La TV del dolore, ovvero le “cattive pratiche” televisive italiane

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La differenza tra l’informazione vera e legittima e i programmi di “infotainment”, solitamente gestiti da info-intrattenitori che il pubblico crede giornalisti. Le parole del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti: “Mi chiedo quale sia il concetto di vergogna in questo nostro Paese” 

di Daniela Molina, giornalista

C’è confusione, tra il pubblico televisivo italiano c’è confusione, non vi è dubbio; ma a buona ragione, visto che oggi le principali reti televisive offrono, oltre ai telegiornali e ai seri programmi di informazione condotti da giornalisti, anche programmi di intrattenimento in cui si parla di notizie – soprattutto quelle di cronaca nera o giudiziaria – in modo fintamente approfondito giocando sugli effetti emotivi che si producono nel pubblico soprattutto grazie alla spettacolarizzazione del dolore dei protagonisti dell’evento. Le modalità di conduzione di questi programmi sono quelle dell’intrattenimento puro ma, visto che vengono offerti in chiave di approfondimento delle notizie, il pubblico non comprende quale lavoro faccia il conduttore e lo scambia per giornalista, senza sapere che – se così fosse – quel conduttore verrebbe immediatamente sanzionato dall’Ordine dei Giornalisti per la condotta scorretta e contraria alle norme deontologiche che regolano questa professione. Norme che – lo evidenziamo – hanno forza di Legge.

Viste le cattive abitudini di tali info-intrattenitori, il pubblico spesso investe di significati negativi il termine giornalista o perché pensa che il conduttore sia troppo invadente e faccia male il proprio mestiere di giornalista, o perché – al contrario – sa che quello non è un giornalista e crede che faccia il lavoro di inchiesta giornalistica meglio di un vero giornalista. In ogni caso questi soggetti danneggiano chi svolge seriamente il nostro lavoro, con cura e imparzialità, applicando le regole della corretta informazione.

Stanco di questo stato di fatto, l’Ordine dei Giornalisti ha deciso di portare all’attenzione delle Autorità Garanti della Comunicazione, della Privacy e dell’Infanzia e adolescenza, la situazione presentando loro l’indagine realizzata per suo conto dall’Osservatorio di Pavia Media Research “La televisione del dolore” in cui per tre mesi (dal 15 settembre al 15 dicembre 2014) sono stati monitorati tutti i programmi trasmessi dalle sette principali emittenti nazionali: Rai 1, Rai 2, Rai 3, Rete 4, Canale 5, Italia 1, La7.

http://vimeo.com/123556012


Il risultato dell’indagine
, presentato il 24 marzo, è stato ancora peggiore di quanto ci si potesse aspettare: ben 3 ore al giorno vengono dedicate ai fatti di cronaca con relativi commenti o dibattiti in studio. Il 79% del tempo totale è dedicato in particolare agli omicidi e alle scomparse. Casi nei quali non ci si ferma al momento della notizia ma si va avanti per settimane sullo stesso argomento narrando gli sviluppi delle indagini (anche laddove non ce ne siano e quindi con artifici narrativi) o parlando delle diverse fasi dei procedimenti giudiziari in corso.
L’indagine rivela dunque un’attenzione televisiva alla cronaca nera “molto ampia e costante, una concentrazione su casi ritenuti emblematici che assumono carattere seriale nel racconto televisivo, un’esposizione mediatica massiccia di vittime, familiari e conoscenti in qualità di testimoni del proprio dolore, un’enfasi e partecipazione emotiva elevata di conduttori, inviati e ospiti, una commistione di ruoli fra ospiti tecnici, esperti televisivi e al contempo consulenti di parte, una ridondanza di informazioni e opinioni sui casi di cronaca più noti, una varietà di format televisivi che include al proprio interno racconti di dolore”.

