Il giardino e l’orto ci insegnano: la lezione dell’olivo

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di Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca 

Una domenica trascorsa nell’orto o nel piccolo giardino intorno casa può rappresentare un tempo formativo per noi stessi (se siamo da soli) oppure educativo se siamo con figli, nipoti, amici. Anche in un piccolo spazio (senza possedere grandi appezzamenti di terra), si possono coltivare tante specie di fiori, di erbe aromatiche, di piante arbustive.

Nel mio caso, per esempio, fra giardino e orto, ci sono diverse piante di rosi e quattro olivi. Quando si è con qualcuno, in giardino, è bene raccontare qualcosa della storia delle piante che ci vivono: è un modo per tramandare la memoria familiare (se siamo con persone di famiglia, in particolare se siamo con bambini e ragazzi); ma è anche un modo per ricordare (a noi stessi e agli altri) che perfino i piccoli spazi verdi hanno una storia e che la storia delle città è formata dalle migliaia e migliaia di storie dei giardini che le costituiscono.

Quando si visita a piedi una città nuova capita di frequente di restare stupiti adocchiando l’interno di grandi palazzi, quando si intravedono grandi spazi verdi, curatissimi e inaspettati, in mezzo al caos e al traffico. Così accade in tante strade di Milano o di Roma, ma anche passando dalle strade di città più piccole, come Ferrara. Ancora di più ci rendiamo conto di questa ricchezza verde se utilizziamo le visioni dall’alto di Google map o di Google Heart. Gli spazi verdi dei giardini privati si stagliano netti e dimostrano quanto la cultura e la civiltà di questa parte del mondo (l’Europa) siano cresciute e si siano sviluppate in contemporanea al rispetto dell’idea di giardino.
Il giardino e l’orto ci insegnano ad adattarci alla vita. E’ un insegnamento non da poco.
Se nel giardino che ci riguarda più da vicino ci sono degli olivi, di sicuro potremo ricordare che ciascuno di loro ha una storia: questo fu regalato alla nonna negli anni Ottanta da un suo spasimante; quello lo abbiamo acquistato una volta che abbiamo fatto un viaggio ;questo era piantato in una piccola casa al mare, l’abbiamo portato con noi quando abbiamo veduto la casa. O chissà quali altre storie…

Anche se gli olivi sono un po’ sacrificati perché non dispongono di tutta la terra e di tutto lo spazio di cui avrebbero bisogno, tuttavia la loro presenza, nei giardini di città, dimostra che le piante si sanno adattare, si abituano a vivere anche in situazioni difficili per loro. L’adattamento è un concetto che appartiene propriamente al lessico agricolo così come al lessico educativo.
In alcuni orti o giardini (anche nel mio, per esempio) ci sono olivi selvatici: sono piante in tutto e per tutto simili agli olivi domestici, ma non fanno (e non faranno mai) le olive. Perché? Perché sono specie diverse: le differenze fra le varietà selvatiche e domestiche sono dovute all’opera dell’uomo che ha curato, coltivato, selezionato per millenni gli olivi per arrivare a modificare le loro caratteristiche. Circa 6000 anni fa, nell’Età del Rame, le comunità di agricoltori delle regioni litoranee del Mediterraneo Orientale (nella zona della costa dell’attuale Siria e della Palestina) cominciarono a intervenire sulle piante di olivo a frutti grandi, cominciarono a selezionare le varietà. Si resero conto che potevano ricavare da quei frutti un liquido denso e untuoso, benefico, utile per proteggere la pelle, di sapore aromatico, gradevole, che poteva bruciare facilmente. Il processo di addomesticamento di questa grande pianta è lunghissimo. Quasi tutte le grandi civiltà del Mediterraneo hanno elaborato dei miti per spiegare l’origine del primo albero coltivato: secondo alcuni popoli, la creazione dell’olivo era attribuita a eroi e divinità e considerata un dono prezioso fatto all’umanità (da Osiride, o da Atena, Aristeo, Eracle e altri).

Fino dalle epoche più remote i popoli iniziarono a definire delle precise regole che stabilivano gli aspetti concreti delle pratiche di coltivazione: l’allineamento, la distanza dei filari di olivi. E poi iniziarono a definire le tecniche per ricavare l’olio: una merce molto richiesta nei traffici commerciali mediterranei dell’età arcaica. Anfore olearie ateniesi, corinzie o di altre città sono state ritrovate nei centri coloniali greci: nel Mar Nero, in Africa, in Spagna, negli empori etruschi, nelle città fenicie, nei mercati dei popoli “barbari” dove l’olio d’oliva era visto come un prodotto esotico e prezioso.

E dagli olivi presenti nei nostri giardini cosa mai si potrà ricavare?
Si può ricavare moltissimo. Intanto si ricava da loro un insegnamento silenzioso ad adattarsi: a provare a vivere anche in luoghi ristretti, isolati, senza la compagnia di altri olivi, in un clima arido, con molto smog e sostanze inquinanti, con poco sole e poco spazio. Ma si adattano, non chiedono niente, resistono e offrono bellezza, ombra. Poi si possono ricavare delle olive: vere olive la cui maturazione (se abbiamo figli in età di scuola primaria) possiamo seguire insieme. In primavera vedremo (e faremo notare ai bambini la migna sui rami. E’ una parola desueta, questa, di cui certo i ragazzi di oggi non conoscono il significato: la migna è la fioritura dell’olivo, sono le piccole boccioline che buttano fuori gli olivi verso aprile/maggio. Tutte quelle boccioline diventeranno olive? No, certo. Al primo acquazzone la maggior parte cadrà per terra, ma forse una, due, tre il primo anno e forse qualcuna in più gli anni successivi sì, diventeranno proprio olive. Possiamo seguire la crescita e l’evoluzione di una pianta amica come l’olivo. Possiamo provare a abituare i ragazzi ad affezionarsi un po’ a lei, non come a un oggetto d’arredo, ma come a un essere vivente, che ci chiede poco e ci offre tanto.