Non restiamo muti di fronte al terrorismo di Parigi

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a cura di Mariangela Giusti, Docente di Pedagogia interculturale all’Università degli Studi Milano-Bicocca

Per chi ha figli in età preadolescente e adolescente è molto difficile parlare in casa – in una prospettiva non banale e per quanto possibile educativa – di migrazioni, di migranti, di terrorismo, dei fatti drammatici che stanno accadendo, legati ai grandi movimenti di popoli, degli ultimissimi attentati nel centro di Parigi, che stanno caratterizzando in maniera pervasiva e minacciosa questo anno 2015. Sono fenomeni complessi e difficili da capire per gli adulti, figuriamoci per i ragazzi. Tuttavia, anche questo fa parte (o almeno dovrebbe far parte!) del compito genitoriale.

Se mi guardo indietro e ripenso a quando i miei figli erano adolescenti mi viene spontaneo fare un confronto. Certo era difficile anche una decina d’anni fa riuscire a intercettare e scegliere alcuni fatti drammatici della cronaca, alcuni problemi che accadevano (al di fuori della casa, del giardino, della scuola, della palestra o della scuola di musica, i luoghi da loro frequentati…) e farli diventare argomenti per parlare fra di noi, per spiegare, per riflettere, per capire. Guardando indietro, col senno del poi, credo di esserci riuscita, con tutte le difficoltà da mettere in conto.
I miei tre figli ed io avevamo l’abitudine di parlare durante la cena e anche un po’ nel dopocena. E parlare consentiva di tranquillizzarsi, di capire meglio, di farsi una ragione dei fatti. A ripensarci oggi riesco a vedere tutta la difficoltà e la responsabilità del compito, oltre tutto, essendo una madre che ha cresciuto da sola tre figli. E tuttavia fino a una decina d’anni fa era più semplice rispetto a oggi perché l’adulto/genitore (o, a scuola, l’adulto/insegnante) era un po’ come un filtro, nel senso che poteva decidere lui o lei quali e quanti argomenti della cronaca far entrare nel dialogo educativo di casa. Oggi invece questo non è più possibile.

I tempi che viviamo sono intricati, propongono scenari sempre nuovi che appaiono senza soluzioni immediate. Per quanto adulti, ci sentiamo impotenti a decifrare ciò che vediamo e sentiamo accadere. Inoltre c’è un fatto totalmente nuovo: oggi quasi tutti i ragazzi sono forniti di un proprio device (smartphone o tablet o i-Pad…), che, un po’ per moda, un po’ per insicurezza, un po’ per un’abitudine che si trasmette dall’uno all’altro, tengono frequentemente in mano. Attraverso i propri devices i ragazzi sono sempre connessi, fra di loro in primo luogo attraverso Whatsapp e, in teoria, con chiunque. Le informazioni, i drammi che accadono, gli attentati, i fatti terroristici di Parigi arrivano senza filtri.
Per una forma nuova di autosufficienza o forse per una mancata abitudine, i ragazzi non sempre sanno chiedere spiegazioni agli adulti di casa. Che fare, dunque?

Se da parte de ragazzi ci sono domande, interrogativi, richieste di spiegazioni occorre essere quanto più onesti possibile: dire ciò che sappiamo sui fatti e riconoscere la difficoltà anche da parte degli adulti di dare spiegazioni a certi episodi così violenti. Allo stesso tempo occorre mostrare che c’è da parte nostra la volontà di capire, che non abbassiamo la guardia, che siamo comunque un punto di riferimento.

Le domande che pone un figlio o un nipote o un figlio di amici possono rappresentare l’occasione per guardare insieme un telegiornale, per leggere insieme un articolo su una rivista, sfogliare e commentare insieme le foto riportate dai quotidiani. Accanto a questo, occorre far capire con fermezza che ci sono gruppi di persone che hanno commesso delle azioni malvage contro altre persone, azioni profondamente sbagliate, e che le persone per bene e le forze dell’ordine troveranno un modo per fare giustizia e per riportare le cose nel giusto ordine.
Se invece non ci sono domande da parte dei ragazzi, dobbiamo essere noi a entrare in argomento (anche se vediamo in loro chiusura e indifferenza apparente) chiedendo se a scuola la professoressa ha parlato di ciò che è successo a Parigi oppure chiedendo se (appunto!) sul telefonino o sul tablet gli sono arrivate immagini, notizie, frasi.
Le nostre domande non devono apparire un’intrusione (non lo sono!), ma (onestamente) un modo per provare a capire insieme fatti difficilissimi da comprendere.