo osservo quando, a Torino raggiungo (un po’ in bus e un po’ a piedi) la zona universitaria: ci sono lunghe file di portici molto eleganti, con tanti fondi chiusi o in gran parte occupati da uffici dell’Università, i negozietti più attivi sono quelli etnici, e si intuisce che un tempo sotto quei portici ci dovevano essere negozi di tutti i tipi. Lo osservo camminando in città piccole o medio grandi del Centro: Empoli, Arezzo, Mantova nelle quali, al di là del centro storico – caratteristico, curato, pieno di gente- le strade sono come spente, fiancheggiate da negozi chiusi, come abbandonate a se stesse. Anche il commercio dovrebbe rappresentare una possibilità per creare passaggi comunicativi di qualche significato fra vecchi e nuovi abitatori delle città. Negli ultimi anni ciò non è accaduto: i proprietari di negozi italiani e stranieri che gravitano sullo stesso territorio non solo non si riconoscono reciprocamente, ma si guardano in cagnesco, sono in piena concorrenza..

I paesaggi, gli spazi fisici, le strade, i porti rappresentano luoghi dell’intercultura, dello scambio, della conoscenza fra persone di diverse provenienze. I primi gesti di comprensione interculturale e riconoscimento avvengono non in astratto, ma sui territori, negli spazi fisici, nei luoghi aperti, nelle strade del piccolo commercio, nei mercati rionali.

Oltre che nelle aule, la pedagogia interculturale opera affinché autoctoni e alloctoni possano imparare a ri-conoscersi come persone e, da questo primo passo, possano dialogare, comprendersi. Non solo a scuola o nelle situazioni informali dell’extrascuola, ma anche nel sociale accogliere gli stranieri non è un fatto spontaneo, né istintivo. Chi arriva da lontano ha bisogno di imparare il paesaggio, il territorio, le sue storie. Non è scontato che l’identità di un territorio venga compresa e vissuta allo stesso modo da parte di chi arriva da altrove. Occorre un avvicinamento progressivo che avviene nel corso del tempo, come forma di apprendimento intenzionale. L’affetto per un luogo, il rispetto per una piazza, per un borgo antico, sono tratti che entrano nell’identità dei piccoli come dei grandi.
I simboli dei territori che abitiamo creano omogeneità fra soggetti e mondo, nel senso che sono qualcosa di più di semplici segni, sono carichi di storia, dinamismo, affettività, interpretazione. I simboli di un territorio chiamano in causa la memoria, l’attualità, la scansione del tempo delle persone, fanno parte delle loro strutture mentali, affettive, motorie. Analogamente cambia la percezione che le persone hanno di un luogo, a seconda del punto di vista e del modello estetico da cui si osserva.