L’attenzione prevalente ai fatti di cronaca nera viene data da Rai 1 con “Storie vere” e “La vita in diretta” e da Canale 5 con “Mattino Cinque” e “Pomeriggio Cinque”. Ma vediamo quali sono stati i programmi analizzati dall’Osservatorio:

  • Rai 1: A sua immagine, Domenica in, La vita in diretta, L‘arena, Petrolio, Porta a porta, Storie vere, Uno Mattina e Uno mattina in famiglia. 
  • Rai 2: I fatti vostri, Protestantesimo, Senza peccato, Virus. 
  • Rai 3: Agorà, Amore criminale, Ballar , Chi l’ha visto?, Come il peso dell’acqua, Gazebo, I dieci comandamenti, Mi manda Rai3, Pane quotidiano, Questioni di famiglia, Report, TV Talk. 
  • Rete 4: Quarto grado, Quinta colonna. 
  • Canale 5: Domenica live, Matrix, Mattino cinque, Pomeriggio cinque, Striscia la notizia. 
  • Italia 1: Le iene. 
  • La7: Announo, Annozero, Coffee Break, Di martedì, La gabbia, L’aria che tira, Omnibus, Otto e mezzo, Piazza pulita, Servizio Pubblico.

presentazioneCome vengono gestite le notizie e le informazioni date ai cittadini in questi programmi? L’Osservatorio ha evidenziato i punti critici (quelli in cui la modalità di trattamento delle informazioni si discosta da quella che dovrebbe essere una precisa tecnica giornalistica) sulla base dei quali certi programmi non possono essere ritenuti di corretta informazione. Essi sono:

  • La raffigurazione strumentale del dolore: l’esibizione del dolore (pianti, volti affranti, violenza, accanimenti morbosi e voyeuristici, soggetti deboli etc.)
  • Lo spettacolo nel dolore: le forme inappropriate del racconto, toni e semantiche inappropriate (litigi, atteggiamenti irrispettosi, generalizzazioni, pregiudizi, sessismo, istigazione all’odio etc.), dibattiti e intrattenimento, gli ossimori pericolosi (omicidio passionale), riempimenti di contorno (i dettagli inutili, le testimonianze superflue etc.)
  • L’eccesso patemico nel racconto: la poetica, immagini e testi allarmanti, effetti sonori amplificanti, suspense, serialità, domande retoriche etc.
  • La narrazione empatica: la costruzione dell’empatia, immagini segnale, cinematografiche e sguardo, miscela di finzione e realtà, coinvolgimento emotivo.
  • Il processo virtuale: processo in TV, TV nel processo, il reality del processo, valutazione delle perizie, credibilità dei testimoni, partecipazione avvocati delle parti etc.
  • • L’accanimento mediatico (the show must go on, se il fine giustifica i mezzi): violazione della privacy e aggressività di reporter.
  • • La logica assorbente dell’infotainment: tv di servizio, finto intento pedagogico, denuncia sociale, indignazione, sdegno, apporto investigativo, condivisione della morale etc.

Studiando come agivano i conduttori e gli inviati delle trasmissioni televisive sopracitate in rapporto a queste criticità l’Osservatorio ha potuto mettere in luce che, in generale:

  • L’attenzione alla cronaca nera è molto ampia e costante (100 ore al mese in media)
  • I programmi si concentrano sui casi ritenuti emblematici (serializzazione)
  • Vittime, loro famigliari e conoscenti sono la categoria di soggetti più rappresentata (56%)
  • Enfasi elevata sulla partecipazione emotiva da parte di conduttori, inviati e ospiti
  • Commistione di ruoli degli ospiti tecnici: esperti indipendenti e al contempo consulenti di parte
  • Ridondanza di informazioni e opinioni sui casi di cronaca più noti: information/opinion overflow
  • La presenza di criticità non appare correlata al particolare format della trasmissione

In estrema sintesi, secondo lo schema interpretativo adottato, le trasmissioni con maggiori criticità sono risultate:

  • Mattino Cinque, 
  • Pomeriggio Cinque/Domenica Live, 
  • Storie Vere 
  • Chi l’ha visto?. 

Con criticità di intensità intermedia, sono risultate:

  • La Vita in diretta, 
  • Quarto Grado 
  • Amore Criminale. 

Uno Mattina e I Fatti Vostri si situano, invece, in un contesto meno problematico.

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Nel presentare alle Autorità Garanti e ai giornalisti in sala i risultati della ricerca, il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino, è intervenuto molto duramente nei confronti di chi offriva al pubblico questo tipo di informazione e relativo approfondimento completamente scorretto, anzi vergognoso. “Abbiamo segnalato il comportamento scorretto dei giornalisti ma anche di chi pensa che l’esibizione del dolore possa servire a moltiplicare il conto in banca di editori e di soubrette” ha detto spiegando i motivi che hanno portato l’Ordine a denunciare questa situazione: “Continuare a fare scempio della dignità delle persone morte non era possibile. Reagire a tutto questo è un’esigenza morale che abbiamo sentito prima ancora che come giornalisti come cittadini”.

