Il 49° Rapporto Censis sulla situazione sociale in Italia

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Presentato il 4 dicembre dal Censis, il rapporto illustra vari aspetti della società italiana. Noi qui vogliamo evidenziare quelli relativi al lavoro

Il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese analizzandoli capitolo per capitolo. Quello sul lavoro ci mostra come l’Italia sia la nazione europea con il più alto numero di giovani lavoratori autonomi: sono 941.000 ed hanno tra i 20 e i 34 anni di età. Dopo i giovani italiani arrivano prima gli inglesi (849.000 giovani lavoratori autonomi) e la Germania (528.000). 

Inoltre, in Italia c’è un vero ribollire di start-up, tanto che il 15% dei nostri giovani tra i 16 e i 30 anni di età intende avviarne una. 
Diversi giovani stanno dunque cambiando mentalità e capiscono che oggi bisogna darsi da fare direttamente, visto che la disoccupazione giovanile aumenta costantemente (negli ultimi 6 anni è aumentata del 100%), e far fruttare le proprie idee e la propria buona volontà. Sono infatti già 7.000 in più rispetto ai primi anni della crisi i giovanissimi titolari di impresa: si tratta del 20,4% in più rispetto al 2009. E si tratta di giovanissimi che già hanno successo. Per esempio nell’area della ristorazione e della ricettività operano circa 20.000 titolari di impresa che ancora non hanno compiuto 30 anni. E vanno alla grande.
 
Le donne scelgono le libere professioni
 
Negli anni più recenti è aumentata la schiera delle libere professioniste, con un saldo positivo di 100.000 occupate tra il 2008 (325.000) e il 2014 (426.000). Si è trattato di nuova occupazione (il saldo del periodo è pari a 63.000 neo-occupati), ma anche di un travaso da altre forme di lavoro. 
Ma oggi il mondo delle libere professioni ha bisogno di un rafforzamento delle tutele e degli strumenti di assistenza a sostegno dei lavoratori, soprattutto se donne. Infatti, come ormai è risaputo, sono queste ultime a sostenere le maggiori responsabilità familiari; secondo i dati elaborati dal Censis, la maternità ha coinvolto nel corso degli ultimi cinque anni il 37,8% delle professioniste, lieto evento che però si ripercuote sulla sfera professionale: il 42,7% di quante si sono trovate in una delle situazioni critiche ha dovuto ridurre l’attività lavorativa; il 20%, pur non avendo ridotto l’attività, ha affrontato problemi con clienti, colleghi o altre persone della cerchia familiare o amicale; per un 18,8%, invece, l’attività lavorativa si è interrotta; solo il 18,6% afferma che, malgrado la complessità della situazione, l’attività lavorativa non ne ha risentito in alcun modo. 
Oggi le Casse di previdenza privatizzate non limitano il loro ruolo alle sole prestazioni previdenziali: oltre alla maternità, ambito già presidiato e che vede sfiorare gli 85 milioni di euro di prestazioni erogate dalla Casse, l’offerta di prestazioni sanitarie integrative (78,8 milioni di euro), interventi a sostegno degli iscritti (33,3 milioni per stato di bisogno, malattia, infortunio, assegni per nucleo familiare, ecc.) e ammortizzatori sociali (66,5 milioni), sono cresciuti sensibilmente negli anni della crisi.
 
Lavoratori dal profilo basso
 
La crisi e le tecnologie digitali e dell’automazione stanno modificando la struttura occupazionale dei Paesi a economia avanzata, tra cui l’Italia. 
La riduzione di 320.000 addetti rispetto al 2011, che corrisponde all’1,4% del totale dell’occupazione, sintetizza da un lato una caduta dell’occupazione operaia e artigiana di quasi 600.000 addetti, dall’altro l’incremento di quasi 180.000 unità per il personale non qualificato (+7,9%), cui si aggiungono circa 100.000 addetti in più nelle categorie professionali medio-alte. 
Le previsioni per l’Italia al 2025 segnalano incrementi per quanto riguarda i dirigenti (+68%), le professioni intellettuali e scientifiche (+23%), le professioni tecniche intermedie (+18%). 
Più contenuta invece la dinamica positiva del personale non qualificato (+3,6%) e negativa quella concernente gli impiegati (-1,2%), mentre il lavoro nel terziario e nell’agricoltura, così come il lavoro artigiano e operaio, mostrerebbe una sostanziale riduzione, con variazioni che raggiungono il 23% in ambito agricolo.
 
Mobilità lavorativa
 
Il quadro dell’occupazione globale è oggi dato da un totale delle forze di lavoro che nel 2014 ha raggiunto quasi 3,4 miliardi di unità, di cui circa 263 milioni sono riconducibili ai Paesi a più basso reddito, mentre 685 milioni risiedono nei Paesi più ricchi e 534 milioni nei Paesi appartenenti all’Ocse, mentre in Cina se ne contano 802 milioni e in India toccano i 488 milioni. 
L’occupazione totale è pari a 3,1 miliardi di unità, di cui 249 milioni presenti nei Paesi più poveri, 631 milioni nei Paesi più ricchi, 490 nei Paesi Ocse, mentre la Cina da sola mostra un volume pari a 765 milioni di occupati e in India l’occupazione sfiora i 470 milioni. 
L’area della disoccupazione è stimata a livello mondiale a un tasso del 6% sul totale delle forze di lavoro (pari a circa 200 milioni di persone), sale all’8% nei Paesi Ocse, scende al 5% nei Paesi a più basso reddito, mentre il tasso di disoccupazione cinese è ugualmente al 5% (oltre 40 milioni di persone) e l’India registra un tasso di disoccupazione del 4% (circa 20 milioni). 
 
