Ancora sui compiti a casa…

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di Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

Evidentemente molte donne/lettrici che seguono il portale “Donna in Affari” (dunque coinvolte in attività di commercio, business, artigianato, intermediazione immobiliare ecc.) sono anche madri di figli in età scolare e interessate ai temi che riguardano Educazione e Formazione, il titolo di questa rubrica. Scrivo ciò perché l’argomento trattato nell’articolo della scorsa settimana ha suscitato interesse. Una signora mi ha inviato una email sulla mia posta (mari.giusti@gmail.com) per ringraziarmi di quanto avevo scritto nell’articolo intitolato “L’importanza dei compiti a casa”, dicendomi che “ho dato parola a cose che lei pensa ma che non aveva il coraggio di scrivere”. Due ragazzi invece (che hanno letto l’articolo su sollecitazione dei genitori) mi hanno scritto per dirmi che non sono affatto d’accordo e che la pensano nel modo opposto, cioè, in pratica, per loro: niente compiti. Dunque ho deciso di riprendere il tema dei compiti a casa, ma in modo leggero, utilizzando le parole di un grande scrittore contemporaneo francese, Philippe Delerem. Anche lui parla in un suo breve testo (Che bello. Fare i compiti sul tavolo della cucina, dal quale riprendiamo liberamente alcune righe), dell’utilità dei compiti casa.

Parlare dei compiti significa anche parlare di educazione familiare; significa riflettere su quanto l’educazione formale (impartita a scuola) sia collegata a doppio filo con quanto poi i ragazzi fanno, vivono e sperimentano nelle ore dell’extrascuola, a casa, nel tempo libero, nelle ore trascorse da soli o in associazioni o in luoghi dello studio. Per questo è utile riprendere alcune righe dal testo citato di Delerem e commentarle. Scrive così l’autore: “In certe serate d’inverno, quando fuori è già notte, subito dopo la merenda, piazziamo sulla tavola cerata del tavolo della cucina il disordine dei quaderni, delle matite colorate, delle gomme e dei libri di scuola. I compiti si trascinano un po’. Si comincia col più difficile: il problema di matematica, ma la terza domanda è complicata. Con un dito, seguiamo il disegno della tela cerata: due quadretti rossi e accanto dei quadratini azzurri che rappresentano mulini olandesi. Sarebbe bello andare lassù, lontano, al nord. Si tornerebbe da scuola pattinando sul ghiaccio. «Dài, sbrigati! Poi non ci penserai più, potrai leggere, giocare…». La mamma dice qualche frasetta così, fra una cipolla e una carota da pelare..”. Come si diceva nell’articolo precedente, per assolvere al loro ruolo pedagogico di rinforzo cognitivo, i compiti a casa devono essere intesi e vissuti dai ragazzi come qualcosa che è allo stesso tempo molto significativo e leggero; qualcosa che riguarda loro stessi in prima persona e non da vivere come un obbligo imposto dall’alto, né da fare solo perché costretti…. Ciò vale sia se i compiti sono svolti nella cucina di casa, con la supervisione indiretta di un membro della famiglia, sia se vengono svolti in un doposcuola o con l’aiuto di uno studente universitario, sia se vengono svolti insieme alla mamma o al babbo o al fratello maggiore nel retrobottega del negozio di famiglia o nel laboratorio artigiano o nell’agenzia immobiliare della quale la mamma è titolare. Ciò che è importante è che il bambino o la ragazzina acquisisca un po’ per volta il gusto di fare i compiti.
Fare i compiti a casa (con le modalità più varie e diverse, come si è detto) dovrebbe essere inteso piano piano dai ragazzi come un tempo per sé, per rinforzare concetti spiegati dall’insegnante ma anche per creare un’ occasione per pensare, ricordare, immaginare, perfino per stare in ozio per un po’.

Scrive ancora Delerem: “ Le abbiamo mangiato due carote crude, la mamma ha fatto finta di arrabbiarsi. Non si ha voglia di finire i compiti: si sta così bene in cucina, con quegli odori mischiati, l’arancio della merenda, le verdure della minestra.[…] Ora attacco con la storia: nobiltà, clero, terzo stato. Nel disegno, sul libro, la Bastiglia non appare terribile. «Dài, l’avrai imparata a questo punto! Vieni che t’interrogo…».«Aspetta ancora un po’!». Chi se ne importa degli Stati Generali. Il bello è rimanere fissi sull’immagine, sognando l’atmosfera di quell’epoca. Perché bisogna cucinare le carote? Perché bisogna studiare le rivoluzioni? La buccia sgualcita di un aglio cade leggera sul libro. Non so che ora è, la cena è lontana, in casa regna un’agitazione tranquilla, brevi frasi sulla giornata: «Hai sentito?…». Fare le lezioni per casa (come per il ragazzo protagonista delle righe di Delerem) deve essere visto esattamente per quello che è: cioè come uno dei tanti compiti di sviluppo che appartiene a ciascuno di noi, che impegnano certo, ma proprio perché quel tipo di impegno serve a far crescere. Fare uno o due problemi, studiare la storia, fare l’analisi logica sono parte integrante del pomeriggio, delle azioni minute e importanti con le quali un bambino o un ragazzo impara a relazionarsi con se stesso, con gli altri, col mondo, attraverso i suoi libri, i suoi quaderni, le illustrazioni presenti sui libri, le letture (alcune piacciono e affascinano, alcune un po’ meno), gli esercizi (qualcuno riesce, qualcuno no…). E attraverso il tempo (breve o lungo lo deciderà ciascuno a suo modo…) dedicato ai compiti a casa, è possibile imparare a farsi anche qualche domanda su di sé (quali materie mi piacciono? quali mi appassionano di più? in quali mi trovo in difficoltà? a quale professore vorrei assomigliare? come farà la prof. di storia a essere così brava a raccontare gli avvenimenti? come mai il prof. di matematica si è tanto arrabbiato stamattina? che vorrei fare da grande?), sulle cose della vita (che brava la mamma: è tornata da lavorare e si mette fare il minestrone per tutti; se finisco i compiti in un’ora poi ho due ore prima di cenare per costruire il modellino del dinosauro; quando non c’è mio fratello c’è più silenzio però a me piace quando siamo tutti e due…). Scrive ancora Delerem:”Non ascoltiamo per davvero quel che dicono i genitori. Non studiamo per davvero le lezioni. Ci sentiamo un po’ galleggiare, come se non esistessimo più, come se ci tramutassimo nella tela cerata, nelle verdure della minestra, nel libro di storia- come se si diventasse una sera invernale a casa”. Appunto: come si è appena scritto: anche fare i compiti a casa rientra a buon diritto nella costruzione della propria identità, di bambino e di ragazzo. E anche per questo vale la pena impiegarci del tempo.