Grande Guerra: il punto di vista femminile

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Le donne furono protagoniste della Prima Guerra mondiale, al pari di chi andò a combattere al fronte. Il loro ruolo, fatto di molte luci ma anche di ombre, di solito non viene valorizzato e analizzato, probabilmente a causa della mancanza di una visione unitaria degli avvenimenti

di Daniela Delli Noci, giornalista

Il convegno “La Grande Guerra delle italiane. Mobilitazioni, diritti, trasformazioni”, che si è tenuto a Roma a fine settembre presso la Terza Università e che è stato organizzato dalla Società Italiana delle Storiche, in collaborazione con la Fondazione Nilde Iotti, ha promosso un confronto tra studiosi di diversa provenienza e formazione, per verificare in quale misura le indagini di storia delle donne e di genere siano state recepite e abbiano influito sulla storia della guerra in generale.

È passato appena un secolo dalla Grande Guerra, eppure sembra lontano il ricordo dei profughi istriani, per la maggior parte donne e bambini. Persone che un tempo erano agiate e che si erano ritrovate d’un tratto a dover subire violenze di ogni tipo. Persone che, nonostante le avversità, avevano scelto un cammino di speranza.
Le retrospettive dovrebbero servire a capire gli avvenimenti storici e a rifiutare determinati atteggiamenti, eppure ogni giorno c’è chi ritiene che non si debba dare asilo a chi fugge dalla violenza. In occasione della Prima Guerra furono moltissimi gli stupri: si ritiene che la quasi totalità delle donne li abbia subiti, anche se le cifre ufficiali tendono a sottostimare il fenomeno, a causa del rifiuto di denunciare la violenza.

Il metodo di studio degli avvenimenti di quel conflitto è cambiato negli ultimi anni. Come sottolineato da Simonetta Soldani, docente di Storia contemporanea e di Storia politica e sociale dell’età contemporanea presso l’Università di Firenze, l’esplorazione ravvicinata di memorie, lettere e diari di persone comuni, così come l’accresciuta attenzione alle dimensioni culturali e simboliche dei discorsi sulla guerra, carichi di figure e retoriche femminili, hanno aperto nuovi campi d’indagine. È di quel periodo la nascita della figura della madre storica che sacrifica i figli alla madrepatria ed oggi risulta sempre più chiaro che tener conto sia delle donne “in carne ed ossa”, sia delle narrazioni e delle proiezioni immaginarie costruite su di loro e sugli stereotipi connotativi del femminile, permette di arricchire e di approfondire la conoscenza degli sconvolgimenti apportati dalla Grande Guerra.

“Le donne svolsero un ruolo fondamentale in movimenti dal significato politico” ha detto Roberto Bianchi, del Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo dell’Università di Firenze. “L’opposizione alla guerra divenne il tratto comune di lotte sorte per motivi diversi, che a volte riuscirono a incontrarsi nella diverse forme di contestazione -civile, annonaria, agraria, industriale – senza riuscire mai a unificarsi sul piano politico. La rarefazione della presenza di uomini adulti aprì spazi di azione e di protagonismo per donne di età e condizioni sociali diverse”.

Molte furono le forme di protesta: le lotte in merito al tesseramento, con l’assalto ai forni; le ripetute opposizioni alla partenza dei soldati, in particolare dei “ragazzi del ’99”, chiamati alle armi poco più che adolescenti; le rivendicazioni e le battaglie per la terra, il lavoro nelle campagne, l’ottenimento dei sussidi; le marce per la pace e gli assalti ai municipi; i grandi scioperi; le processioni religiose indirizzate contro la guerra. Ciò permise alle donne di avere un rapporto diverso con le istituzioni e può dare a noi, oggi, la possibilità di leggere questi fenomeni in un quadro d’insieme.

