Negozi, scuole, quartieri: sinergie per il decoro

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a cura di Mariangela Giusti, Docente di pedagogia interculturale all’Università degli Studi Milano-Bicocca

Spesse volte mi capita di essere invitata presso scuole superiori o istituti comprensivi per incontri di formazione e aggiornamento rivolti ai docenti sui temi dell’intercultura. Sono convinta che gli incontri che riescono meglio e lasciano tracce significative siano quelli che le scuole organizzano rivolgendosi non solo ai docenti ma anche ai genitori degli studenti e talvolta alle comunità di stranieri. In quei casi gli incontri rappresentano occasioni per riunire le idee e le forze al fine di riflettere insieme sull’intercultura. In seguito all’incontro, per non disperdere l’esperienza, coloro che hanno partecipato da protagonisti (insegnanti, genitori, educatori, persone del mondo produttivo) possono mantenere i contatti fra loro, trovarsi a scuola qualche volta magari per leggere e commentare un libro che la scuola stessa può mettere a disposizione in alcune copie gratuite, fare altri incontri al di fuori della scuola. Le idee e le indicazioni che scaturiscono quando un esperto esterno introduce alcuni temi e poi fa avviare il dialogo, possono crescere e far crescere la conoscenza fra le persone. 

In una fase storica come l’attuale (quando le migrazioni verso l’Italia pervadono ogni giorno tutte le fonti d’informazione) è molto importante che siano le scuole a intraprendere anche piccole azioni di progetto che coinvolgano il personale educativo, le associazioni dei genitori o, se non ci sono, i singoli padri e madri, native e d’altrove, ma anche i commercianti delle strade vicino all’edificio scolastico, piccoli imprenditori e imprenditrici che hanno le loro ditte nei pressi. La scuola ha, in base alle normative, questa specifica funzione di organismo che progetta (per un esame delle ultime circolari rimando a: M. Giusti, Intercultura interdisciplinare, Cortina, Milano, 2014). Due atteggiamenti metodologici e educativi importanti che la scuola può diffondere a livello di Quartiere per potenziare l’approccio interculturale sono la corresponsabilità e il riconoscimento reciproco, necessari tanto in classe quanto per strada, nella vita di ogni giorno, nei Quartiere periferici delle grandi città dove il degrado e il malcontento crescono a dismisura fra la gente. L’obiettivo dovrebbe essere comune: costruire un pensiero interculturale diffuso, creare collegamenti duplici di entrata e di uscita dalla scuola alla società e viceversa.
E’ sbagliato (o utopico) dare per scontato che sia presente in automatico un interesse diffuso verso l’intercultura: non è affatto automatico né nelle aule di scuola, né nei luoghi della formazione extrascolastica, né per strada o al mercato rionale. Il pensiero interculturale può crescere (forse) solo se qualche docente o qualche genitore o qualche dirigente scolastico o qualche figura esterna lo propone, lo introduce, lo fa crescere intenzionalmente, con un sufficiente livello di consapevolezza personale e con buoni materiali da utilizzare.
La corresponsabilità è un atteggiamento etico, ma è anche una pratica quotidiana da condividere, imparare, mettere in atto. Talvolta i docenti sono talmente calati nelle situazioni d’aula, che non hanno piena consapevolezza del senso sociale e politico del lavoro che svolgono. Ma è’ un dato di fatto che alcuni obiettivi che sono stati, in prima battuta, elaborati a scuola, possono in seguito diventare patrimonio condiviso anche al di fuori e diventare parte attiva nel sostegno sociale. Per esempio, proporre modelli d’incontro che tengano in considerazione alcuni tratti delle biografie personali; oppure proporre figure mediatrici; o ancora valorizzare le culture d’origine attraverso racconti reciproci; oppure costruire insieme un progetto che riguarda il decoro di una strada o di una piazza . Obiettivi come questi si collocano all’interno di una finalità generale più ampia che è la difesa e il mantenimento del decoro e della democrazia . Tanto è stato fatto negli ultimi dieci anni, ma non ci si può illudere che basti. Se seguiamo l’evoluzione della cronaca e della storia ci rendiamo conto che l’obiettivo del riconoscimento reciproco è ancora lontano e richiede attenzione, impegno, progetto.