Allarme Confesercenti: in 7 anni persi 475mila occupati

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Il lavoro autonomo è in crisi. Venturi: “Governo adotti Testo Unico per lavoro indipendente e rispetti lo Statuto delle imprese”

di Daria Contrada, giornalista

In sette anni il lavoro indipendente ha bruciato 475mila posti di lavoro. È quanto emerge dallo studio ‘Occupazione, lavoro autonomo e d’impresa. Il peso delle imprese familiari ed individuali’ realizzato dall’ufficio economico di Confesercenti, dove si legge che negli anni di crisi più intensa, tra il 2007 e il 2014, la categoria ha registrato una contrazione occupazionale di oltre sette punti percentuali, ben più pesante della flessione del 3,1 per cento dei lavoratori dipendenti, nonostante in tal caso l’emorragia sembri più consistente in termini quantitativi, con 575mila posti persi.

Secondo lo studio, i sei milioni di lavoratori indipendenti che fanno occupazione per sé e per i propri familiari e che contribuiscono alla creazione del 20% del PIL sono ora i più precari del mondo del lavoro. Di questi sono oltre 3 milioni e 990mila le imprese senza dipendenti, il 65,4% del totale delle aziende attive; i dati evidenziano che nel 2014 le imprese femminili senza dipendenti sono più di 880mila, il 22% del totale, e quelle giovanili oltre 460mila, il 12%.
Le Regioni più colpite sono la Lombardia, che vede 109.420 aziende rosa prive di personale, la Campania con 98.090 e la Sicilia con 79.252.

Da sempre considerati potenziali evasori, i collaboratori familiari, i professionisti, gli autonomi e le imprese senza dipendenti garantiscono più posti di lavoro rispetto al pubblico impiego ma raramente vengono considerati dalle politiche per il rilancio occupazionale. Eppure gli effetti della crisi iniziano a pesare anche sul lavoro autonomo – per decenni il principale ‘shock absorber’ della disoccupazione attraverso l’autoimpiego – che oggi è un’attività fortemente esposta alla debolezza della nostra economia.

presentazione

Tra gli indicatori più significativi dello stato di crisi del sistema imprenditoriale c’è la lunghezza dell’arco di vita delle imprese, una lunghezza che è andata sempre più accorciandosi. A dicembre 2014 la percentuale di imprese che è cessata entro i primi tre anni di vita è stata del 27,2%, nel 2001 era del 20,3. La riduzione è particolarmente marcata nel commercio, dove muore un’impresa su due, e nella ristorazione, dove scompaiono quasi sei aziende su dieci.
Il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, ha parlato di “migliaia di lavoratori che hanno interrotto le loro attività nel corso di questi anni” ma che “non hanno potuto contare su alcuna forma di protezione sociale o di sussidio”.

La ricetta di Confesercenti per superare l’impasse prevede una maggiore considerazione da parte del governo “del contributo delle piccole e medie imprese alla crescita del Paese e alla creazione di posti di lavoro”. In questa prospettiva occorre lavorare a un vero e proprio Testo Unico del Lavoro Indipendente, che punti alla formazione continua per gli imprenditori, che garantisca le dovute tutele in caso di temporanea inattività, che incentivi le start-up, favorisca l’accesso al credito, sostenga l’imprenditoria giovanile e femminile e promuova un’ulteriore conciliazione vita-lavoro anche per le lavoratrici autonome.

È di pochi giorni fa la notizia diramata dall’Inps di 76mila richieste di contribuzione in soli 20 giorni. Un cambio di rotta nelle politiche aziendali di assunzione? Il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, ha ricordato che “per creare nuovo lavoro, a fianco a specifici interventi sui contratti, resta fondamentale garantire una solida crescita economica. Il premier ha detto che, con le nuove norme, le imprese non avranno più scuse per non assumere. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, ma non bisogna sottovalutare il peso di una crisi durata ben sette anni. Non dobbiamo illuderci ma continuare in questa direzione”; nel momento in cui si profilano possibilità di ripresa economica “la tenuta e il rilancio delle PMI è più che mai una questione cruciale da affrontare soprattutto per le prospettive occupazionali”. A questo proposito Venturi ha denunciato nuovamente lo “scarso peso” che riveste per il governo lo Statuto delle imprese, “una legge fantasma spesso troppo ignorata”.

Durante la presentazione del rapporto, la voce dell’associazione datoriale di Confesercenti ha potuto confrontarsi con le altri parti sociali interessate. Sul fronte sindacale, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha affermato che i provvedimenti del governo hanno “ampiamente saccheggiato” il diritto del lavoro italiano e che il Jobs act “non dà le risposte necessarie per aumentare i posti di lavoro”. Tuttavia i dati dell’Inps sulle nuove assunzioni vanno accolti “molto positivamente, anche se non riusciamo a capire se siamo di fronte a processi di trasformazione dell’occupazione già esistente oppure di occupazione aggiuntiva”. La replica dell’esecutivo al riguardo non si è fatta attendere. “Credo che il nostro governo abbia dato molto” ha osservato il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti. “I temi da seguire sono chiari: i nostri obiettivi sono aumentare il tasso di occupazione e trasformare i contratti precari in rapporti di lavoro stabili. I primi segnali positivi, come riporta l’Inps, ci sono ma serve la pazienza di aspettare dati concreti”.