La crisi del lavoro o il lavoro della crisi?

montenapoleone

Presentazione della nuova rubrica sul Diritto del Lavoro

a cura dell’Avv.to Domenico Monteleone, patrocinante in Cassazione

C’è nell’aria una indefinita, indistinta, spinta verso il cambiamento. L’imperativo è cambiare, cambiare assolutamente, rapidamente, decisamente. Un ipotetico sforzo – finalizzato a capire se tale cambiamento sia necessario oppure no – diventa uno sterile esercizio ed improbabile accademico o, addirittura, costituisce una inutile perdita di tempo e, come tale, da non tenere in nessuna considerazione. 

Una sorta di “virus del cambiamento rapido e ad ogni costo” si è, insomma, impadronito della nostra comunità statale ed essa non pare più capace di capire se esista una necessità effettiva di cambiare, non pare più capace di verificare razionalmente quale sia la modificazione da perseguire ed attuare e, soprattutto, non pare più capace di cogliere se il cambiamento è fine a se stesso o, peggio, se sia addirittura dannoso.

Certamente ognuno di noi avrà sentito dire – persino con inquietante insistenza – che le leggi e, segnatamente, le leggi che regolano il mercato del lavoro richiedono una profonda revisione. Una profonda revisione che si giustificherebbe con l’esigenza di garantire la sopravvivenza stessa del lavoro di fronte alle sfide della modernità e della cosiddetta globalizzazione. Sembra, insomma, che le norme già esistenti non siano in grado di assicurare il benessere, non siano in grado di assicurare la produzione, non siano in grado di assicurare il commercio, non siano in grado di assicurare il futuro, non siano in grado di assicurare alcunché. Ecco allora che questo cosiddetto cambiamento sarà il tema che ritroveremo – come ideale fil rouge – negli articoli di questa rubrica e ciò perché ritengo che – se non si colgono bene gli aspetti connessi e le implicazioni sottostanti – potrebbe sfuggire la reale portata delle norme attuali, potrebbe sfuggire cosa sta veramente accadendo, dove ci sta portando l’attuale legislazione e quale o, meglio, quali siano le idee guida di questo processo di radicale trasformazione.
In questo senso e con questi obiettivi, mi sembra importante prendere le mosse dal dettato costituzionale in tema di lavoro.

A parte il celeberrimo art. 1, il quale proclama che la Repubblica è fondata sul lavoro, ci sono alcuni articoli che vale la pena di andare a leggere o rileggere:
– L’art. 35 della Costituzione Italiana dispone che “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.”.

  • L’art. 36 sancisce che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.”. 
  • L’art. 38, infine, statuisce che “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.”.

Insomma, se funzione primaria della Costituzione è quella di predisporre gli argini all’interno dei quali far scorrere il “flusso legislativo”, possiamo tranquillamente affermare che – con una Carta come la nostra – il mondo del lavoro ha delle linee guida di grandissima garanzia e di grandissimo respiro, anche culturale. Il problema è vedere se questi argini “tengono” alla “piena” del cambiamento, all’onda lunga delle spinte verso una sostanziale e profonda modificazione dell’apparato esistente.

Il pensiero allora corre al rischio, al problema, al fatto che la odierna spinta al cambiamento pare essere dettata dalla necessità di stare al passo coi tempi e – sotto questo impulso – stiamo assistendo alla profonda modificazione di un sistema che credevamo ancorato a principi assolutamente sacri ed intangibili, poiché derivanti sia della loro appartenenza al rango costituzionale, nonché dalla provenienza da quella sfera – direi ancestrale – che i giuristi sono soliti individuare nel cosiddetto diritto naturale, ossia quel corpo di norme che risiede nell’intimo di ognuno di noi e che ciascuno avverte idealmente come assolutamente imperativo.

L’impressione è – ahimè – che le modificazioni, le riforme, i cambiamenti stiano avvenendo e siano avvenuti senza tenere mente a quei principi cardine. Si pensi, ad esempio, alla retribuzione che dovrebbe essere adeguata a garantire mantenimento e dignità e che – invece – è sempre più bassa, a fronte di un crescente impegno anche in termini quantitativi. Cosa sta avvenendo allora? Quei principi sono ancora vigenti o non sono più validi? Oppure, se sono ancora validi, le nuove leggi vi si stanno conformando? O, ancora, se non si stanno conformando, cosa sta avvenendo nel mondo del diritto e, segnatamente, nel mondo del diritto del lavoro a livello di principi e di idee? Esistono ancora le idee, i principi, gli ideali o ci siamo appiattiti difronte a delle logiche diverse? E, se sì, quali sono queste logiche? Da dove provengono e dove affondano le loro radici?
Sono domande di non facile risposta e ciò non tanto per la loro intrinseca complessità ma, piuttosto, per effetto della immensa confusione scaturente dal flusso magmatico delle informazioni che passano attraverso i media: un’immensa, unica, monolitica confusione deviante che tutto deforma e che rende difficile l’opera tesa ad analizzare i problemi, ad isolare le cause, ad individuare le risposte, le strategie, le alternative.
La parte più difficile mi sembra, appunto, quella di comunicare come stanno veramente le cose e ciò poiché vi è una crescente stagnazione della capacità critica del popolo, che pare accettare supinamente quanto gli viene propinato.

Personalmente, non sopporto che si viva in una società così, che pretende da noi, in fretta e di fronte ad ogni questione, un’accettazione passiva o – al massimo – un sì od un no, secchi, definitivi, manichei. Non è questione di bipolarismo, buonismo o altro. È che la tecnologia avanzata ed il consumo che ne facciamo vorrebbero cancellare ogni lettura verticale della vita e del pensiero. Orizzontali o niente, ed io mi oppongo! Le questioni vanno affrontate, analizzate, sviscerate, pesate, perché è questo l’unico modo per non cadere nella rete di coloro i quali hanno interesse a che tutto sia ingurgitato come un pasto precotto. Questa sarà l’ottica attraverso la quale – in questa rubrica – analizzeremo il mondo del lavoro. Un’ottica che, anche e soprattutto, pretende dalla legge che l’umanità sia messa al centro di tutto e che la stessa legge non sia più arma di dominio nelle mani di pochi ma – più propriamente – sia strumento di elevazione, di miglioramento, di progresso di tutti i lavoratori, di tutti. Sì, di tutti!
Il diritto torni, allora, ad essere strumento di giustizia sociale, ma per il raggiungimento di questo obiettivo è necessario saperlo maneggiare con confidenza ed è altrettanto necessario saperne trarre gli spunti utili per una normale e costruttiva dialettica delle contrapposte esigenze. Il mio intento è di dare una mano in questa direzione.