Sbarca a Roma la Global WIN Conference. Il potere è rosa

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La presidente Boldrini cita le stime del Fondo Monetario Internazionale: senza donne a lavoro l’Italia perde 15 punti di Pil

di Daria Contrada, giornalista

Integrità, successo, impegno, responsabilità, flessibilità, equilibrio. In due parole: essere donna. È questo in estrema sintesi il tema della Global WIN Conference, una tre giorni di workshop, panel e press room dove un migliaio di donne provenienti da tutto il mondo si sono confrontate sul tema ‘Inspire the world: with insight, grace & action’.

WIN sta per Women’s International Networking, un’organizzazione internazionale di leadership femminile che sviluppa, responsabilizza e mette in relazione donne con una visione femminile, autentica e globale. Giunta ormai alla sua 18esima edizione, WIN è diventata il punto di riferimento per donne consapevoli e moderne che lavorano a livello internazionale. “Abbiamo creato WIN sedute intorno al tavolo della mia cucina, con lo scopo di prepararci per il futuro ed essere parte attiva del cambiamento”, ha raccontato la sua fondatrice, Kristin Engvig, spiegando che la kermesse permette al gentil sesso di scoprire “come è meglio mettere a frutto le qualità di leadership tipicamente femminili come la propensione a collaborare, l’empatia, l’intuizione, l’integrità e la condivisione”.

Ma come si fa a far emergere i talenti femminili? Una guida in sette punti ci spiega cosa fare:
– stabilire la leadership aziendale per la parità di genere;
– trattare uomini e donne con lo stesso rispetto sul posto di lavoro;
– tutelarne la salute e la sicurezza;
– promuovere educazione, istruzione e sviluppo professionale delle donne;
– realizzare lo sviluppo d’impresa;
– promuovere l’uguaglianza attraverso iniziative pubbliche;
– monitorare e riportare pubblicamente i progressi ottenuti nella parità di genere.

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Secondo il sondaggio che WIN conduce annualmente tra i partecipanti al convegno, nel 2014 il 72% degli intervistati concordava con l’affermazione “credo che chi decide nella mia organizzazione riconosca il potenziale di leadership delle donne”: cinque anni prima solo il 54% era d’accordo con quanto detto. E forse non è un caso se nello stesso arco temporale è cresciuto anche il livello di fiducia nelle proprie capacità, dal 56 al 63%. Lo studio ha confermato che le performance di società che includono donne nel proprio top management sono migliori rispetto a quelle in cui manca l’apporto femminile.

Passiamo ora al linguaggio di genere. Fuori e dentro il Parlamento ci si batte da anni per declinare al femminile professioni e cariche, invito peraltro supportato dall’Accademia della Crusca che già dai tempi della ministra Fornero aveva dato il suo placet per la versione ministra. Ma come prosegue tale battaglia? Ne abbiamo parlato nella pausa tra un panel e l’altro con una delle attiviste dei diritti femminili, Lorella Zanardo: “passi avanti sono stati fatti, ma c’è ancora molto da fare. Bisogna avere il coraggio dell’impopolarità”, proprio come ha fatto una delle ladies di ferro della politica europea, Angela Merkel, portando alla creazione di un neologismo dopo la sua elezione a cancelliere tedesco. Su questo tema si è espresso anche il professore di Sociologia e Studi di genere della Stony Brook University di New York, Michael Kimmel, evidenziando che “uomini e donne sono la stessa cosa, vogliono la stessa cosa. È nell’interesse delle aziende avere in posizioni di vertice entrambe le figure, per coniugare al meglio le diverse capacità di ognuno”. In realtà al momento ciò avviene in pochissimi Paesi, “l’elenco si conta sulle dita di una mano. Non si rendono conto di ciò che hanno”.

Ospite d’onore dell’evento, la presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha portato la sua testimonianza di donna, madre e lavoratrice. Nel suo discorso ha affrontato il problema della violenza, dei tanti stereotipi e discriminazioni di cui le donne sono ancora vittime, anche nel nostro Paese, a partire dal linguaggio, che “riflette la struttura del potere: basti pensare al ‘signor ministro o signor presidente’ usati anche se rivolti a donne. Ho cercato di cambiare questa impostazione ma mi è stato detto che fosse inaccettabile, allora ho cominciato a prenderla con ironia. Ogni donna deve agire per rimuovere gli ostacoli di genere, e la cosa più importante è che non bisogna delegare, ma lottare in prima linea per raggiungere tali obiettivi”. Sulle pari opportunità “l’Italia ha fatto un lungo percorso ma mi sento di dire che, seppure dobbiamo fare ancora molta strada, siamo a buon punto. Ricordo sempre con soddisfazione che il primato di questo Parlamento è stata la ratifica della Convenzione di Istanbul che promuove l’educazione, cerca di dare gli strumenti a uomini e donne per fare in modo che non si arrivi alla violenza ma, quando ci si arriva, dice anche che la violenza è una violazione dei diritti umani”. Ciò detto in Italia solo il 47% delle donne lavora, e “purtroppo quando lavorano guadagnano anche meno. Questo significa che non è ancora chiaro che quando le donne lavorano il Paese ha tutto da guadagnarci. Basti pensare che uno studio del Fondo monetario internazionale ha dimostrato che non incentivare la presenza femminile nel mondo del lavoro fa perdere all’Italia ben 15 punti di Pil”.

Nell’aria c’è urgenza di cambiamento. Le donne si stanno manifestando per quello che sono: graziose, coraggiose e al tempo stesso furiose, pronte ad esprimere se stesse nel mondo. È così che WIN e le sue organizzatrici ci hanno spiegato il perché di questa 18esima edizione. Ed è da qui che bisogna ripartire: il lavoro femminile va incentivato, la donna ha un quid in più che in sinergia con le capacità dell’altro sesso può davvero rappresentare un mix vincente per uscire dalla crisi e ribaltare la nostra concezione che se è manager non può fare anche la mamma. È l’economia globale che ce lo chiede.