Patto di solidarietà e nuovi lavoratori, una questione complicata

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In Bocconi si è tenuto in interessante dibattito sulle ripercussioni personali e sociali delle nuove posizioni lavorative, troppo spesso situazioni che portano a un impoverimento personale e a una minore produttività – e quindi competitività – di tutto il sistema Paese

di Cristina Mazzani, giornalista

Allo spinoso tema della disoccupazione si intreccia quello, altrettanto preoccupante, della sovraqualificazione del lavoro, un fenomeno destinato ad aumentare e che indica un grande spreco di risorse e competenze.

È il primo grido d’allarme lanciato in occasione del convegno dal titolo “Nuovi lavoratori, nuovo welfare?” che si è tenuto in questi giorni in Bocconi.
“Ponendo come riferimento tre importanti centri urbani del Nord Ovest, ossia Genova, Milano e Torino” ha dichiarato Giuseppe Berta, docente dell’Università Bocconi “notiamo sicuramente che tutti e tre si caratterizzano come poli a elevata produttività, che attraggono persone con un alto livello di scolarizzazione. Parallelamente, però, paragonandoli con quelli di aree metropolitane simili in Europa si contano meno laureati. Inoltre, si aggiunge il problema dei lavoratori sovraqualificati, che per le persone interessate vuole dire un salario inadeguato alla propria preparazione (che determina tra l’altro un impoverimento di se stessi e delle famiglie che devono necessariamente aiutarli), frammentazione e poco sviluppo delle proprie competenze ma, nel complesso, ha gravi conseguenze per tutto il sistema. Non è penalizzato solo il loro percorso di crescita personale, ne risente la produttività dell’azienda in cui sono impiegati e della collettività, già penalizzata, come si diceva, da un minor numero di persone che possono vantare un’istruzione superiore”.

Tre testimonianze di tentativi di approcciare in modo diverso il lavoro autonomo – da quello cooperativo a quello dei professionisti come gli architetti, sino all’ampio mondo dei free lance, spesso neanche rappresentati da Ordini d’appartenenza – hanno delineato un contesto di grande difficoltà.
I principali problemi che accomunano queste realtà sono: l’estrema precarizzazione, pochi o nulli margini contrattuali, una esperienza man mano accumulata che non si riesce a far valere e soprattutto la feroce rincorsa al ribasso delle tariffe che spinge al tutti contro tutti per accaparrarsi il lavoro; soprattutto dove il mercato è saturo non è infatti possibile garantire stabilità di compenso, il che va inevitabilmente a scapito della qualità.

Queste situazioni hanno indubbiamente dei risvolti sociologici.
“Uno dei problemi principali di questi lavoratori” è intervenuto Costanzo Ranci, docente del Politecnico di Milano “è rappresentato dalla loro estraneità al patto di solidarietà, a tutti quei meccanismi di protezione goduti da quanti hanno un contratto regolare di lavoro. Mentre sino a qualche tempo fa i lavoratori autonomi tradizionalmente intesi in tale estraneità godevano di situazioni privilegiate (grazie per esempio a alti compensi e, magari, a una certa slealtà fiscale) oggi vediamo sempre più situazioni di incertezza vera, concreta. Il problema delle false partite Iva, per esempio, condanna un lavoratore a un solo datore di lavoro che può con gran facilità lasciarlo a casa, senza alcun tipo di tutela neppure dal sistema. A questo proposito, credo che nel breve futuro sia necessario inserire quanto meno il reddito minimo…”

“D’altro canto” ha continuato Ranci, “l’individualizzazione soprattutto del lavoro intellettuale causa situazioni davvero difficili da monitorare e che facilmente vengono sminuite dal punto di vista delle tariffe, mentre sono convinto sia necessaria una riqualificazione proprio del lavoro intellettuale”.
Finché il fenomeno non ha assunto grandi proporzioni il sistema sociale non si è occupato di regolarizzare le posizioni precarie, di gestirle e assicurarle per il futuro. Da qualche tempo, il proliferare di situazioni anomale e la sempre maggiore richiesta di flessibilità da parte del mercato ha portato il legislatore e gli enti istituzionali a intervenire.

“Lo scenario delineato” ha affermato Tito Boeri, presidente Inps “ha ripercussioni sul patto sociale instaurato coi cittadini. Le pensioni rappresentano un problema generazionale. Quello che abbiamo potuto verificare è che la povertà è globalmente aumentata per tutte le fasce d’età esclusa quella degli ultra sessantacinquenni.
Avevamo un sistema generoso, inevitabilmente in prospettiva lo sarà molto meno: la pensione futura si baserà sui contributi versati. Bisogna sensibilizzare i giovani su questo stretto legame, perché non siano loro stessi a preferire incarichi dove non sono previsti contributi, e d’altro canto è necessario ristabilire l’equità per cui il patto sociale può essere instaurato [non ci possiamo nascondere che troppo spesso giovani, e meno giovani, non hanno molte possibilità di scelta, ndr].
Dal canto nostro, sono convito che prima di tutto vada superato il concetto di Gestione Separata perché le ricongiunzioni, tra l’altro, sono ancora troppo onerose”.

“In secondo luogo” ha proseguito Boeri, “il problema dell’ingresso nel mercato del lavoro è stato risolto solo in parte con il contratto a tutele crescenti. O meglio: potremo vedere solo in futuro quali saranno i vantaggi portati da questa recente novità, dal punto di vista della qualità del lavoro e del salario corrisposto, così come dalla formazione erogata, dalla stabilità dei posti, e così via, ora è troppo presto per valutarlo.
A questo discorso è collegato quello relativo al pensionamento, credo che a tal proposito sia necessaria flessibilità in uscita, basata su criteri di autoselezione: perché all’interno delle aziende, inclusa la pubblica amministrazione, si possano aprire posizioni che al momento sono ricoperte da persone che sarebbero pronte ad andare in pensione, mentre si salvaguardi chi ancora vuole lavorare e rappresenta una risorsa preziosa anche per la formazione dei più giovani.
Concordo infine pienamente sul reddito minimo; pare che al Governo si stia facendo sul serio: dovrebbe essere in arrivo un riordino dei sistemi di assistenza”.