Il consumatore è l’anello debole della catena?

A pochi giorni dall’apertura dei cancelli di Expo Milano 2015 si è affrontato il tema della tutela dei diritti del consumatore con particolare riguardo alla sicurezza alimentare. Se ne è discusso il 23 aprile in occasione della presentazione del nuovo mensile dei Consumi, dei diritti e delle scelte “Il Test”

Se è vero che il consumatore è l’anello debole della catena, è opportuno attuare politiche che lo tutelino e per questo attualmente in Parlamento sono in discussione alcuni Disegni di Legge, ma non è solo grazie alle decisioni politiche prese all’interno di quattro mura che i cittadini possono sentirsi al sicuro: occorre che essi stessi facciano sentire la propria voce, anche in modo polemico se necessario, e lo facciano dialogando con le associazioni di tutela del consumatore, di difesa dei diritti dei cittadini ma anche con gli organi di stampa che possono dar risalto alle loro necessità e alle loro problematiche. Per questa ragione il mondo della stampa si è arricchito, il 24 aprile 2015, di un nuovo organo, quello del mensile “Il Test” che, in vendita in tutte le edicole a partire da tale data, rappresenta in Italia l’unica espressione di giornalismo consumeristico: in pratica – come dice il suo direttore responsabile, Riccardo Quintili – un giornale di parte, sì: dalla parte del consumatore.

Al dibattito realizzato in occasione della presentazione del giornale “Expo 2015: il consumatore è l’anello debole della catena?”, moderato dallo stesso Riccardo Quintili, hanno partecipato:

  • Andrea Olivero, Viceministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali
  • Gian Carlo Caselli, Presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e nel sistema agroalimentare
  • Giorgio Calabrese, docente di Alimentazione e nutrizione umana
  • Maura Latini, direttore generale Coop Italia
  • Riccardo Illy, Presidente Gruppo Illy
  • Rosario Trefiletti, Presidente Federconsumatori

Proprio Trefiletti si è dimostrato entusiasta dell’iniziativa perché “poiché in Europa le associazioni dei consumatori sono praticamente inesistenti e i cittadini europei non hanno voce nemmeno per fare polemica, è bene affrontare questi temi in Italia e diffonderli attraverso la stampa, per poter avere maggiore incisività a livello europeo, in quanto c’è bisogno di maggiori interventi, di impegnarsi meglio rispetto alle tematiche dell’agroalimentare”.
I problemi del settore agroalimentare sono molti e Riccardo Illy ne cita alcuni, che coinvolgono il settore produttivo. In relazione al contenuto dei prodotti alimentari, ad esempio, in passato diverse aziende dichiaravano il falso e facevano concorrenza sleale affermando che il proprio prodotto conteneva un certo ingrediente di qualità mentre gli accertamenti effettuati nei laboratori dimostravano che non era così. Quindi esistevano industrie che si autoproclamavano di eccellenza grazie alla propria produzione di alta qualità danneggiando chi la vera qualità la realizzava sul serio ma non poteva controbattere perché non esistevano leggi in materia. Ancora oggi alcuni mercati, come quello del cacao, sono da controllare e correggere.
Oltre ai produttori scorretti esistevano – ed esistono – anche quelli ingenui. Un altro esempio portato da Illy in questo caso è quello della pizza, che non è tutelata perché nessuno aveva pensato a proteggerla come alimento Made in Italy, tanto è vero che oggi alcuni la “registrano” in America e si pensa addirittura che la vera pizza sia quella americana, che noi abbiamo imitato. Viene da sorridere, a noi italiani, ma in realtà questo è il sintomo di un malessere grave, di una politica scorretta che può causare danni alla nostra economia e alla nostra immagine. Immagine che viene usata a scopi di concorrenza sleale dalle aziende estere, basti pensare al problema dell’Italian Sounding (nomi di prodotti che ricordano quello dei prodotti tipici nostrani, ad esempio il Parmesan) al quale si aggiunge l’utilizzo di colori nel packaging o di descrizioni che richiamano il nostro Paese. Ad esempio Illy indica un produttore straniero che vende caffè e cappuccino solubile imitando il nome italiano e usando una confezione con il nostro tricolore.
A questo proposito rammenta che diversi anni fa la sua azienda elaborò un Disciplinare per l’Espresso, affinché venisse tutelato come prodotto Made in Italy, indicando i parametri per realizzare un vero Espresso, ma alcune imprese del comparto erano contrarie perché ritenevano tali parametri troppo restrittivi e l’idea venne bocciata. “Ora” afferma Riccardo Illy “corriamo il rischio che chiunque faccia un prodotto a base di caffè dichiari che sia un Espresso, e magari il primo che arriva lo registra come vuole e dichiara che l’Espresso è una sua idea e va fatto come dice lui. Così nell’immaginario collettivo si instaura l’idea che non si tratta di una bevanda creata in Italia ma chissà dove, esattamente come è avvenuto per il cioccolato, che nell’immaginario collettivo si crede sia stato inventato in Svizzera mentre è stato creato per la prima volta in Italia, ed esattamente in Piemonte, da Caffarel. E questo sempre perché non pensiamo a tutelare i nostri prodotti, a certificarli per tempo”.

