La società dagli occhi bassi

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L’abuso dei telefonini e della connessione permanente tra arte, ricerca sociale, impresa e pubblicità

A cura di Americo Bazzoffia, libero docente universitario e consulente in comunicazione strategica integrata

Siamo una società permanentemente connessa: è questa la inevitabile conclusione che possiamo dedurre andando in metrò, salendo su un autobus, guardando le persone al parco o mentre sono sedute in un ristorante. 

Ormai lo smartphone, il telefonino, è la protesi più importante del nostro corpo e della nostra mente. Attraverso il telefonino controlliamo le e-mail, chattiamo con gli amici o ne controlliamo i loro profili, condividiamo foto e video, mandiamo sms e mms, giochiamo con i videogames e con le App, ascoltiamo musica o navighiamo in rete. Il nostro sguardo sempre più spesso – e nelle situazioni più disparate – si abbassa, e poi si concentra in ciò che appare e vieni notificato nel piccolo schermo dei telefonini.

Stiamo diventando una “società degli occhi bassi”, concentrata sul mondo, ma un mondo lontano dalla propria fisicità e dagli esseri e dagli ambienti che viviamo fisicamente.
Pertanto continuiamo spessissimo a sentirlo ripetere: la tecnologia si è impossessata di noi. Siamo dipendenti, ossessionati, malati di smartphone, pc, tablet e quant’altro.

Anche gli artisti se ne sono accorti e – sempre più spesso – assistiamo a iniziative che denunciano l’uso e l’abuso di queste tecnologie. L’ultima, dal punto di vista cronologico, è quella di Erik Pickergill.
Eric Pickersgill ha 29 anni e di mestiere fa il fotografo. Così, nei mesi scorsi, ha girato gli Stati Uniti scattando decine di fotografie di persone normalissime che facevano una cosa normalissima: guardavano i propri cellulari. Poi, in studio, ha “cancellato” i telefonini dalle immagini, per vedere l’effetto che faceva. E l’effetto è impressionante: i soggetti raffigurati risultano essere estranei a se stessi e a ciò che li circonda.
Con questo progetto fotografico, Pickergill ha messo in luce la nostra dipendenza, ma non si è limitato semplicemente a fotografare persone con gli occhi bassi sullo schermo. Per creare un effetto denuncia e caricare gli scatti di significato, ha deciso di sottrarre proprio l’oggetto della loro attenzione. Il suo foto-progetto si intitola infatti “Removed” (“Rimosso”) e immortala le persone in momenti di vita quotidiana, rimuovendo quello che è, in ogni scatto, il centro della loro attività: il cellulare.
L’idea gli è venuta osservando una famiglia di New York: tutti intenti a giocare con il proprio smartphone tranne la madre: “C’era una bella luce e la madre, che non stava usando un dispositivo, mi ha fatto vedere la situazione come fosse una fotografia” spiega il fotografo. “Non ho scattato quella foto, ma esiste nella mia mente come immagine molto evocativa”.

A questo ha invece pensato circa un anno fa il regista Matthew Abeler, uno studente di comunicazione mediatica ed elettronica alla Università di Northwestern con il video “Pass The Salt” (letteralmente “Passami il sale”) con il quale ha vinto il Best Comedy Award al 2014 Five16 Film Festival. Lo spassoso e divertente video parla dell’influenza della tecnologia sulle relazioni. Commenta lo stesso Matthew sul canale youtube: “Uno spunto di riflessione su come i social media hanno estraniato le persone dalla realtà che li circonda, una società dove i rapporti sociali sono stati sostituiti da sms e comunicazioni indirette di qualsiasi genere”.
La storia è ambientata in una tipica cena di famiglia, dove genitori e figli, seduti a tavola, condividono uno dei momenti più importanti dal punto di vista relazionale.
Come sempre più spesso accade tra i giovani di oggi, i due figli iniziano a distrarsi con i loro smarthpone disinteressandosi della cena e ovviamente dei genitori. Il padre, invece di rimproverare i due figli, con un’idea brillante mette in scena un qualcosa che li lascerà a bocca aperta e riuscirà a destare la loro attenzione: inizia a scrivere un testo su una vecchia macchina da scrivere, lasciando sbigottiti i due figli adolescenti.

Il video pone l’accento su uno degli usi ritenuto più sgradevole del telefonino: l’uso mentre si è tavola. Infatti, una recente ricerca della Pew Research Center ha rivelato che l’88% delle persone ritiene scorretto usare il cellulare durante la cena, gli intervistati della fascia giovanile però la pensano diversamente.
Dall’indagine emergono anche altri aspetti importanti sull’accettabilità dell’uso sociale degli smartphones. Per l’82% usare il proprio device durante “occasioni sociali”, anche se occasionalmente, non è proprio utile per stringere conversazioni o legami individuali. In generale il 94% degli intervistati ha affermato che è inappropriato usare lo smartphone durante gli incontri e una percentuale simile ritiene che non possa essere utilizzato in particolari contesti come al teatro o in chiesa.

