L’importanza dei racconti lontani e vicini

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a cura di Mariangela Giusti, Docente di Pedagogia interculturale all’Università degli Studi Milano-Bicocca

Fare i genitori diventa sempre più complicato, in quanto è difficile stare al pari con le tecnologie e coi messaggi che i bambini e i ragazzi apprendono da ciò che sta intorno a loro. Che cosa si può fare quando ci si accorge di non avere gli strumenti necessari e le modalità per mettere in atto un’educazione “familiare” come vorremmo dare? Che cosa si può fare quando ci si accorge che non siamo in grado di trasmettere ai nostri figli l’imprinting dell’educazione che abbiamo avuto noi stessi e che vorremmo essere in grado di trasmettere loro a nostra volta?

Un primo consiglio è di non scoraggiarsi e di convincersi che le modalità di educazione familiare cambiano come cambiano i tempi. Pensare di trasmettere ai ragazzi di oggi modelli educativi familiari tipici di trenta o quarant’anni fa è un’aspirazione del tutto illusoria.
Tuttavia, al fine di favorire atteggiamenti di consapevolezza e progettualità (è questo in fondo il senso e il compito dell’educazione familiare) si può cercare di trovare il tempo e il modo di raccontare qualcosa ai ragazzi: racconti familiari, racconti di sé stessi, racconti di qualche membro della famiglia che vive lontano o che non vive più. E’ importante che i ragazzi comprendano vicende appartenenti al patrimonio di vissuto della propria famiglia o del proprio gruppo di riferimento. E l’unico modo affinché ciò avvenga è attraverso i racconti degli adulti.
Se l’adulto/genitore riesce a trovare le modalità e i tempi giusti per raccontare senza annoiare mette in atto una vera e propria azione pedagogica in quanto potenzia le abilità legate all’area dell’ascolto e valorizza l’autonomia di giudizio del bambino o della ragazzina.

Nelle prime settimane di scuola gli insegnanti dell’area linguistico-espressiva (alle elementari) e di lettere (alle medie) lavorano molto con i racconti al fine di potenziare l’area della comunicazione. In particolare quando i gruppi/classe cono plurietnici e plurilinguistici gli insegnanti si pongono come obiettivo minimo che i ragazzi sappiano comunicare anche non verbalmente nel piccolo gruppo durante le attività proposte utilizzando immagini, disegni, la mimica facciale e del corpo.
Tutti i gruppi in apprendimento sono eterogenei, da tanti punti di vista (sociale, linguistico,culturale, ecc.) perciò è importante prevedere codici di comunicazione diversi sia nell’espressione orale che scritta. I bambini e i ragazzi dovrebbero essere in grado di prestare attenzione e mantenerla durante le attività di lettura e di ascolto di storie; di osservare in modo finalizzato e intenzionale le azioni dei compagni e della docente, sapendo cogliere alcuni particolari delle storie. Nell’area cognitiva, attraverso alcune attività specifiche, i docenti sanno affrontare -attraverso il canale della lettura di storie- certe situazioni di difficoltà di alcuni allievi, proponendo vicende relative a esperienze reali. Quando vi sono allievi con difficoltà linguistiche o comportamentali, anche solo saper ascoltare le interazioni nel gruppo e saper cogliere poche informazioni dal racconto proposto risultano essere obiettivi significativi. Sul piano metodologico i docenti spesso abbinano alla lettura di storie e racconti la discussione, lo scambio di idee, il circle time, il brainstorming.

Dunque l’attività del racconto orale da parte di un adulto/familiare o l’attività della lettura di storie e racconti da parte dell’adulto/docente sono ugualmente significative per l’area cognitiva in quanto sono entrambe attività che implicitamente aiutano a cogliere i concetti di trasformazione, di prima/dopo, di causa/effetto.
Le storie, raccontate o lette, lasciano spazio all’immaginazione e ciò consente di affinare un’abilità che risiede in tutti, ma che deve essere sviluppata: l’immaginazione è legata al pensiero analogico-metaforico, spesso sottovalutato a favore del pensiero razionale. Saper raccontare storie familiari (aneddoti, vicende di antenati lontane nel tempo, racconti di viaggi…) significa saper inserire cose e persone in una cornice di senso, in modo sequenziale e temporale. Nella narrazione ciascuno di noi articola sequenze temporali di concatenazione e di cognizione relative al contesto della vicenda raccontata, si muove in senso orizzontale, collega vari elementi a disposizione in rapporto a un’azione, a un’intenzionalità, agli scopi, agli strumenti, alle motivazioni.
Sapersi rappresentare persone e oggetti di una storia che un adulto racconta o legge, significa – per un ragazzo- anche saper rappresentare se stesso nella propria storia, percepirsi come identità e come soggetto protagonista della propria vita.