eventoLe aziende dunque commettono errori, e ne pagano le conseguenze. O meglio le paghiamo tutti, in primis i consumatori che si trovano ad avere a che fare con mistificazioni e prodotti scadenti, magari con ingredienti nocivi per la salute. Per questa ragione è importante indicare – cosa che non prevede la Legge – sull’etichetta la provenienza di ogni ingrediente utilizzato in un prodotto. Non perché quelli di provenienza non italiana siano scadenti (d’altronde l’origine italiana non è garanzia di qualità al 100%) ma perché in alcuni Paesi la normativa è più “lasca” e alcuni ingredienti o coloranti o altri elementi chimici usati che da noi sarebbero vietati perché ritenuti nocivi per la salute, in quei Paesi non lo sono e noi li consumeremmo senza saperlo.
A parlare dell’argomento è Maura Latini, direttore generale di Coop Italia, in quanto la sua azienda ha deciso autonomamente di fare un lavoro di tracciabilità “non banale e che va protratto nel tempo, però lo facciamo perché il consumatore ha il diritto di sapere cosa compra e cosa consuma, da dove arrivano i prodotti e i loro componenti”.
È così che tra l’altro si scoprono anche dei dati sorprendenti. Ad esempio che i legumi non vengono più prodotti in Italia. Maura Latini dice: “i legumi non sono più italiani, in realtà vengono importati da altri Continenti. Una volta saputo questo, magari le aziende agricole potrebbero pensare di ricominciare a produrli”. Nemmeno le barbabietole sono più prodotte in Italia, vengono tutte importate. Dunque anche in questo caso ci sarebbe la possibilità di riprendere a produrle.

Un’altra lacuna nelle etichette dei nostri prodotti alimentari è quella degli allergeni. Anche in questo caso la Legge non impone di scrivere sulle etichette quali sono contenuti in un determinato prodotto. La tecnologia ci sarebbe, ma ancora non si pensa a metterla al reale servizio delle persone.

Il Presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e nel sistema agroalimentare Gian Carlo Caselli spiega che alla base di un percorso di legalità in questo ambito ci deve essere il cibo sano che conduce alla creazione di norme certe per il bene comune. E quindi: procedure trasparenti, attenzioni particolari ai soggetti che non hanno forza né voce per esprimersi e – finalmente – l’applicazione della Legge uguale per tutti e con un supporto etico preciso: il rispetto della persona.

