Creare occupazione nel Mezzogiorno? Turismo e agroalimentare

occupazione

Il binomio vincente per l’Italia, con un piccolo boom di nuovi occupati nei servizi di alloggio e ristorazione. Il turismo e l’enograstronomia per uscire dalla crisi occupazionale del Sud. La ricerca del Censis

Si intitola «Il futuro dei territori. Idee per un nuovo manifesto per lo sviluppo locale» la ricerca realizzata dal Censis per il Padiglione Italia di Expo 2015, che è stata presentata mercoledì 16 settembre a Milano da Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, nell’ambito di una giornata di riflessione a cui hanno partecipato, tra gli altri, Cesare Vaciago, Direttore Territori e Contenuti del Padiglione Italia di Expo 2015, Aldo Bonomi, Direttore del Consorzio Aaster, e Fabrizio Barca, Dirigente Generale del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Il dato più rilevante risulta essere che solo nel primo semestre di quest’anno i nuovi occupati nei servizi di alloggio e ristorazione sono aumentati del 5,4% in media, con un piccolo boom al Sud, dove l’aumento è stato del 7,4% rispetto all’intero anno 2013.
Il turismo mostra che solo nei primi cinque mesi del 2015, rispetto all’intero 2013, i turisti sono aumentati di oltre 2 milioni.

Che il Mezzogiorno stia riuscendo grazie a questi comparti a risollevarsi è un dato di fatto e ce n’era veramente bisogno visto che se facciamo un confronto con l’estero vediamo che la regione più ricca d’Europa è l’Inner London in cui il PIL per abitante supera di 6 volte quello di un calabrese.
Da quando siamo entrati nel nuovo millennio, quindi nel periodo 2001-2014, mentre il PIL (Prodotto Interno Lordo, misura di ricchezza) dell’UE cresceva del 17,9%, quello del nostro Sud scendeva del 9,4%. Il rischio dunque – come spiegano gli studiosi del Censis – era quello di una secessione di fatto da parte del nostro meridione.
Basti pensare che Sicilia, Campania, Calabria e Puglia sono le ultime regioni in Europa per tasso di occupazione.

Per ripartire dunque bisogna far leva sulle carte vincenti del Mezzogiorno, che i fatti mostrano essere il turismo e l’agroalimentare. Ma non è solo il Sud Italia a puntare su questi settori. Oggi tutti i territori italiani che mostrano i tassi di occupazione più alti sono caratterizzati da una specializzazione produttiva turistica o agroalimentare.

In Italia tra i primi 30 sistemi locali del lavoro per tasso di occupazione, ben 13 hanno una specializzazione produttiva legata al turismo: da Bressanone a Vipiteno e Ortisei, in provincia di Bolzano, a Bormio, in provincia di Sondrio. E 5 sono a vocazione agroalimentare: da Brunico ed Egna, a Bolzano, a Borgo San Lorenzo (Firenze) e Alba (Cuneo).

Questi dati indicano che la filiera del cibo ‒ dalla produzione alla distribuzione, al consumo ‒ è oggi un formidabile moltiplicatore di opportunità per i territori: agroindustria, ristorazione, turismo diventano le componenti di nuove ibridazioni tra i patrimoni enogastronomici, culturali, paesaggistici, storici dei territori.

Come spiega il Censis, nel primo semestre del 2015 l’occupazione nei servizi di alloggio e ristorazione è cresciuta in Italia del 5,4% rispetto al primo semestre del 2013 (+7,4% nelle regioni meridionali). E negli ultimi tre anni c’è stato un vero e proprio boom di aziende agricole (+48,5%, sono quasi 113.000), soprattutto di quelle che affiancano all’attività agricola altre attività come la produzione di energia rinnovabile (+602%), la lavorazione dei prodotti (+98%) o fanno agriturismo (+16%).

