I profughi eritrei nelle grandi stazioni

mariangela-giusti

di Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca

E’ difficile non commentare nelle chiacchiere in famiglia o nelle conversazioni nei bar le immagini televisive delle grandi stazioni italiane invase da centinaia di profughi eritrei e siriani. Popoli che si spostano e gruppi numerosi di italiani che li accolgono, che offrono cibo, che si organizzano. Viaggi, spostamenti di fortuna, grandi speranze. Accade così da secoli. Non c’è luogo né regione che si affaccia sul Mediterraneo che non conservi una memoria stratificata di viaggi, di pellegrini e mercanti, di gente in fuga da altri paesi e di arrivi, di storie che a un certo punto si sono fuse, di contatti insoliti, di commerci improbabili. Ciò vale per i territori interni e per quelli frontalieri. Ne sono testimonianza le tante lingue minoritarie storiche parlate sul territorio italiano e tutelate come una ricchezza culturale di tutti, da non disperdere. 

La scuola trasmette punti di vista corretti che formano le menti e le coscienze dei bambini e dei ragazzi; punti di vista che collegano la continuità e la discontinuità del passato e del presente; la varietà delle diverse realtà storico-geografiche, la loro capacità d’incontrarsi. Tutto questo si collega con le vicende dell’attualità, anche con gli arrivi attuali nelle stazioni.
Le diverse aree regionali italiane e l’Italia stessa non devono essere viste dai ragazzi come aree culturali statiche, definitive, concluse in se stesse una volta per tutte. Sono entità geografiche, politiche, antropologiche, demografiche, culturali che si sono formate e si stanno costantemente formando.

Le grandi stazioni di oggi assurgono a edifici simbolo dell’incontro e della fusione di gesti: richieste dei profughi e doni dei volontari che portano cibi e vestiario. Un edificio simbolo del passato è l’Abbazia di Sant’Antimo, che si erge isolata in una zona della Val D’Orcia d Siena. Fu fatta costruire da Carlo Magno, re di Francia, nel lontano Medioevo. E’ un edificio simbolo perché fonde insieme tanti elementi di diversità e di incontro di culture, di uomini in carne ed ossa, di territori lontani. Secondo la leggenda, intorno all’800, di ritorno a Roma, Carlo Magno accampò i suoi uomini colpiti dalla peste in prossimità del fiume Starcia. Un angelo gli apparve in sogno e gli consigliò di raccogliere una particolare erba, disseccarla, farne un infuso col vino e darla ai soldati. Carlo Magno fece ciò che l’angelo gli aveva detto; l’esercito guarì, il nome dell’imperatore rimase legato a quello dell’erba (‘carolina’). Come ringraziamento per un miracolo avuto, l’imperatore fece erigere un’Abbazia che, nei secoli seguenti fu protetta e arricchita dai suoi successori. Lo stile architettonico dell’Abbazia non ha niente del romanico tipico di quella zona, è uno stile nordico, francese propriamente, che tuttavia si è inserito, fuso, integrato nella fisicità, nella memoria e nella storia della Val d’ Orcia come un elemento architettonico e paesaggistico che apre quella valle al mondo senza soluzione di continuità. L’Abbazia è una testimonianza che la cultura artistica internazionale si era creata intorno alle grandi vie di pellegrinaggio. L’interno dell’edificio, straordinario per la purezza delle linee e per il gioco sapiente della luce che penetra attraverso finestre alte, ha un impianto basilicale a tre navate, che va a restringersi verso l’abside.
Popoli in cammino, edifici simbolo, storie che si ripetono attraverso i millenni.