Siamo pronti ad una nuova rivoluzione?

americo-bazzoffia

Immagini e riflessioni sulla democratizzazione della riproduzione della realtà: dall’HDR alle ecografie stampate in 3D

di Americo Bazzoffia, libero docente universitario e consulente in comunicazione strategica integrata

È sempre bene guardarsi alle spalle. Non certo perché dietro di noi pensiamo di avere dei nemici, ma perché dietro di noi c’è il nostro passato e, ogni tanto, è bene soffermarsi a riflettere da dove veniamo, per comprendere lo spirito del tempo e provare a sondare il futuro.

Ebbene: se fossimo vissuti nel 1600 e avessimo voluto avere un ritratto con la nostra effige, probabilmente saremmo dovuti appartenere ad una classe molto agiata per poter acquistare l’oggetto dei nostri desideri. E se avessimo voluto mostrare, tornati da un lungo viaggio, alcuni scorci dei paesaggi che avevamo ammirato, la nostra sola possibilità sarebbe stata quella di imparare a disegnare e dipingere. Fino all’avvento del dagherrotipo, e poi della macchina fotografica, i soli che potevano rappresentare se stessi, altri soggetti o paesaggi erano gli artisti, ossia coloro che possedevano la capacità di disegnare, dipingere o scolpire. Dunque la rappresentazione della realtà e la produzione di immagini era in mano ad una élite di individui che, con gradi di originalità e perizia diversi, erano i soli in grado di riprodurre immagini del reale.

Successivamente, i fotografi scalzarono gli artisti nell’annoso compito di documentare il reale, e il mezzo tecnico, per quanto costoso, era alla portata di molti. Anche chi non sapeva disegnare e dipingere poteva realizzare un ritratto o un paesaggio fin nei minimi dettagli.

{gallery}2015/C17-RC45{/gallery}

Ancora fino ai primi anni ’60 del Novecento, almeno nelle classi meno ambienti, la realizzazione di ritratti passava obbligatoriamente per le mani degli abili fotografi, gli unici in possesso di apparecchiature tecniche adatte per lo sviluppo e la stampa delle foto.
In seguito la macchina fotografica divenne strumento alla mercé di tutti, e così anche piccole cineprese per realizzare brevi filmati.

Con lo sviluppo tecnologico, macchine fotografiche e cineprese amatoriali divennero strumenti sempre più sofisticati e precisi fino a giungere ai giorni nostri, dove una media macchina fotografica reflex digitale è in grado di realizzare immagini straordinariamente sofisticate e video dalla nitida definizione: siamo così stati sopraffatti da acronimi tecnici per lo più incomprensibili come HDR o HD, e via di seguito.

Come se ciò non bastasse, molti riescono ad elaborare con fotoritocchi, sovrapposizioni, dissolvenze, ecc. le immagini e i video che hanno realizzato. Questo perché nel progressivo processo di democratizzazione nella produzione delle immagini, anche la tecnica necessaria per la post-produzione si è via via semplificata, ed oggi non solo non si usano più le apparecchiature fisiche necessarie nei vecchi studi di sviluppo e stampa, ma nell’era del digitale anche un economico PC è in grado di contenere sofisticati programmi di video editing e di fotoritocco in grado di trasformare mirabilmente qualsiasi filmino o foto abbiamo realizzato.

Sembrava che con quest’ultimo passaggio, la riproducibilità tecnica delle immagini e del reale avesse raggiunto la sua più alta vetta in termini di democraticità:  ora infatti tutti possono, con una minima spesa, realizzare immagini e video, e con una minima perizia tecnica sono anche in grado di modificarle, assemblarle, ritoccarle, perfezionale, virarle e trasformarle. I mezzi a disposizione di un medio appassionato di fotografia di oggi sono nettamente superiori a quelli a disposizione di Caravaggio o di Canaletto. La possibilità di gestire luci, ombre, contrasti, saturazioni, nitidezze, cromie, effetti, ecc. rendono un ragioniere un potenziale artista.

L’ultima tappa di questo straordinario viaggio è stata però quella segnata dalla “condivisione”, che ha dato all’immagine una nuova dimensione collettiva, sia nel momento della sua produzione (si fa per mostrarla ad altri) sia nel momento della sua fruizione (attraverso i social networks è possibile simultaneamente commentarla e riproporla ad altre persone).

La fotografia, in particolare quella del ritratto, anzi dell’autoritratto, ha introdotto nel dizionario – in virtù della “condivisione e fruizione collettiva” – una nuova terminologia: “il selfie”, ossia lo scatto fotografico realizzato come autoritratto e immediatamente condiviso attraverso Smart Phone e Tablet.

Non siamo ancora stati in grado di dare delle definizioni precise a tutto ciò che in poco più di tre generazioni c’è caduto addosso, che il mondo è già pronto ad una nuova rivoluzione. O meglio: non so quanto sia pronto e consapevole il mondo, ma certamente oggi siamo di fronte a due incomparabili nuove tipologie di esperienze percettive e produttive legate al mondo delle immagini: i droni e le stampanti 3D.

I droni, nati per scopi bellici, sono oggi usati anche come straordinari strumenti per realizzare filmati e documentari aerei. Con poco più di sessanta euro, il ragionier Ugo Rossi può fare quello che pochi anni or sono era appannaggio esclusivo di grandi networks come la BBC e il National Geographic.

E le stampanti 3D, le cui iniziali applicazioni sembravano dirigersi esclusivamente verso impieghi nel design e nella progettazione di oggetti, ma che recentemente sono state impiegate anche nel settore delle immagini. Commovente infatti è un’applicazione delle stampanti 3D (a metà strada tra la scultura e la medicina applicata) in cui una gestante ha potuto accarezzare il volto della sua bambina in grembo grazie ad una stampa 3D ricavata dall’ecografia del feto.

Presto avremo sul comò bassorilievi stampati in 3D delle persone che amiamo, così come ora teniamo portafoto digitali che scandiscono i nostri momenti più belli condivisi su Facebook.

Presto tutti potranno stampare l’ecografia del volto di un bimbo che deve ancora nascere per farlo “accarezzare” agli amici, e chi sa cos’altro ci aspetta.

Siamo pronti a questa ennesima rivoluzione ? Probabilmente no, così come ancora oggi dimostriamo la nostra insensata incapacità di utilizzare il mezzo fotografico e audiovisivo sui social networks.

Ciò che misura lo scarto tra una tecnologia e la sua applicazione è certamente la cultura, ma non una cultura manualistica ed enciclopedica, bensì una cultura che accresca i saperi trasformandoli in virtuosismi.