Vincono i territori che sanno rendersi riconoscibili incarnando la “good reputation” del Made in Italy per il mondo, intercettando la domanda globale di tracciabilità e autenticità.

Intanto decolla il turismo: quasi 900.000 visitatori in più nei primi cinque mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (35,7 milioni di arrivi) e oltre 2 milioni in più rispetto ai primi cinque mesi del 2013.

Il mondo del Lavoro: le differenze tra l’Italia e il resto d’Europa

Quattro regioni meridionali (Sicilia, Campania, Calabria e Puglia) si collocano agli ultimi quattro posti della graduatoria europea per tasso di occupazione della popolazione con età tra i 15 e i 64 anni, al di sotto di regioni come le spagnole Ceuta e Melilla, della Réunion francese e addirittura di tutte le regioni della Grecia e del Portogallo.
Tra le prime 20 regioni della UE per tasso di occupazione non è presente nessun territorio italiano: figurano solo regioni di Germania, Regno Unito, Svezia e Finlandia.
Il primo territorio italiano si colloca solo all’86° posto nella graduatoria europea: è la Provincia autonoma di Bolzano, con un tasso di occupazione del 70,8%. E bisogna scendere al 130° posto per trovare la seconda regione italiana nella graduatoria: l’Emilia Romagna (66,3%).
Le regioni meridionali (in particolare, Calabria, Campania e Sicilia, con tassi di occupazione intorno al 39%) presentano valori inferiori alla metà del tasso di occupazione dell’eccellenza europea di vertice, che è la regione finlandese Åland (82 occupati su 100).

Il Mezzogiorno d’Italia: una volta era il più ricco

Tornando al Mezzogiorno, le rilevazioni indicano che negli anni 2010-2014 il PIL del Sud ha registrato una riduzione dell’8% in termini reali, quasi quattro volte peggio rispetto al Nord-Ovest (-2,9%) e al Nord-Est (-2,7%), e quasi il doppio rispetto al Centro (-4,3%).
I dati testimoniano i rischi di una fase terminale di una secessione di fatto del Mezzogiorno avviata nel nuovo millennio, visto che anche nel precedente periodo 2000-2010 il Sud ha perso il 3,3% del PIL, mentre l’economia del Nord-Ovest è cresciuta del 5,2% e quella delle regioni del Centro del 7%.

Ma in passato non è stato sempre così. Negli anni ’70 il PIL del Mezzogiorno aveva registrato complessivamente un +46,4% in termini reali (una crescita maggiore del +45,2% della media nazionale e del +34,1% del Nord-Ovest).
Anche negli anni ’80 il PIL del Sud era cresciuto più che negli altri territori: +30,2% rispetto al +26,9% della media nazionale, al +24,4% del Nord-Ovest, al +25,1% del Nord-Est e al +29,2% delle regioni del Centro.
E pure negli anni ’90 l’economia del Sud cresceva: il PIL era aumentato agli stessi ritmi del Nord-Ovest (+13,8%).
Al contrario, nel nuovo millennio (2001-2014) il PIL del Mezzogiorno è crollato complessivamente del 9,4%, mentre la flessione a livello nazionale è stata dell’1,1%, il PIL della UE a 28 Paesi è cresciuto del 17,9% e quello dei Paesi dell’area dell’euro è aumentato del 13,6%.

Il gap economico tra Italia ed Europa

In Europa il PIL pro-capite più alto si registra nell’Inner London, dove raggiunge 94.100 euro: 25 volte di più rispetto alla regione bulgara Severozapaden, la più povera del continente, dove il PIL per abitante è fermo a 3.800 euro. Nell’Inner London il PIL pro-capite è pari a quello di 6 residenti della Calabria (15.200 euro) e comunque vale il doppio di quello dei residenti della Provincia autonoma di Bolzano, che sono i più benestanti d’Italia (40.000 euro). Un residente a Bolzano ha un PIL pro-capite equivalente a quello di quasi 3 calabresi.

(D.M.)