Della persona e dunque del consumatore, perché – non dimentichiamolo – siamo tutti consumatori di cibo e bevande. Ma quali sono i crimini agroalimentari più frequenti? Caselli ne cita diversi perché ce n’è una vasta gamma. Per esempio il già citato Italian Sounding che – attenzione – non viene usato solo da imprese straniere ma anche da quelle italiane delocalizzate.
Vengono usate per far venire in mente l’origine italiana anche la figura del Vesuvio o del Colosseo, oppure scritte come “passione italiana” o “gusto italiano” mentre in realtà di italiano non c’è proprio niente.

Un altro crimine in voga in questo periodo è l’uso del Kit fai da te. Acquistando un kit da “apprendista stregone” e seguendo le istruzioni ivi contenute, ci si può fare da soli nell’arco di pochi minuti il formaggio, la mozzarella, il parmigiano, ma anche il vino Barolo o l’Amarone.
Altro crimine citato da Caselli è quello relativo alle tonnellate di alimenti stranieri che finiscono come ingredienti in bevande o cibi di prodotti apparentemente italiani, magari ottenuti con trattamenti che da noi sarebbero vietati perché altamente nocivi.
Ci sono poi le vere e proprie sofisticazioni e altre illegalità sempre più gravi fino ad arrivare all’intromissione della Mafia in questo comparto. Nel comparto agroalimentare infatti la Mafia è presente in ogni parte della filiera ed è in crescita, visto che i suoi introiti in campo agroalimentare in questo ultimo anno sono aumentati di 1 miliardo di euro: “le agromafie non si negano nulla” dice Caselli, “tanto che si può parlare di mafie liquide perché riescono a infiltrarsi dappertutto. Non ci sono zone della filiera senza loro infiltrazioni: dall’orto alla tavola, dal produttore al consumatore e la mafia segue anche la ristorazione, poiché possiede o gestisce numerosi ristoranti. Per combatterla, oltre alle Leggi bisogna puntare su una coscienza civica rinnovata: non ci possono più essere comportamenti equivoci, non bisogna usare scorciatoie, furbizie, compromessi con la scusa del ‘fanno tutti così’ perché se continuiamo a ragionare in questo modo andiamo a sbattere, e siamo già sulla strada buona per andare a sbattere”.

Secondo l’On.le Andrea Olivero questi crimini sono tutti odiosi e l’Italian sounding lo è particolarmente ma l’Italia non deve ragionare soltanto in un’ottica difensiva; deve presentare al mondo il proprio modello, basato sulla biodiversità e sul rispetto delle culture.


“Noi dobbiamo ottenere il rispetto per quello che è il nostro modello e chiediamo agli altri Paesi di non imporci il loro. Per esempio dobbiamo tenere alto il livello di attenzione nei confronti degli OGM per non far rientrare dalla finestra quello che abbiamo fatto uscire dalla porta”. Il Viceministro si riferisce ai rapporti commerciali tra UE e USA, visto che le Leggi nelle nostre due Unioni sono differenti e quindi potremmo ritrovarci a importare dall’America prodotti che noi consideriamo nocivi e che da noi sono illegali. Riguardo all’esempio degli Organismi Geneticamente Modificati, Olivero dice che ci sono molti studi discordanti ma una cosa è certa: i profitti dei contadini che li usano sono scadenti, “non ho visto grande ricchezza da parte di questi coltivatori in America”.

E infatti bisogna chiarire una cosa una volta per tutte: la ricchezza economica non è per forza correlata all’abbassamento della qualità, al danno per il consumatore finale. Bisogna capire – e almeno in questo speriamo che la crisi ci sia stata utile, per aprirci gli occhi – che si può realizzare uno sviluppo economico di successo grazie alla sostenibilità, ambientale e sociale. Crediamo che le aziende che mettono in primo piano il benessere e la salute dei propri dipendenti e dei propri clienti abbiano e continueranno ad avere i risultati economici migliori. E se li meritano.

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Daniela Molina
Direttore di Donna in Affari.it