Viaggi attraverso il mare

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di Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

Oggi ho visto, in due momenti diversi, i programmi televisivi della mattina: ho potuto vedere una parte di Agorà (su Rai 3) alle 8,45 e verso le 12,30 L’aria che tira (su La 7). Sono programmi fatti molto bene, con dibattiti in studio e servizi giornalistici realizzati in esterno. Oggi naturalmente sia i dibattiti in studio sia i servizi in esterno riguardavano la tragedia avvenuta nella notte scorsa nel Canale di Sicilia. Non poteva essere diversamente, dati i numeri dei dispersi e dei morti in mare…
I servizi in esterno erano ambientati sulla baia del porto di Catania, dove era atteso l’incrociatore della marina militare che riportava a terra i 28 superstiti. Le telecamere (in entrambi i servizi) inquadravano un punto tranquillo del porto: nessun affollamento, nessuna scena caotica. Solo la luminescenza, il colore verde, la bellezza del mare e la banchina del porto. Il caos sarebbe arrivato in seguito, con l’arrivo dei superstiti e le necessarie operazioni di soccorso e aiuto.
I due servizi hanno riportato spezzoni di una conferenza stampa del Presidente del Consiglio che (senza dire nulla di preciso) proponeva soluzioni che prenderanno i governi per arginare o per rallentare questo esodo biblico di centinaia di migliaia di persone dall’Africa verso l’Italia. In questo nostro piccolo spazio possiamo condividere alcune riflessioni, forse utili al di là della cronaca spicciola, di cui giornali, televisioni e siti web già abbondano. 

Una prima riflessione è che questo esodo non terminerà affatto. La storia del genere umano è iniziata proprio con una diaspora dall’Africa verso tutte le direzioni e verso tutte le terre possibili. E’ stata una diaspora planetaria che, attraverso i millenni, ha popolato tutti i continenti. I caratteri fondamentali degli esseri umani sono gli stessi: neri, bianchi, gialli, indiani e pigmei mantengono gli stessi caratteri. Ma il movimento di penetrazione, stanziamento e crescita in tanti territori diversi (con climi diversi e caratteristiche geografiche diverse) ha fatto sì che si creassero tante culture, tante lingue diverse, tante tecnologie differenti. La ricchezza dell’umanità sta proprio nella sua diversità.
Il fatto è che dopo centinaia di migliaia di anni da quelle prime diaspore, il mondo occidentale e europeo vive in una situazione di ricchezza, di confort, di tutele sanitarie e di riconoscimento dei diritti; mentre un immenso numero di persone africane, asiatiche, sudamericane vivono nella miseria e spesso in situazioni di guerra. Non c’è nulla da fare: chiunque viva in una situazione di miseria e d’incertezza della vita aspira a procurarsi un’esistenza migliore, oltretutto intravista e sognata attraverso la pubblicità, i media, internet. Non guarda in faccia a nessun pericolo. Parte pur di partire… Il mondo è diventato sempre più unificato (appunto: dai media, da internet, dai social) ma allo stesso tempo è diventato sempre più diviso. Le nuove diaspore (così come quelle all’origine dell’umanità) non si fermano, non c’è modo di fermarle. A meno che la gente non trovi proprio lì, in Africa, le ragioni per restare, le opportunità per non partire.

Una seconda riflessione la facciamo attraverso il riferimento a un film “didattico”, adatto a visioni commentate da fare anche a scuola: “Il sole dentro” (2012, regia di Paolo Bianchini). Il film racconta la vicenda reale e triste di Yaguine Koita e Fodè Tounkara, due adolescenti guineani che scrissero una lettera a nome di tutti i bambini e i ragazzi africani; la indirizzarono “Alle loro Eccellenze i Membri e Responsabili dell’Europa”. Cosa scrissero nella loro lettera? Chiedevano aiuto per avere scuole, cibo, cure. E per essere sicuri che la lettera arrivasse a destinazione, salirono di nascosto nel vano carrello di un aereo diretto a Bruxelles. Per loro due, nell’ingenuità dell’adolescenza, quello era un buon motivo per partire: consegnare a mano una lettera proprio alle persone dell’Europa, a Bruxelles, quelle persone che possono tutto, che hanno tutti i poteri, al fine di chiedere e ricevere aiuto. Anche in questo caso (come per le mille persone affondate nel mare di Sicilia ieri notte) il viaggio ha avuto un epilogo tragico. Nel film la loro storia vera s’incrocia incrocia, dieci anni dopo, con un altro viaggio (dall’Europa all’Africa, questa volta) di altri due adolescenti: Thabo (tredicenne africano immigrato originario di N’Dula, un villaggio africano che neanche lui sa dov’è) e Rocco (quattordicenne di Bari, per un insieme di motivi, rimasto solo al mondo). Provengono dall’Italia, cioè dal Sud di un’Europa piena di contraddizioni, che attira e respinge i popoli, come fanno le onde del mare, che uniscono e dividono. I due ragazzi sono vittime della tratta dei baby calciatori, dalla quale decidono di liberarsi. Con vari stratagemmi attraversano il mare e poi il deserto e dopo tre mesi arrivano al villaggio. E’ un percorso all’inverso dunque: entrambi troveranno proprio nel villaggio di Thabo dei buoni motivi per restare. Probabilmente nei prossimi decenni una possibile soluzione sta proprio in questo: i paesi più ricchi e meglio organizzati dovrebbero aiutare a creare buoni motivi e buone occasioni per le popolazioni per restare e per non disperdersi nel profondo del mare.