Settore metalmeccanico e pari opportunità di genere

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L’occupazione femminile in Italia nel settore metalmeccanico è al di sotto del 20% e a livello europeo le cose non vanno meglio: solo una donna su tre tra tutte le occupate ricopre un ruolo manageriale. Debutta “Fabbrica 4D”

di Giuditta Boeti, giornalista

Le donne in tuta blu nel nostro Paese restano una schiacciante minoranza. In Italia infatti la presenza femminile nel settore metalmeccanico è del 19,4% sul totale dei lavoratori, a fronte di una incidenza occupazionale del 26,6/% nel comparto manifatturiero. A livello europeo le cose non vanno meglio, come indicano i dati Eurostat 2014: la media UE di donne presenti nell’industria metalmeccanica è pari al 21,3% contro il 29,6% per il complesso della manifattura. Sono questi alcuni dei dati presentati nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, alla presenza del presidente di Federmeccanica, Fabio Storchi, in occasione del debutto di “Fabbrica 4D”, il primo network finalizzato alla valorizzazione del ruolo e dell’apporto delle donne nel settore metalmeccanico.

“Dobbiamo infrangere il soffitto di cristallo che ancora blocca le carriere femminili in ogni ambito della società” ha detto Storchi. “La strada è lunga e passeranno ancora anni prima che una grande impresa possa avere una donna come amministratrice delegata, al contrario di quanto avviene negli Stati Uniti dove tutto ciò accade da tempo, non solo nella General Motors Corporation, ma anche nella grande distribuzione”.

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Per capire le ragioni della scarsa presenza femminile nel settore metalmeccanico bisogna indietreggiare sino alle scelte scolastiche ed universitarie che le donne compiono. L’Istat rileva che in Italia, su un totale di circa 452 mila iscritti all’istituto tecnico industriale le donne sono pari a circa 73 mila, con una incidenza del 16% sul totale degli iscritti. Anche se, secondo il rapporto Ocse 2014 (Education at a glance), nel nostro Paese negli ultimi anni si sta registrando un incremento di laureate in materie tecnico scientifiche: il 40% delle nuove lauree in ingegneria viene conseguito da donne, contro il 22% in Germania e il 23% nel Regno Unito.
Tuttavia, nonostante una crescente attenzione al tema del talento femminile in termini di leadership,la partecipazione delle donne ai vertici aziendali è ancora scarsa; basti pensare che se in Europa metà della popolazione è donna e di questa il 56% è laureata, solo una su tre è in posizione manageriale e le donne imprenditrici sono appena il 31%.

Eppure, “chiudere il gap tra donne e uomini imprenditori porterebbe ad un incremento del PIL del 2% a livello mondiale” ha chiarito Laura Villiani, principal di The Boston Consulting Group, presentando uno studio sull’imprenditorialità femminile. “Dalle rilevazioni sul nostro Paese, effettuate da Banca d’Italia, se il tasso di occupazione femminile raggiungesse il 60% il Pil aumenterebbe del ben 7%”.
“Le donne che entrano nel mondo del lavoro hanno mediamente dal 15 al 20% di tasso di disoccupazione maggiore rispetto agli uomini e tra le aziende associate di Federmeccanica questo gap si accentua ulteriormente” continua Laura Villiani. “Nelle imprese metalmeccaniche la forza lavoro femminile registra il 21% e la presenza maggiore si concentra nei ruoli di impiegate. Anche la percentuale di dirigenti e quadri dentro Federmeccanica (18%) è inferiore alla media nazionale (25%). In più, nelle aziende di piccole dimensioni il numero di donne al vertice è più limitato rispetto alle grandi imprese”. Questo tema diventa centrale se si considera che in Federmeccanica la percentuale di piccole imprese è quasi l’80% del totale.

Dare potere economico alle donne comporta anche un impatto positivo per le famiglie e le comunità, come indicato dall’indagine di The Boston Consulting Group, in particolare:
 aumenta il livello di competenze, stimola l’autostima e cambia la percezione che le donne hanno di se stesse,
 le donne più degli uomini reinvestono i loro redditi nella famiglia e la comunità,
 esiste una elevata correlazione fra partecipazione economica delle donne e benessere generale di un paese.

A far cadere lo stereotipo legato all’idea che la scarsa presenza di donne nelle aziende metalmeccaniche sia legata al tipo di lavoro faticoso e gravoso ci ha pensato Massimo Messeri, presidente di Confindustria Firenze e di Ge-Nuovo Pignone, spiegando come dei 5.600 dipendenti del suo gruppo solo 300 lavoratori indossino le tute blu. “Non c’è ragione per cui il contributo femminile nelle imprese non sia paritetico rispetto agli uomini considerando la necessità di ricoprire prevalentemente ruoli intellettuali” ha detto, aggiungendo che “la scarsa presenza di donne nelle aziende metalmeccaniche è una mancata opportunità per l’intera società italiana”.
Alla Ge-Nuovo Pignone al momento le ingegnere donna sono circa duecento, come ha confermato Caterina Silvestri, vicepresidente di ValoreD ed ingegnere meccanico alla General Electric Company “è necessario indirizzare le ragazze verso una scelta più consapevole ed informata del loro percorso formativo e alla piena valorizzazione della loro capacità”.

La formazione tecnico-scientifica, infatti, nonostante offra maggiori possibilità di collocamento appare molto sottovalutata nelle scelte scolastiche ed universitarie delle ragazze che tendono a prediligere indirizzi a carattere umanistico. La strada da percorrere in termini di parità ed opportunità tra uomini e donne è ancora lunga e diventa sempre più urgente favorire maggiormente percorsi di studio ad indirizzo scientifico e lavorare su politiche aziendali che sostengano il talento delle donne.