Social networks e risorse umane: le esternazioni dei dipendenti tra rischi e opportunità

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Si moltiplicano i casi di dipendenti licenziati o con provvedimenti disciplinari perché hanno postato sui social networks commenti, pareri, fotografie o video poco graditi ai propri datori di lavoro 

di Americo Bazzoffia, libero docente universitario e consulente in comunicazione strategica integrata

Christian Rosso, autista dell’Atac, il 24 luglio ha pubblicato un video di 15 minuti in cui spiega perché gli autobus a Roma non passano mai, tra mezzi non funzionanti e passeggeri esasperati. Il filmato è diventato virale in rete.
cristian-rosso“Tutti i giorni 100 o 200 autisti come me si presentano al lavoro alle 14.30 e sono senza vetture da guidare. Gli autisti tornano quindi in stabilimento, ci restano per ore e voi utenti aspettate e ve la prendete con i pochi che girano, ma l’autista di colpa ne ha poca”.
Rosso mette sotto accusa il rapporto “iniquo” tra i 12 mila dipendenti di Atac e i 5.500 autisti, il costo e il numero dei dirigenti, ecc. E’ l’ultimo caso – e certamente una tra i più eclatanti – di un messaggio critico postato sui social networks da un dipendente di un’azienda, che diventa preludio di provvedimenti disciplinari quando addirittura non si arriva al licenziamento. 

Già nel 2011 Gianluca Schinaia in un articolo (“Se con Facebook rischi il posto”, articolo su L’Espresso del 12/12/2011) riporta molteplici casi di dipendenti che hanno perso il posto di lavoro per commenti lasciati su Facebook e su vari social networks. Schinaia in particolare racconta le storie di Francesco e Fabiola, due dipendenti della Cassa Nazionale dei Commercialisti i quali riportano sul social network le vicende quotidiane che accadono in ufficio, un’atmosfera pesante fatta di litigi e contestazioni. I due ricevono tre lettere di richiamo da parte dei propri datori: la quarta comunica il licenziamento a Francesco, che lavorava all’ente da oltre sette anni.

Oppure la friuliana Sara Amlesù, licenziata, che “sognava il gazebo a Santo Domingo, invece di svegliarsi la mattina per andare a lavorare in azienda”, stessa sorte per una segretaria di una ditta bresciana che aveva scritto nella sua bacheca: “Esprimere un’opinione in ufficio è pura utopia”. Appunto: licenziata. Ma dopo è stata risarcita con ottomila euro.

Una problematica che travalica le alpi: in Australia e negli Usa, prosegue Schinaia, il quadro è ancora più delicato, tant’è che un australiano, Travis Megale, ha creato addirittura un gruppo su Fb chiamato “Fired by Facebook” (licenziato da Facebook) che conta oltre 500 iscritti. Negli States i casi di licenziamento sono più eclatanti: si va da Paula, 21 anni, allontanata per aver pubblicato su Facebook le foto della festa di Natale della sua azienda, alla madre single che ha perso il posto perché sul social network diceva di “lavorare troppo e di trascurare la figlia”. Fino al caso del licenziamento di Samuel Crisp, dipendente della Apple, che aveva criticato l’azienda di Cupertino sul popolare social network.
Come afferma l’avvocato giuslavorista Francesco Rotondi dello studio Lablaw “Negli Usa, ad esempio, un uso giudicato scorretto del proprio profilo su un social può essere motivo diretto del licenziamento. Da noi le tutele dei lavoratori sono molto più rigide e per questo è più difficile allontanare qualcuno per la lesione del vincolo fiduciario attraverso l’uso di Facebook”.

Ciononostante in Italia chi parla male dell’azienda in cui lavora, o dei colleghi, può essere licenziato. Lo ha stabilito recentemente la Corte di Cassazione che, con la sentenza numero 19232 del 14 settembre 2007, ha accolto il ricorso di una struttura sanitaria che aveva licenziato una infermiera perché, tra l’altro, aveva “proferito espressioni offensive sulla capacità e sulla professionalità del personale, e in particolare nei confronti della caposala del reparto di sterilizzazione e nei confronti della caposala del day hospital”. Può dunque perdere il posto il lavoratore che discredita l’azienda parlando male dei servizi offerti e della professionalità dei colleghi.

