Pensioni, ancora 50mila esodati da salvaguardare

manifestazione

Il governo è impegnato a trovare una soluzione, ma i sindacati restano sul piede di guerra

di Daria Contrada, giornalista

La settima salvaguardia continua a essere al centro del dibattito politico: mentre i rappresentanti del governo studiano tutte le possibili opzioni, in piazza manifestano le associazioni sindacali.

Il governo stringe sul tema delle pensioni, che resta sullo sfondo della prossima Legge di Stabilità. E al tempo stesso si muove per cercare di trovare una soluzione per quei lavoratori e quelle lavoratrici che nel 2016 si troveranno di fronte ad uno “scalino alto che blocca il turn over introdotto dalla Legge Fornero”. Lo hanno assicurato i ministri del Lavoro, Giuliano Poletti, e dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in audizione presso le commissioni riunite Bilancio e Lavoro di Camera e Senato.
Il ministro Poletti ha confermato la volontà di intervenire sulla materie delle salvaguardie: “le risorse sono lì, non sono state destinate ad altro”, si tratta di definire la modalità per renderle utilizzabili perché “la Conferenza dei servizi non può certificare risparmi su salvaguardie ancora aperte”. E serve, quindi, “un intervento normativo che fornisca la necessaria strumentazione”. Il governo è impegnato ad analizzare la questione a partire dalla legge di Stabilità, ma “compatibilmente con il quadro di finanza pubblica”, ha spiegato il ministro Padoan. “Ogni cambiamento” del sistema pensionistico “va attentamente valutato”, a partire dall’impatto sui conti. Poi sul tema degli esodati: “Non è ancora possibile effettuare un consuntivo” di tutte le sei salvaguardie già adottate, perché “alcune sono ancora aperte”.

Ecco arrivato al pettine il primo nodo: a quanto pare l’Inps ha difficoltà a certificare il risparmio ottenuto con le altre sei salvaguardie e il governo brancola nel buio in attesa di numeri certi. La versione dei sindacati, invece, è diversa: le associazioni a tutela dei lavoratori accusano l’esecutivo di voler utilizzare le risorse per ingraziarsi la fetta benestante di elettori: “Renzi preferisce abolire la Tasi e accontentare alcuni milioni di italiani, piuttosto che promuovere un atto di giustizia”.

“Non vorremmo che le risorse del fondo esodati venissero utilizzate per risolvere problemi importanti, ma più generali come quello della flessibilità in uscita, che va finanziato diversamente” ha precisato il segretario confederale della Cisl, Maurizio Petriccioli, al presidio dei sindacati sotto il Tesoro: “in due settimane di mobilitazione non è cambiato niente, siamo al solito rimpallo tra ministero del Lavoro e dell’Economia”.
La riforma Fornero ha portato “risparmi colossali”, 80 miliardi fino al 2022, ha ribadito il segretario confederale della Cgil, Vera Lamonica: “si potrà prendere qualcosa per i lavoratori? La salvaguardia degli esodati non è in contrapposizione con la discussione in generale sulla flessibilità in uscita. Non si può scaricare sulle spalle dei più deboli il peso di un’operazione che invece si può fare”. Secondo il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti, “il governo è in imbarazzo perché abbiamo creato un grande consenso sul tema della flessibilità pensionistica. Ora lo deve affrontare, non può perdere la faccia. Servono subito risposte agli esodati e con la legge di Stabilità risposte a tutti i lavoratori sulla flessibilità in uscita”.
Anche il segretario confederale dell’Ugl, Ornella Petillo, ha ribadito che “numeri e soldi ci sono, non dobbiamo far entrare questa situazione nel calderone della legge di Stabilità. Il governo vuole annacquare il problema, ma noi non ci stiamo”.

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Dunque i soldi ci sono o non ci sono? Facciamo un po’ di chiarezza. Entrati nelle cronache dopo la riforma previdenziale targata Elsa Fornero, i cosiddetti esodati non sono altro che lavoratori rimasti intrappolati nel limbo, senza pensione né stipendio, perché avevano stipulato accordi con il datore di lavoro per un prepensionamento, ma hanno subìto retroattivamente l’innalzamento dell’età pensionabile. Un calvario che va avanti da anni e che sembra non avere mai fine. Sono ancora molti, infatti, gli esodati non rientranti nella platea dei salvaguardati, che chiedono ormai da mesi che venga approvata la cosiddetta settima salvaguardia, che includa tutti i 49.500 soggetti individuati. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto di previdenza – aggiornati al 10 settembre – su una platea di 170.230 lavoratori, solo 83.396 hanno già iniziato a percepire la pensione. Ad oggi sono state approvate 115.967 domande, non accolte 51.518. In lavorazione ci sono 5.566 richieste di salvaguardia per coloro che si sono trovati senza stipendio e senza pensione dopo la riforma di fine 2011. Il punto di vista dei sindacati è semplice: se fossero accolte anche queste richieste, il numero totale di domande accolte salirebbe a 121.533, dunque si potrebbero coprire ancora 48.697 posizioni. E allora dove sta il problema?
Secondo Pietro Ichino, senatore del partito Democratico, la realtà è che “quasi tutti coloro che oggi si qualificano come esodati e chiedono un nuovo intervento di tutela sono semplicemente disoccupati ultra55enni. Il cui problema sicuramente va affrontato ma con altri strumenti, che privilegiano il loro inserimento nel tessuto produttivo e non sanciscono invece l’espulsione definitiva”.
Ma il governo non ha intenzione di “lasciare soli gli esodati: non lo abbiamo mai fatto visto che sono già state effettuate sei operazioni di salvaguardia, sono già stati investiti 12 miliardi e sanate 125 mila posizioni”. Parola di Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia e uno degli autori di una delle principali proposte in materia: “stiamo verificando la possibilità di trovare soluzioni che rendano compatibili i correttivi della riforma con una blindatura complessiva dei saldi”. Si parte da coloro che si trovano o si troveranno in età avanzata senza lavoro e senza pensione, per poi pensare progressivamente ad una soluzione strutturale più ampia.

Capitolo a parte è la cosiddetta opzione donna, ossia la possibilità di accedere alla pensione anticipata con ricalcolo contributivo. Al momento il governo sta pensando all’uscita anticipata delle donne dal lavoro dal 2016 a 62-63 anni con 35 di contributi: si tratta di una nuova ‘opzione donna’ che prevedrebbe, invece del ricalcolo contributivo, una riduzione dell’assegno legata alla speranza di vita e pari a circa il 10% per tre anni di anticipo rispetto all’età di vecchiaia. Per gli uomini, invece, le strade sono diverse, ma riguarderebbero principalmente quelli che perdono il lavoro a pochi anni dalla pensione.

Si sa, il governo deve far quadrare i conti ed ha la necessità di introdurre misure a impatto zero per le casse dello Stato. Anche perché l’Europa guarda con attenzione al rispetto dei vincoli di bilancio. Ma i sindacati non mollano, chiedono una nuova salvaguardia prima della legge di Stabilità e proseguiranno la mobilitazione finché non arriveranno risposte certe.