La pedagogia del dialogo contro i fondamentalismi

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di Mariangela Giusti, Docente di Pedagogia interculturale all’Università degli Studi Milano-Bicocca

La cronaca di queste ultime settimane ci pone sempre più di fronte ai livelli estremi a cui sta arrivando il fondamentalismo religioso del così detto califfato dell’Isis. I casi che ci riportano i giornali e i telegiornali riguardano giovani persone che hanno vissuto per molti anni in Italia, senza che ci fosse nei loro confronti né sospetto né chiusura. In un caso si tratta di una giovane donna che ha abitato per molti anni a Inzago (in Lombardia) e per alcuni anni nel grossetano, insieme a una numerosa famiglia; il secondo caso è un adulto ventiquattrenne che viveva in famiglia a Ponsacco, vicino a Pisa. Entrambi hanno scelto di diventare “formatori” di altri: i familiari in un caso e i propri coetanei nell’altro. Che tipo di formazione proponevano queste persone utilizzando le nuove tecnologie? Formavano a entrare nelle schiere di coloro che “devono” combattere per la jiad (la guerra santa) in nome di Allah. Si sono ascoltate – trasmesse dai media- alcune conversazioni telefoniche intercettate e registrate che sono senza mezzi termini delle farneticazioni senza senso. Si sono viste (attraverso i resoconti resi noti dalla Polizia di Stato) alcune pagine dei siti che il ventiquattrenne aveva predisposto e realizzato per fare sempre nuovi proseliti. Conviviamo tutti – adulti e minori- con questa sorta di pedagogia del terrore con i suoi canali paralleli che agiscono e comunicano in contemporanea ai nostri canali consueti. E i responsabili di giornali e telegiornali si vedono quasi costretti a dare queste notizie perché fanno parte della cronaca e non possono essere taciute. E’ difficile vedere un esito a breve termine e pacifico di questa situazione. Da educatrice, l’unica via che riesco a intravedere è quella diplomatica, del dialogo, della trattativa, del confronto. Ma davvero potrà essere possibile?

Circa un mese fa, in maggio, si è tenuto a Firenze il Festiva delle Religioni, dove si sono incontrate le tre grandi religioni di Abramo (cristiana, ebraica, copta). Uno dei messaggi conclusivi è stato che l’uomo stesso e la cultura dovranno essere gli antidoti ai fondamentalismi proclamati in nome della fede. Il patriarca latino di Gerusalemme (Fouad Twal), il rabbino Steinsaltz e il capo dei cristiani copti si sono mostrati uniti nella volontà di dialogo e nel riconoscimento e nel rispetto nei confronti delle rispettive credenze e fedi. Pochi giorni fa, il 7 luglio, all’interno di una manifestazione a Serravalle Pistoiese (PT) si è tenuto un incontro intitolato “Dialogo sulla Pace” al quale hanno partecipato il vicepresidente della CO.RE.IS (la Comunità Religiosa Islamica, il così detto islam moderato…), il rabbino Josef Levi, capo della Comunità ebraica di Firenze, Gad Lerner, giornalista, e Vito Mancuso, teologo laico cristiano. Sono tutte occasioni certo circoscritte a piccoli numeri di partecipanti, ma ugualmente significative per i rimandi che (anch’esse…come i proclami dell’odio) hanno poi sulla stampa, sui media, sui social. Ma, obiettivamente, le proporzioni sono talmente sbilanciate che davvero non c’è paragone. Tuttavia occorre proseguire nel creare situazioni di dialogo fra le religioni e fra coloro che le rappresentano; occasioni nelle quali sia possibile individuare dei valori comuni, dei progetti che riguardano le persone, la vita della gente che vanno in una medesima direzione positiva. Mi occupo da circa vent’anni di educazione interculturale nelle scuole. Eppure davvero mai come in questi ultimi due anni è stato tanto difficile par passare ai ragazzi universitari un messaggio positivo di rispetto, fiducia, dialogo fra le persone. I ragazzi arrivano nelle aule di scuola o in quelle universitarie, ascoltano le nostre lezioni ma si portano dentro ai loro smatphones e nei loro devices portatili le immagini, i messaggi, le incongruenze, le azioni di guerra compiute dall’altra parte del Mediterraneo. E (notizia dell’ultim’ora) le minacce mirate all’attacco ala capitale italiana. A noi che ci occupiamo di educazione e formazione compete condannare il terrorismo degli stati ed anche il terrorismo fatto in casa dalle singole cellule impazzite o dai singoli individui che, proprio grazie alla potenza del web 2.0, da una sperduta cittadina della provincia italiana possono diffondere messaggi di morte in tutto il mondo. Può bastare il dialogo religioso? Certamente no. Occorre attenzione da parte della politica, del mondo del’educazione, della polizia postale, dei servizi segreti. Sappiamo (da quanto è avvenuto negli anni passati nelle banlieuses francesi) che spesso il terrorismo ha riempito un vuoto di identità, di riferimenti, di prospettive. Parlare di islam non equivale certo a parlare di terrorismo: anche questo è un messaggio che dobbiamo far passare ai ragazzi Ma se non cominceranno proprio le autorità islamiche ad avere coraggio e denunciare situazioni ambigue o pericolose, sarà ben difficile riuscire a scalfire le barriere che si stanno sempre più creando.