Statuto delle imprese, questo sconosciuto

industria

L’ennesimo treno della ripresa che il nostro Paese si è lasciato sfuggire

di Daria Contrada, giornalista

Lo Statuto delle imprese, una legge “fantasma sempre ignorata”. Negli ultimi giorni si è tornato a parlare di liberalizzazioni, stavolta a discapito delle attività commerciali di vendita di libri, quotidiani e periodici e carburanti. E la Confesercenti si è rivolta al governo chiedendo di “ascoltare le PMI, proprio come previsto dallo Statuto delle Imprese”. Ma di cosa si tratta?

Parliamo di un atto normativo di 21 articoli, di cui uno abrogato, a tutela della libertà d’impresa. Dopo un travagliato iter condotto per mesi in Parlamento, lo Statuto delle imprese, approvato con voto unanime ed entrato in vigore il 15 novembre 2011, ha il nobile scopo di lasciare maggior respiro alle aziende, specialmente attraverso la semplificazione di farraginose procedure burocratiche, che da sempre stringono le imprese nella loro morsa. All’apparenza una riforma parecchio innovativa.

La legge in questione, la 180/2011, si propone di tutelare lo sviluppo della persona attraverso il valore del lavoro, partendo proprio dagli articoli 35 e 41 della nostra Carta costituzionale garanti della libertà di iniziativa economica privata. In essa è contenuto lo Small business act, la Carta europea dei diritti per le piccole e medie imprese, adottato a livello comunitario: uno dei primi provvedimenti tra gli impegni assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione europea ad esser stato messo in atto, benché le imprese lo abbiano più volte definito un “cerotto” alla ferita inferta dal disinteresse e dalle inadempienze dell’esecutivo italiano.

All’articolo 1, lo Statuto ci elenca una serie di obiettivi che il legislatore si era preposto, tra cui favorire l’avvio di nuove imprese, in particolare da parte dei giovani e delle donne; valorizzare il potenziale di crescita, di produttività e di innovazione delle PMI e favorire la competitività del sistema produttivo nazionale nel contesto europeo e internazionale.

Queste le novità più importanti: i rapporti con la pubblica amministrazione sono resi più chiari e trasparenti; vengono introdotti termini certi di pagamento di beni e servizi forniti dalle imprese agli enti pubblici (trenta giorni); in attuazione della direttiva europea sui ritardi nei pagamenti, sono stabilite sanzioni effettive contro il mancato rispetto delle scadenze e qualsiasi proroga del termine di pagamento deve essere espressamente prevista ed “oggettivamente giustificata”; è garantita la concreta riduzione degli adempimenti amministrativi di cittadini ed imprese; le imprese possono far parte di associazioni legittimate ad agire.

Un decisivo passo in avanti verso la crescita delle imprese e del Paese? In effetti la legge si preoccupa anche si fornirci una serie di precisazioni: si definiscono nuove imprese quelle con meno di cinque anni di attività, le cui quote non siano state istituite nel quadro di una concentrazione o di una ristrutturazione e non costituiscano una creazione di ramo d’azienda; imprese femminili, quelle in cui la maggioranza delle persone sia composta da donne e le imprese individuali gestite da donne; imprese giovanili, quelle in cui la maggioranza delle persone sia composta da soggetti con età inferiore a trentacinque anni e le imprese individuali gestite da soggetti con età inferiore a trentacinque anni. Bene, ma questi propositi sono mai stati attuati? Secondo alcune associazioni datoriali la risposta è fortemente negativa: il governo continua ad “ignorare la legge, a disattendere le aspettative delle imprese, e a evitare il confronto”.

E non è finita qui. Va segnalato che dal 2004 esiste anche lo Statuto della società europea, uno strumento che permette di operare all’interno di un quadro giuridico stabile e di ridurre i costi interni dovuti allo svolgimento delle attività in diversi Paesi e di essere quindi più competitive sul mercato interno, avere un’unica immagine europea, una gestione semplificata con normative più agevoli e la possibilità di realizzare una fusione transfrontaliera.

Dati alla mano, in dieci anni sono state create 431 imprese: 137 sono nate nella Repubblica Ceca, 91 in Germania e oltre 200 in altri 18 Paesi UE come Francia, Gran Bretagna o Austria, ma anche Belgio o Cipro. L’Italia spicca per la sua assenza, insieme a pochi e piccoli Paesi come Lituania, Malta o Grecia. Ed è sempre l’Italia, il Paese con il maggior numero d’imprese in Europa, a continuare a primeggiare per leggi fantasma, pagamenti lumaca e disoccupazione record. Peccato, un altro treno perso.