Congedo retribuito alle donne vittime di violenza

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Nel Decreto attuativo del Jobs Act è contenuta una norma sulla conciliazione dei tempi di vita con i tempi del lavoro che riguarda le donne vittime di violenza. Ma il sindacato UIL e il Telefono rosa la criticano: “si tratta di una norma poco applicabile”

Il congedo retribuito per le donne vittime di violenza è di tre mesi. Si tratta di una novità assoluta ma secondo la UIL – Mobbing “tre mesi sono pochi per un percorso riabilitativo mentre per la presidente del Telefono rosa, Gabriella Moscatelli, “la norma è inapplicabile”.

Il Decreto è stato approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri l’11 giugno. Esso prevede, tra le altre disposizioni, all’articolo 23, che le donne vittima di violenza di genere possano astenersi dal lavoro continuando a percepire l’intera retribuzione, sia che siano dipendenti pubbliche sia che siano dipendenti private, anche se collaboratrici a progetto.
Durante tale periodo le donne che hanno subito violenza devono seguire percorsi riabilitativi certificati dai servizi sociali del Comune di residenza o dai centri antiviolenza o dalle case rifugio.
L’assenza dal lavoro non rileva ai fini dell’anzianità di servizio, né della maturazione delle ferie, né dei calcoli della tredicesima mensilità o del trattamento di fine rapporto.

I tre mesi di astensione dal lavoro possono anche essere fruiti su base oraria o giornaliera, nell’arco di tre anni.
Inoltre, la lavoratrice dipendente che abbia subito violenza ha diritto, se lo richiede, alla trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale (verticale o orizzontale) oppure, viceversa, al ripristino del tempo pieno, sempre quando vuole (a sua richiesta).

Ma perché la presidente del Telefono rosa – associazione simbolo della lotta alla violenza sulle donne che da anni si occupa di assistere le donne che la subiscono – ritiene che si tratti di un provvedimento inapplicabile? Secondo lei “intanto le nostre statistiche ci dicono che le donne violentate che hanno un lavoro dipendente sono poche, perché purtroppo la maggior parte non lavora e vive quotidianamente una condizione di debolezza economica. Poi, solo il 7% delle donne violentate sporge denuncia – e questo lo dice l’Istat, confermando la difficoltà di queste donne nel raccontare questa terribile esperienza e figuriamoci l’imbarazzo e il dolore di doverlo raccontare a un datore di lavoro. Per non parlare dei colleghi”.
“Il datore di lavoro ha naturalmente l’obbligo della riservatezza” continua Gabriella Moscatelli, “ma i colleghi si chiederanno il motivo dell’assenza”. Quindi secondo la presidente di Telefono rosa “la norma è uno spot sulle donne; ma, invece di una norma che difficilmente sarà applicata, era meglio scrivere le norme di attuazione del piano nazionale anti-violenza, che ormai aspettiamo da troppo tempo”.

Le altre critiche provengono da Alessandra Menelao, responsabile dei centri di ascolto della UIL Mobbing & Stalking contro tutte le violenze: “apprezziamo lo sforzo del Governo nel trattare la tematica della violenza, ma non possiamo accettare che le donne debbano essere certificate dai servizi sociali, dai CAV e dalle case rifugio. Riteniamo, questo, un ritorno indietro perché così si ghettizzano le donne vittime di violenza, facendo loro subire un’ulteriore brutalità. Inoltre, visto che le politiche di welfare in Italia lasciano molto a desiderare, non per mancanza di volontà degli operatori ma per il continuo taglio dei fondi a loro necessari, tali strutture non potranno essere in grado di fare compiutamente questo lavoro. Si rischia così di non dare assistenza necessaria a molte donne”.
La rappresentante della UIL aggiunge che “tre mesi sono veramente pochi, sia per denunciare che per cominciare un percorso terapeutico che faccia stare meglio le vittime. Infine non capiamo perché le lavoratrici domestiche debbano essere escluse dal provvedimento”. Come centro di ascolto la UIL Mobbing & Stalking auspica che il provvedimento venga modificato al più presto.

Il nostro commento è che forse il provvedimento non sarà completo, forse diverse donne vittime di violenza non applicheranno questo loro nuovo diritto, sicuramente non è giusto obbligarle a una certificazione di controllo di “compiuto percorso” da parte dei centri di supporto (quasi si trattasse di centri di riabilitazione da droghe), però almeno è un inizio. Meglio che niente sarà.

(D.M.)