Valorizzazione delle diversità in azienda

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I direttori del personale delle aziende contrari all’applicazione del Diversity Management. Solo il 21% delle aziende con più di 250 dipendenti valorizzano la diversità degli individui, mantenendoci a più di dieci anni di ritardo rispetto al resto d’Europa

Addirittura 3 direttori del personale su 10 non vogliono nemmeno sentir parlare di diversity management; 5 direttori del personale su 10 non fanno assolutamente nulla, dichiarandosi a favore ma senza adottare alcuna politica al riguardo e solo 2 su 10 hanno iniziato a fare qualcosa al riguardo.

Ma cosa si intende per diversity management? Semplicemente “l’insieme di politiche, pratiche e azioni che hanno l’obiettivo di valorizzare le diversità degli individui nelle organizzazioni e nei luoghi di lavoro, dove per diversità si intende il genere, l’età, l’orientamento sessuale, l’etnia, la disabilità, i carichi familiari ecc.”.
Ebbene: una ricerca condotta dal Diversity Management Lab della SDA Bocconi School of Management che ha intervistato 150 direttori del personale di imprese italiane con più di 250 dipendenti, delinea “un quadro a tinte fosche” perchè, come scrivono i ricercatori, “ancora oggi si affida al diversity management un ruolo tattico tangenziale: un ‘una tantum’ per dire di stare facendo senza volerlo veramente fare”.

Questo “parlare senza fare” – probabilmente tipico della mentalità italiana – fa sì che oggi l’Italia si rapporti sfavorevolmente rispetto alle rilevazioni – e alle azioni – internazionali, alcune delle quali registravano già dieci anni fa un tasso di adozione del 39,4% in Germania (2004) o addirittura del 48% nell’Unione europea nel suo complesso (2005). Noi siamo, a oggi, ancora fermi al 21%.

Le aziende più grandi sono quelle più sensibili al diversity management: dal 21% di adottanti si passa al 46% per le imprese con più di 1.000 dipendenti. Le imprese adottanti sono, inoltre, quelle con la forza lavoro più diversa: hanno una percentuale maggiore di donne (42% contro 35% nelle imprese non adottanti e non interessate a farlo), di popolazione sotto i 30 anni (23% contro 17%) e dichiarano di impiegare una percentuale di omossessuali pari al 2%, contro l’1% delle altre imprese.

Anche tra le imprese adottanti, l’unica diversità quasi universalmente riconosciuta è però quella di genere (la tematica è coperta dall’84% degli adottanti), con attenzione decrescente all’età (58%), alle differenze etnico-culturali (39%) e all’orientamento sessuale (10%).
Se il 77% degli adottanti considera il diversity management una leva per gestire il benessere dei lavoratori, solo il 23% ha introdotto una figura responsabile e solo il 16% un’unità organizzativa ad hoc, solitamente all’interno della funzione delle risorse umane.

L’indagine ha però evidenziato che anche le imprese adottanti utilizzano un set limitato e generico di pratiche, mentre è noto che non è la singola prassi, ma un sistema integrato che può garantire risultati positivi in termini di clima organizzativo e outcome operativi.

I ricercatori del Diversity Managemet Lab sono Simona Cuomo (coordinatrice), Stefano Basaglia, Stefano Cavallazzi, Bettina Gehrke, Chiara Paolino, Martina Raffaglio e Zenia Simonella. Il laboratorio è supportato da un Advisory Board di cui fanno parte: Michelin, BAA – Bocconi Alumni Association, Siemens, Randstad, AIDP – Associazione italiana per la direzione del personale, Parks, PWA – Professional Women Association Milan, Nestlé, Comune di Milano.

(D.M.)