Pensionati globalizzati: l’analisi dell’Inps

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Pensionati in fuga, assistenza sociale garantita all’estero e negata in Italia, immigrati che sostengono il nostro sistema pensionistico

di Daniela Delli Noci, giornalista

È un ritratto pieno di paradossi quello che Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha fatto del nostro Paese; l’occasione l’ha fornita la presentazione del Rapporto World Wide Inps su pensioni, emigrazione e immigrazione, avvenuta a Roma il 29 settembre. 

I lavoratori stranieri danno vita a quello che Boeri ha definito il fenomeno del “social free riding”, che permette agli italiani di avvantaggiarsi dei contributi versati all’Inps dagli immigrati rientrati in patria e ignari del fatto di poter accedere con relativa facilità al regime pensionistico italiano. Molti non sanno, infatti, di avere il diritto di richiedere la pensione e che dal 1996 la normativa è meno restrittiva.

“Si tratta di tre miliardi di risorse affluite al sistema previdenziale” ha sottolineato il presidente dell’Inps “e il fenomeno è in crescita”. Una somma, questa, su cui si può già contare, perché si riferisce a persone con cittadinanza non italiana con più di 66 anni, che non hanno ricevuto prestazioni previdenziali, né rimborsi di alcun tipo; si tratta del 21% del totale.

La proposta di Tito Boeri è concreta: perché non utilizzare questa somma per creare un fondo da destinare alle politiche di integrazione degli immigrati?
Il gruzzolo potrebbe diventare più ampio negli anni a venire, quando avranno maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia i nati tra il 1949 e il 1981, titolari di posizioni contributive ante ’96.
Effettuando un calcolo approssimativo sui 56 miliardi di contributi ad oggi versati dagli stranieri, si potrebbe arrivare alla somma di 12 miliardi di euro applicando la stessa proporzione relativa ai pensionati ante ’49: il 21%.
Abbassando ulteriormente i punti percentuali (ad esempio al 5%) si avrebbe comunque un flusso di free riding annuale di circa 375 milioni di euro, da capitalizzare nel corso del tempo. Una somma comunque consistente.
“Pensiamo sia importante utilizzare le informazioni di cui l’inps è in possesso” ha precisato Boeri “per analizzare fenomeni complessi come quello migratorio. Alcuni di questi risultati sono di grande rilevanza anche sul piano delle scelte politiche ed economiche.”

Sul fronte dell’emigrazione, il presidente Inps ha suggerito di investire in servizi per gli anziani, al fine di ridurre la fuga dei nostri pensionati e di invogliare quelli stranieri a venire a vivere in Italia.
Il bel Paese, che dovrebbe risultare appetibile per il clima e i panorami mozzafiato, induce invece i suoi abitanti alla fuga. Si tratta di persone che – pagando le tasse e vivendo in un Paese straniero – depauperano le casse italiane di importanti risorse. Non solo: l’Italia, riconoscendo la portabilità della parte non contributiva delle pensioni, paga assegni ai pensionati emigrati oltrefrontiera, dando un aiuto concreto ad altri Stati, molti dei quali con un reddito più alto del nostro.

Il Rapporto ha preso in esame il periodo 2003-2014, durante il quale quasi 37 mila pensionati hanno deciso di emigrare all’estero, con un’impennata nel 2014; quelli che rientrano sono appena 25 mila. “È un fenomeno che ci preoccupa per gli effetti anche sulla base imponibile: sono persone che si fanno liquidare la pensione all’estero e che non consumano in Italia” è l’allarme del presidente dell’ente.

In Europa dal 1992 non è più autorizzata la portabilità della parte assistenziale, ma il nostro paese continua a riconoscerla negli altri Stati del mondo. “L’Italia paga, di fatto, l’assistenza sociale agli altri Paesi, pur non avendo una rete propria degna di tale nome – ha affermato Boeri. “È una scelta politica; in Italia non abbiamo risorse per chi oggi cade in povertà, eppure versiamo milioni l’anno per queste prestazioni, che dovrebbe invece pagare lo stato di residenza. Perché non smettere di versare le prestazioni non contributive all’estero?” L’Inps, tra l’altro, assicura a questi pensionati lo stesso trattamento riservato a quelli che riscuotono in Italia e non può fare controlli sull’effettiva titolarità del diritto.

Giuseppe Conte, direttore centrale Convenzioni internazionali e comunitarie dell’Inps e curatore del Rapporto, ha tracciato un profilo dei pensionati all’estero.
Le pensioni di vecchiaia erogate a pensionati maschi sono più del doppio rispetto a quelle erogate a donne, a conferma che l’emigrazione maschile è stata più numerosa e che, per il loro ruolo nell’organizzazione familiare e per le difficoltà ad accedere al mondo del lavoro, non sempre le donne hanno maturato una contribuzione utile per accedere alla pensione.
Il dato riferito al numero totale delle prestazioni erogate all’estero dall’Inps, tuttavia, risulta sbilanciato a favore delle donne, che percepiscono la pensione di reversibilità del marito in misura nettamente superiore rispetto agli uomini.

La presenza di pensionati Inps è concentrata nelle zone storicamente scelte dai nostri emigrati: Europa, America del Nord e del Sud, Australia; sono poche migliaia, invece, quelli che risiedono in Asia, Africa e America centrale.
I pensionati più giovani preferiscono l’Europa, luogo di residenza del 73% dei percettori di età compresa tra 60 e 64 anni ed il 30% di quelli al di sotto dei 70 anni. Negli ultimi anni un numero sempre crescente di titolari di pensioni, anche di fascia medio-alta, preferisce emigrare verso Paesi in cui vi sia un adeguato livello di servizi sociali, soprattutto sanitari, con un costo della vita più basso di quello italiano e un peso fiscale inferiore.
“Si tratta di fenomeni che nei prossimi anni saranno sempre più importanti e per questo abbiamo voluto fare questo Rapporto, il primo organico in materia” ha sottolineato Conte.