Il welfare aziendale nelle imprese italiane

prof-pesenti

Una giornata di studio organizzata da Confindustria Firenze ha indagato sul ruolo (sempre più importante) che il welfare aziendale sta assumendo nelle imprese italiane. E intanto il Parlamento ha approvato una riforma della normativa vigente

di Giuditta Boeti, giornalista

È possibile creare valore economico creando valore sociale. Ne sono convinte le sempre più numerose imprese che sostengono il welfare aziendale come strumento utile per generare ricchezza. Proprio mentre il Parlamento procedeva all’approvazione della Legge di Stabilità 2016 – che conterrà importanti novità sul fronte del welfare aziendale – a Firenze si discuteva di questo moderno strumento di “benessere organizzativo”, nel corso del convegno di studio organizzato da Confindustria Firenze, dal titolo “Welfare aziendale: nuova frontiera delle relazioni industriali per la conciliazione vita – lavoro, fattore di sviluppo dell’impresa”.

I benefit messi a disposizione dalle aziende ai propri dipendenti riguardano:

  • l’area della ristorazione attraverso buoni spesa e ticket restaurant, 
  • l’assistenza sanitaria con rimborsi per le spese mediche ed esami specialistici, 
  • rimborsi per i libri scolastici o borse di studio. 

E sta aumentando il numero delle aziende che riconoscono ai propri dipendenti la possibilità di gestire il tempo in modo flessibile, uno strumento importantissimo soprattutto per le lavoratrici perché concede loro flessibilità in entrata ed in uscita, facoltà di aspettativa, periodi sabbatici non retribuiti, banca ore, job sharing, part time e telelavoro.

“Il welfare aziendale è un modo con cui fornire servizi strategici per migliorare la qualità della vita dei dipendenti e di conseguenza il benessere delle imprese” ha spiegato Mauro Gatti, professore ordinario di Organizzazione aziendale dell’Università La Sapienza di Roma “perché il capitale umano è la più importante ricchezza di cui un’azienda dispone”.

“Le imprese” ha aggiunto “nel prestare ai dipendenti servizi in passato erogati dallo Stato, si qualificano come soggetti attivi del sistema di welfare e questo ruolo è destinato a crescere quanto più le imprese dimostreranno di poterlo svolgere con efficacia. Molto resta da fare soprattutto se si guarda alle possibili sinergie tra sfera pubblica e sfera privata, ad oggi ancora carenti. Ma, se inserito in un circuito perfettamente integrato, il welfare aziendale potrebbe diventare una leva significativa di innovazione sociale, in grado di produrre esternalità positive rilevanti” ha concluso Gatti.

L’intervento di welfare più diffuso nelle aziende di grandi dimensioni italiane è il fondo pensione (lo sostengono l’87,5% delle imprese), seguito dal fondo sanitario (supportato per il 60,6%) e dai prestiti agevolati (39%).
Questi dati sono stati illustrati, nel corso dell’incontro fiorentino, da Luca Pesenti, ricercatore del Dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica di Milano, che ha anche rilevato come ad un maggiore tasso di sindacalizzazione in una azienda corrisponda un welfare più forte, seppur intrappolato nelle maglie strette di una normativa ormai datata.

Ed è proprio su questo aspetto che il Governo è intervenuto con la Legge di stabilità 2016: al suo interno infatti è contenuta una modifica generale del quadro normativo “per renderlo più chiaro e facilmente fruibile dalle aziende, e più adeguato in termini di tipologie di servizi e limiti di esenzione” ha spiegato alla platea fiorentina Diego Paciello commercialista e consulente aziendale in tema di welfare.

“I limiti di deducibilità previsti dalla normativa” ha chiarito “sono ancora fermi agli importi in lire, e si dispone di una soglia di deducibilità del 5 per mille dell’ammontare delle spese sostenute dall’azienda per servizi ai dipendenti. La modifica normativa apre quindi all’idea che il welfare non sia una regalia che l’azienda fa al lavoratore ma riconosce che sia un investimento che genera valore”.

Le ragione della recente impennata nella diffusione del welfare aziendale sono da ritrovare – secondo il vicepresidente di Confindustria Firenze, Franco Baccani – nella profonda crisi economica che ha coinvolto l’Italia. Davanti a buste paga asciutte gli imprenditori hanno deciso di offrire ai propri dipendenti pacchetti di beni e servizi gratuiti o a prezzi molto calmierati. Il modello è senza dubbio conveniente perché il valore dei benefit è superiore a quanto un lavoratore riuscirebbe ad acquistare con un aumento in busta paga, soggetto alle normali aliquote fiscali.

L’auspicio dell’associazione degli industriali fiorentini è che possano venire fuori sinergie fra sindacato, imprese e Stato, per andare a coprire quei gap che si stanno creando nel sistema del welfare aziendale. Una sfida che è stata accolta dai due segretari nazionali confederali di Cgil e Cisl intervenuti alla giornata di studio; per Franco Martini, di Cgil, “occorre incardinare questa problematica su due assi. Intanto è necessario pensare al welfare come un terreno complementare rispetto allo stato sociale, e poi si deve parlare di un sistema di diritti che tenga conto di un mercato del lavoro dove precarietà e flessibilità saranno sempre più l’elemento caratteristico considerando che i giovani hanno rapporti di lavoro stop and go”.

Superare la normativa vigente, magari includendo tra i servizi agevolati anche quelli destinati ai lavoratori che supportano familiari non autosufficienti è il desiderio espresso da Gigi Petteni, segretario nazionale confederale della Cisl. “Dobbiamo spostarci da una dimensione solo nazionale e andare nelle singole aziende a capire quali sono le specifiche necessità dei lavoratori. Facendo accordi di welfare si tutela meglio il salario e si stimola la produttività delle nostre imprese” ha concluso.