Dalla ricerca non emerge solo una visione critica e di condanna verso chi ha cattive abitudini nei contesti sociali, infatti pare ci siano alcune occasioni pubbliche in cui ormai adoperare il proprio dispositivo ed estraniarsi è considerato “socialmente accettabile”. Ad esempio, per oltre il 70% degli intervistati si può usare il telefono quando si cammina per strada, alla fermata dell’autobus, in metro o sui mezzi pubblici, e in uffici e in negozi per ammazzare l’attesa in coda aspettando il proprio turno.

Sappiamo bene quanto la dedizione a questo mezzo di comunicazione sia ormai una prassi comune, e lo sanno bene anche le aziende di servizi telefonici e i produttori di smartphones che continuamente sollecitano all’uso e all’acquisto di questo mezzo. Tanto che ormai possono anche ironizzarci sopra.
Per esempio rendersi conto che la batteria del proprio smartphone è in fin di vita, per molti equivale a una catastrofe imminente ed ineluttabile di proporzioni bibliche. È stata questa l’idea alla base dell’ironico spot di Mophie, società che produce custodie per cellulari con batteria supplementare. La réclame, diretta da Christopher Riggert e creata per il Super Bowl statunitense, traduce in immagini lo scenario apocalittico vissuto negli ultimi istanti del telefonino ricordandoci che “Se il tuo telefono muore, Dio solo sa cosa può accadere”…

Ma non tutte le imprese sollecitano il mercato in questo modo. Alcune sembrano avere una maggiore consapevolezza e un maggior senso di responsabilità sociale. Come il caso della Thailandese DTAC che ricorda nel suo spot di “Disconnetterci per connetterci” con le persone accanto a noi, altrimenti scompaiono come avviene nello spot televisivo.

Forse prima o poi anche per le aziende di telefonia e di servizi telefonici si dovrà iniziare a pensare di far obbligatoriamente aggiungere nei loro messaggi promozionali e pubblicitari un avviso per l’uso consapevole che eviti gli abusi e dipendenze. Solo considerando le proprie merci come se fossero alcolici, farmaci, o giochi d’azzardo – forse – si potrebbe sollecitare una maggiore attenzione all’uso di questi strumenti.
C’è comunque un problema da non sottovalutare quando si paragona la tecnologia a un buco nero che inghiotte la vita sociale delle persone. Questi messaggi infatti si sono concentrati esclusivamente sul lato negativo del fenomeno, non menzionando nemmeno i vantaggi di avere uno sconfinato archivio di informazioni sempre con sé o di essere in contatto permanente con decine e decine di persone.
“Lo schermo dello smartphone non è un’infinita partita a Candy Crush Saga” scrive John Herrman “ma una ricca esperienza sociale. Quello schermo può riempirsi di amici, e l’attenzione che gli diamo non è meno giustificata o nobile di quella che diamo a una serata con gli amici. Da questo punto di vista la dipendenza da smartphone non ha senso: non si può essere drogati di tecnologia più di quanto lo si è per un panorama, una canzone o un libro”.

Del resto un recente studio del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca dal titolo “Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde” a cura di Marco Gui, evidenzia in primo luogo le attività principali che vengono svolte settimanalmente su Internet. Le più diffuse sono quelle di comunicazione con amici e conoscenti tramite le varie piattaforme disponibili (Facebook, Twitter, MSN, Skype): chattare (83%), commentare i post di amici e compagni (77%), aggiornare il proprio profilo e scambiarsi contenuti (65%) costituiscono le attività più diffuse online. Quindi decisamente l’uso degli smartphone e di internet non sembra spingere verso l’isolamento e il disadattamento, ma anzi sembra una nuova modalità di espressione della socialità.
Sempre nello studio seguono le pratiche di ricerca di informazioni (notizie, approfondimenti tematici) tra il 35 e il 53% e gli usi ludici (giocare ai vari videogames) tra il 26 e il 34%. Decisamente minoritarie sono infine le attività creative e di produzione di contenuti originali (commenti, testi, musica, video, ecc.) che sono praticate da una minoranza di studenti, tra il 4 e il 9%.

La società sta cambiando, e con essa cambiano pratiche e comportamenti tradizionali. Probabilmente la rivoluzione telematica in atto lascia dietro di sé ampie sacche di resistenze, timori ed incomprensioni. Quel che consola, sembra volerci dire uno spot della compagnia telefonica indiana MTS, è che nelle nuove generazioni l’uso delle tecnologie della comunicazione è assolutamente “naturale”. Nello spot infatti una donna dà alla luce un figlio “nato per Internet”: un bambino che subito dopo il parto è già in grado di cercare sul web le informazioni per tagliare da solo il suo cordone ombelicale e per mettere online i suoi primi istanti di vita…
Ci aspettano nuove generazioni, nuovi fenomeni, nuove realtà da tenere – queste sì – sotto il nostro sguardo…

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