Dunque da quanto si apprende, autisti, infermieri, impiegati, operai, sindacalisti, ecc. sono tutti caduti nelle maglie della giustizia e nei rigori della Legge a causa da un uso ingenuo dei social networks. Un video realizzato in un momento concitato, la pubblicazione di un commento al vetriolo, l’immagine di un settore o di un processo produttivo riservato, possono intaccare il rapporto fiduciario tra azienda e dipendente e portare a provvedimenti disciplinari e persino al licenziamento. Se questi comportamenti fossero stati attuati nel contesto delle mura domestiche, in una serata tra amici e tra pochi intimi, probabilmente quella stessa foto, quel video e quelle parole di troppo non porterebbero a nulla, e nulla accadrebbe. Il problema è il mezzo.

Chi si iscrive e comunica attraverso un social network (per quanto ritenga di utilizzarlo per creare e alimentare le proprie strette relazioni interpersonali) spesso non si rende pienamente conto di agire all’interno di una “case di vetro”, di agire in piazze molto più ampie di quello che possa immaginare. Ecco che un video postato in un momento di rabbia ad amici e qualche conoscente può essere visualizzato in breve tempo da 30.000 persone, trasformarsi in un reportage giornalistico di interesse generale, ed essere proposto e riproposto su networks d’informazione locali e nazionali. Così è accaduto all’inconsapevole Christian Rosso, autista dell’Atac di Roma, con il suo video in cui voleva spiegare ai suoi conoscenti su Facebook perché gli autobus a Roma stentano a passare e il motivo per cui i Romani non debbano prendersela con autisti come lui. Inconsapevole, o comunque certamente incapace di presagire che il suo video in questo momento avrebbe generato un simile pandemonio e una crisi aziendale di portata gigantesca. Certamente le migliori intenzioni, ma il mezzo impiegato si è rivelato dirompente. Forse è il caso di pensare ad una patente anche per i social oltre che per gli autobus? 

Dal punto di vista delle imprese, già nel 2012, in uno studio sulla comunicazione interna dal titolo “Comunicazione interna, Social media, engagement: verso l’azienda aperta?” condotto dalla società di Methodos si evidenziava come il principale rischio dell’uso dei social networks dai dipendenti in un’azienda era proprio la “diffusione di informazioni sensibili” e ciò dava adito al timore di “perdere il controllo su quanto viene detto e di possibili danni di reputazione” dell’azienda. Ma, come la cronaca ci riporta, data la grande diffusione dei social networks nella società e data la facilità di catturare e diffondere immagini, video e commenti che possono discreditare una azienda, l’impresa oggi è difronte ad un bivio. Continuare ad ignorare il fenomeno oppure gestirlo. Tralasciando per l’evidente insensatezza le argomentazioni riguardanti “il voler ignorare il fenomeno”, per le aziende che desiderano cercare di gestire il potenziale comunicativo (positivo e/o negativo per la propria reputazione) veicolato dai propri dipendenti, il rapporto di Methodos ci suggerisce due strade: “[…] ci muoviamo qui fra i ‘normativi’ e i ‘liberali’. C’è chi punta sulla cultura: far comprendere i vantaggi, indicare i ritorni della trasparenza e c’è chi invece si affida tendenzialmente soltanto alle regole: policy, codici di condotta”.

A nostro avviso l’unica, reale, e proficua via percorribile è quella di informare, formare e costruire una solida cultura in azienda sull’uso consapevole dei social networks. Del resto (guardando il bicchiere mezzo pieno) la presenza dei dipendenti nei social che parlano tra di loro e con altri della loro impresa sembra poter configurarsi anche come un’opportunità. Dai dati della ricerca Dupepuntozero Doxa emerge che i commenti espressi dai dipendenti sui social network esterni sono spesso positivi. I dipendenti sono – in situazioni ordinariamente ben regolate – possibili “sostenitori” della propria azienda nel mondo digitale. Si configurano quindi come un potenziale generatore di reputazione positiva verso l’azienda e i suoi prodotti all’interno di canali digitali personali.
La sfida si configura (e consiste) a questo punto nell’individuazione delle modalità più appropriate per la messa a regime di questa positiva opportunità.