Educare agli spazi vissuti

mariangela-giusti

di Mariangela Giusti,  Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

In questi primissimi giorni di marzo i canali televisivi e i quotidiani (per non parlare dei siti web) mandano in onda le immagini e i video diffusi dai carabinieri relativi al delitto di Yara, nel Bergamasco. Sono passati quattro anni da quei fatti atroci e finalmente gli inquirenti hanno chiuso le indagini. Le immagini che le forze dell’ordine hanno passato ai grandi network e che essi diffondono sono inquietanti. Vediamo il lento furgone bianco che passa e ripassa (fino a sette volte) di fronte alla palestra da cui (presumibilmente) la ragazzina tredicenne usciva a una cert’ora del pomeriggio; vediamo l’immagine delle strade della zona riprese dall’alto da Google Heart, con indicate le postazioni delle telecamere dei vari edifici che puntualmente hanno colto i tanti passaggi del furgone. Sono inquietanti sì queste immagini e, al di là delle prove che potranno o meno fornire agli inquirenti, hanno a che vedere anche con l’educazione e la formazione. 

Vediamo il passaggio del furgone nel buio di un tardo pomeriggio di pieno inverno. Erano le 18,46: quella ragazzina sarebbe dovuta uscire dalla palestra, dove si recava regolarmente, per tornare a casa. Da sola? Ci chiediamo. Con un’amica, con delle compagne? Vediamo nelle immagini quel vialone riportato dalla telecamera di sorveglianza del distributore di benzina, di fronte alla palestra, e pensiamo a quanto sia complicato e complesso il ruolo dei genitori in tante cose, ma perfino nella conoscenza e nell’uso dello spazio di vita.

Gli spazi vissuti si ampliano col crescere dell’età: dalla casa, al giardino, alla scuola, al quartiere, alla città, al mondo, in contemporanea col crescere dell’autonomia, con l’accumularsi delle esperienze e dei vissuti emotivi.
Questo allargamento progressivo diventa fondamentale negli anni della scuola primaria, quando le conoscenze e le esperienze in ambito spaziale si allargano e viene acquisita dai bambini la capacità di orientamento. Ma non è un’acquisizione automatica. Occorre educazione e formazione continua affinché i bambini possano ampliare le loro rappresentazioni geografiche, affinché inizino a osservare la realtà da punti di vista diversi.

Progressivamente superano la loro visione centrata su di sé. Ciò permette loro di confrontarsi con punti di vista diversi, oltre che di ampliare le proprie rappresentazioni spaziali.
Sono i genitori, di solito, che insegnano i primi ambiti di scoperta geografica, gli spazi più vicini (in termine di distanza e di vissuto): gli spazi domestici, quelli prossimi all’abitazione, quelli interni e esterni della scuola. Quante volte il bambino o la bambina con la madre (o col padre) esplorano questi spazi attraverso l’osservazione diretta? Si esce, si cercano insieme dei punti di riferimento per mezzo dei quali ci si abitua a orientarsi. E un po’ per volta, sui dodici/tredici anni (l’età per l’appunto di quella ragazzina attesa dal furgone bianco quando usciva dalla palestra) i ragazzi si appropriano delle modalità per muoversi da soli, acquisiscono sicurezza e capacità di spostarsi in spazi sempre più ampi e sempre più lontani dello spazio vissuto.

Le immagini che vediamo sui media in questi giorni (e chissà per quanto tempo ancora le vedremo) sono diffuse dai carabinieri forse con lo scopo di trovare nuovi testimoni. Sono fotogrammi relativi a un fatto di cronaca del quale (forse) gli inquirenti non verranno mai a capo. Non limitiamoci a osservare quelle immagini sfuocate con l’idea di intravedere chissà quali novità in una storia tanto misteriosa e tragica. Piuttosto utilizziamole come un’opportunità di formazione. Quelle immagini ci dicono quanto impegno e quanta tenacia occorra nell’educazione dei figli, anche in relazione agli spazi vissuti, anche quando la vita si svolge apparentemente ordinata in un piccolo paese, senza i pericoli e i labirinti della metropoli, ma forse con le stesse medesime insidie e tentazioni.