I risultati dell’indagine hanno evidenziato che nelle trasmissioni di infotainment sono pochissimi i giornalisti che si abbassano a questi livelli, anche perché raramente sono interpellati o coinvolti.
Ecco chi viene coinvolto maggiormente in queste trasmissioni:
Oltre la metà degli ospiti (55%) appartiene alla categoria che include le vittime, i rei (veri o presunti), i loro famigliari, conoscenti e i semplici concittadini che portano la propria testimonianza. Tale categoria è prevalente in tutti i principali programmi analizzati, anche se in diversa misura: in Pomeriggio cinque, Domenica live e Chi l’ha visto? supera il 70%.
Al secondo posto la categoria Giornalisti (13,2%), presenti in particolare in Storie vere, Mattino cinque e La vita in diretta.
Al terzo gli Esperti (12,6%): si tratta prevalentemente di criminologi, psicologi, genetisti, medici legali etc.

Riguardo ai conduttori e agli inviati, segnaliamo che l’Albo dei giornalisti è pubblico e si trova sui siti internet dell’Ordine dei giornalisti nazionale e di quelli regionali. Invitiamo innanzitutto ogni nostro lettore a controllare se la persona che conduce il programma è un giornalista tramite questo link e a segnalare il comportamento scorretto di chi lo è al Consiglio di Disciplina territoriale di appartenenza (troverete i riferimenti sempre sul sito dell’Ordine).
Per chi non lo è, la segnalazione va fatta alle Autorità Garanti, a seconda dei casi: AGCom, (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), Autorità Garante Privacy, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza. Saranno queste probabilmente le più coinvolte nelle segnalazioni, visto che – come dice il Presidente Iacopino – “Ad occuparsi di queste vergogne non sono i giornalisti”.
Le vergogne cui si riferisce il presidente dell’Ordine dei Giornalisti sono, tra le altre, quelle che ha riferito nel suo discorso di presentazione dell’indagine: “Si oltraggia la dignità dei morti con lacrime finte, recitate il più delle volte; si coinvolgono i familiari delle vittime senza alcun rispetto, nemmeno per i minori, che hanno delle tutele particolari… tutto è legato all’audience che è legato alla pubblicità che a sua volta è legata al conto in banca”.

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Stefano Mosti, Presidente dell’Osservatorio di Pavia Media Research che ha realizzato l’indagine, ha spiegato che queste trasmissioni televisive “si concentrano su pochi casi e li seguono continuamente, anche se non ci sono sviluppi nella vicenda. Prediligono quei casi di cronaca nera in cui le vittime sono donne o minori. Gli ospiti sono nel 56% dei casi familiari, conoscenti o semplici concittadini della vittima o del reo”. E ha specificato che “l’Infotainment confonde, scompone e sovrappone i ruoli per cui diventano tutti opinionisti e questo fa venir meno le responsabilità deontologiche e quelle normative, che comunque vincolano tutti e non solo i giornalisti”.

Enrico Esposto, uno dei ricercatori che si sono occupati dell’indagine, ha aggiunto che l’allontanamento dalle buone pratiche previste dai vari codici, dalle leggi e dalla giurisprudenza (dunque da norme che chiunque è tenuto a rispettare e non solo i giornalisti) è relativo all’informazione, “che dovrebbe essere obiettiva, completa, imparziale” e alla cronaca “che deve attenersi ai principi di continenza”. Dunque non è importante solo il “cosa” viene comunicato ma anche il “come”. Ed ecco allora che questi programmi si discostano sempre più da tali doveri, visto che il dolore viene esibito – e non solo quello dello vittima ma anche quello dell’indagato e della sua famiglia, soprattutto se ci sono figli. Il dolore viene esibito e comunicato nei seguenti modi: con la rappresentazione della violenza, tramite le telecamere di sorveglianza, le riprese dei processi, le testimonianze anche su particolari sensibili, delicati e al limite del morboso. Persino tramite i video prodotti dal reo o con la descrizione particolareggiata delle immagini troppo forti da vedere – soprattutto quando coinvolgono minori e donne, perchè in questi casi le immagini vengono raccontate fin nei minimi particolari per suscitare l’immagine nella mente di chi ascolta e produrre sensazioni di orrore e nausea o, in certi casi, di morboso piacere.
Il dolore viene esibito e usato per aumentare l’audience della trasmissione anche usando il pianto di parenti e amici delle vittime, le loro urla, la loro rabbia – che viene sollecitata. “Si sfruttano le persone deboli, deboli sia per ciò che è loro successo sia perché vengono selezionate tra quelle provenienti da un basso livello socio economico e che non sanno autotutelarsi”.