“Le donne erano convinte di non fare politica, ma di rispondere ad un’esigenza etica” ha sottolineato Beatrice Pisa, della Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Scienze politiche “e quello delle conferenziere di guerra è un fenomeno non sufficientemente studiato”.
Numerosi studi hanno messo a fuoco la vastità, la ricchezza e l’eterogeneità della mobilitazione femminile nel corso del conflitto, eppure l’attività di propaganda politica delle donne ne emerge come estremamente minoritaria. Nel corso della guerra una miriade di donne dai nomi poco noti svolse un’azione intensa in favore della guerra italiana: letterate, pubbliciste, persone appartenenti al mondo della scuola, sentirono la fascinazione del conflitto ed espressero il desiderio di andare al fronte. Vasta fu l’attività delle conferenziere nelle sale e nei teatri comunali, nei cinematografi, nei circoli di lettura, negli ambienti scolastici. Non mancò chi si spinse in zone di guerra, nelle retrovie per parlare con la popolazione locale, con i soldati in riposo, con i feriti negli ospedali da campo.

Perfino i bambini furono protagonisti del conflitto, come illustrato da Laura Guidi, docente di Storia contemporanea all’Università Federico II di Napoli. Abbandonando l’immagine borghese ottocentesca di un’infanzia disciplinata, protetta e separata dal mondo adulto, i più piccoli divennero oggetto di una specifica e pervasiva propaganda di guerra e furono mobilitati in attività a sostegno della guerra; al contempo, divennero un’icona di tale propaganda.
Le differenze di genere vennero rielaborate in chiave nazionalistica, assegnando ruoli distinti ai bambini e alle bambine e mettendo al centro le madri, le educatrici e le scrittrici per l’infanzia. All’epoca si cercava di insinuare un senso di colpa nelle bambine, asserendo che padri e fratelli combattenti si stessero sacrificando per loro; il solo modo di estinguere quel “debito morale” era quello di diventare madri e di donare figli alla patria.

“Attraverso i bambini si educavano le famiglie al rigore, all’austerità e al risparmio” ha sottolineato Laura Guidi “e si cercava di indurle a boicottare tutto ciò che veniva dalla Germania, ad esempio i giocattoli, che erano molto apprezzati in Italia”.
I giornali infantili creavano piccoli eroi che compievano gesti coraggiosi contro i croati; più in generale, le testate infantili non esitavano a pubblicare storie e disegni pieni di crudezza, con manifestazioni di esultanza quando il nemico veniva brutalmente ucciso.

Un risvolto particolarmente pesante della guerra fu l’atteggiamento verso i bambini nati in seguito agli stupri: fu messa in discussione la sacralità della maternità e si giustificarono l’abbandono e l’aborto, che vennero visti come una necessità. In Francia si arrivò addirittura ad assolvere una donna accusata di infanticidio, che nel sentire comune era considerato un atto di guerra indispensabile per evitare una “contaminazione”. I bambini nati da atti di violenza, secondo questo modo di pensare, si potevano anche abbandonare e lasciare che la chiesa provvedesse alla loro sussistenza.

Nei territori del fronte, in particolare nell’area veneta dove furono vissute esperienze peculiari rispetto al resto dell’Italia, le donne assunsero un ruolo attivo nell’emergenza e diedero un supporto alle truppe, divennero responsabili di organizzazioni assistenziali e di Comitati di difesa e assistenza, si occuparono dell’evacuazione delle città e delle colonie. “Le donne vissero esperienze inedite, drammatiche, radicali, che segnarono profondamente la loro esistenza e la loro identità” ha precisato Nadia Maria Filippini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia “sia in senso negativo, accentuando il loro ruolo di vittime, sia, con tutte le cautele del caso, in senso positivo, stimolando assunzioni di ruoli e di responsabilità.”

I profughi furono soprattutto donne e bambini, stanchi, pallidi, smunti. Le situazioni che dovettero affrontare furono prevalentemente drammatiche: famiglie disgregate, bambini persi nella fuga, gravissima indigenza, condizioni degradanti. Spesso furono circondati da rancore, inimicizia, diffidenza.
La storia si ripete ancora oggi; cambiano solo le etnie e le situazioni che fanno scaturire il conflitto. Oggi come allora, le immagini di chi soccombe a simili tragedie scuotono le coscienze, soprattutto se chi muore è un bambino in tenera età.