Più diffusa ancora in queste trasmissioni è la dimensione del patetico, dell’empatico che affianca la spettacolarizzazione del dolore. La narrazione raccoglie tutti i pregiudizi e gli stereotipi accompagnati da commenti e sorrisini inappropriati da parte dei conduttori. Sono i conduttori a fare la differenza, indicando con questi segnali quali sensazioni il pubblico deve avere, dalla parte di chi deve stare.
La narrazione empatica attiva la sfera emotiva a scapito di quella intellettuale. Il pubblico non capisce con il cervello, non usa la testa: usa la pancia. Ci sono programmi specifici che utilizzano questa tecnica: lo sguardo diretto in telecamera, la gestualità spinta, la finta compartecipazione al dolore, la ripresa “in soggettiva”, ovvero con la telecamera che trema un po’, per “portare dentro” lo spettatore.

E che dire del processo virtuale? È la caratteristica di certe trasmissioni: il processo al processo. La tecnica usata in questo caso è quella della critica agli inquirenti che conducono le indagini, “una critica ostentata e pretestuosa che va contro i principi previsti dal Codice per la rappresentazione delle vicende giudiziarie. Si fa il Reality del processo, tramite un eccesso di coinvolgimento che tra l’altro fa sorgere il dubbio che si voglia influenzare il giudizio del vero processo. Infatti vengono esibite prove, testimonianze, perizie; vengono presentati testimoni e periti televisivi che poi si scopre essere periti di parte proprio nel vero processo. I rischi di questo agire sono evidenti: la delegittimazione delle istituzioni e l’interferenza nell’iter processuale”.

In questi programmi vengono anche stravolte tutte le regole della privacy. Inviati aggressivi, pur di trovare notizie anche quando non ce ne sono e riempire gli spazi televisivi, violano la privacy di vittime e indagati e relativi parenti. “Abbiamo visto” riferiscono i membri dell’Osservatorio “inviati che leggevano al pubblico televisivo e-mail private ed sms, che invitavano gli spettatori a leggere le pagine di Facebook della vittima o degli indagati e dei loro familiari”. E attenzione: quando le persone cercano di ritrarsi vengono guardate con sospetto, inseguite per strada. Il loro comportamento viene indicato come se ci fosse la presunzione di colpevolezza invece di quella vigente, di innocenza.

Dulcis in fondo, se tutto questo non bastasse, questi programmi tv utilizzano i “riempitivi di contorno”, ovvero dettagli insignificanti, testimonianze superflue, come quelle del parroco o della sensitiva. E utilizzano la grafica ad effetto, la proposizione seriale delle immagini che continuano a ripetersi incessantemente (esempio una donna che si butta da una finestra? il video si ripete per 12 volte consecutive) senza tralasciare i “primi piani” sulle macchie di sangue sui pavimenti o sugli abiti stracciati e insanguinati delle vittime.

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“Non ci si può appellare all’art. 21 della Costituzione per scusare le porcherie che vengono trasmesse oggi” dichiara il Presidente Iacopino. “Sono coinvolti ampiamente anche i minori in queste porcherie, e in certi casi con informazioni addirittura falsificate. Ma non si può ricondurre tutto ciò ai giornalisti perché queste porcherie non le fanno loro ma persone non iscritte all’Albo: si tratta di soubrette e di altri personaggi televisivi. Su questi non possiamo intervenire: dovete intervenire voi” dice rivolgendosi ai Garanti aggiungendo che “per almeno 30 minuti al giorno queste porcherie passano in tv nella fascia protetta”.

Ma i Garanti recepiscono poco, perché nel proprio intervento continuano a riferirsi ai giornalisti come se fossero questi a non seguire le regole, probabilmente anche loro convinti che i conduttori e gli inviati di tali programmi siano giornalisti e non semplici info-intrattenitori non iscritti all’Albo. Vittime di confusione pure le Autorità Garanti, dunque, che alla fin fine sono solo, anche loro, dei semplici spettatori televisivi di questi spettacoli raccapriccianti.

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