Lo spostamento di ampie masse della popolazione mondiale è uno dei principali fenomeni cui stiamo assistendo. Oggi sono più di 200 milioni i migranti che attraversano le frontiere. Di questi, 90 milioni sono lavoratori migranti, anche temporanei, e rappresentano tra il 2,5% e il 3% della popolazione mondiale. In alcuni Paesi, come Israele, Kuwait, Qatar e Singapore, la popolazione straniera raggiunge anche il 40% del totale. Australia e Canada presentano quote di popolazione straniera che si aggirano intorno al 20%, mentre gli Stati Uniti sono il Paese di destinazione che in termini assoluti ospita il maggior numero di stranieri, pari a quasi 43 milioni. Seguono la Russia con 12,3 milioni e la Germania con 10,8 milioni. I Paesi a più alto volume di migranti in uscita sono il Messico con 10,1 milioni, l’India con 9,1 milioni e il Bangladesh con circa 6 milioni. 
 
La popolazione urbana a livello mondiale ha superato nel 2014 i 3,8 miliardi di unità, di cui 1,1 miliardi presenti all’interno dei Paesi avanzati, mentre più di 2,7 miliardi risiedono nelle grandi aree urbane dei Paesi a basso e medio reddito. In totale, circa il 53% della popolazione mondiale vive in città che ormai sfuggono a una perimetrazione certa e hanno una concentrazione di diverse migliaia di persone per chilometro quadrato. Nei Paesi più ricchi la quota di urbanizzati raggiunge l’81%, mentre nei Paesi a basso e medio reddito è del 43%.
 
 
Nelle tasche degli italiani
 
Ammonta a più di 4.000 miliardi di euro il valore del patrimonio finanziario degli italiani. In quattro anni (giugno 2011-giugno 2015) ha registrato un incremento di 401,5 miliardi: +6,2% in termini reali. I lavoratori dunque risparmiano per via della crisi, o meglio per la paura della crisi.
Negli anni della crisi infatti la composizione del portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie ha sancito il passaggio a una opzione fortemente difensiva degli italiani: il contante e i depositi bancari sono saliti da una quota pari al 23,6% del totale nel 2007 al 30,9% nel 2014, mentre sono crollate le azioni (dal 31,8% al 23,7%) e le obbligazioni (dal 17,6% al 10,8%). 
E negli ultimi dodici mesi (giugno 2014-giugno 2015) si conferma l’opzione cautelativa degli italiani, con un incremento di 45 miliardi di euro della liquidità (+6,3%) e di 73 miliardi in assicurazioni e fondi pensione (+9,4%), e con la rinnovata contrazione di azioni e partecipazioni (10 miliardi in meno, pari a una riduzione dell’1,2%). 
La diversità sta però nell’impennata delle quote di fondi comuni, segno di un allentamento della morsa dell’ansia: 108 miliardi in più in un anno (+32,8%). Non si torna però alla fiduciosa assunzione del rischio individuale, consapevoli che l’azzardo lascerebbe impresse cicatrici profonde sulle proprie solitarie biografie personali. D’altro canto, il risparmio è ancora la scialuppa di salvataggio nel quotidiano, visto che nell’anno trascorso 3,1 milioni di famiglie hanno dovuto mettere mano ai risparmi per fronteggiare gap di reddito rispetto alle spese mensili. 
 
Si torna a comprare case… per lavorarci
 
Riguardo agli investimenti, il mattone ha ricominciato ad attrarre risorse. Lo segnala il boom delle richieste di mutui (+94,3% nel periodo gennaio-ottobre 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014) e l’andamento delle transazioni immobiliari (+6,6% di compravendite di abitazioni nel secondo trimestre del 2015 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). 
E si diffonde la propensione a mettere a reddito il patrimonio immobiliare: 560.000 italiani dichiarano di aver gestito una struttura ricettiva per turisti, come case vacanza o bed & breakfast, generando un fatturato stimabile in circa 6 miliardi di euro, in gran parte sommerso. 
 
Dopo il Jobs Act
 
Dall’entrata in vigore del Jobs Act, il mercato del lavoro ha visto rimbalzare l’occupazione di 204.000 unità. Siamo ancora lontani dal recuperare la situazione pre-crisi, dato che nel terzo trimestre dell’anno, rispetto allo stesso periodo del 2008, mancano all’appello 551.000 posti di lavoro. 
La disoccupazione comunque si riduce all’11,9%: una cifra molto lontana però dal 6,7% del 2008. Per quanto riguarda i giovani (15-24 anni) si registra un crollo dell’occupazione, proseguito anche nel 2015, con un recupero ora di appena 9.000 unità rispetto al primo trimestre. Il loro tasso di disoccupazione è praticamente raddoppiato in sei anni, con un picco del 42,7% nel 2014 e poi un calo di 1,4  punti tra il primo e il terzo trimestre di quest’anno. 
 
L’occupazione femminile, invece, ha guadagnato 64.000 posti di lavoro in sei anni e si registra ancora un incremento di 35.000 occupate tra il primo e il terzo trimestre del 2015. 
Ma l’occupazione che aumenta di più è, sorprendentemente, quella degli anziani. Se nel 2008 i lavoratori più anziani (55-64 anni) erano poco meno di 2,5 milioni, nel 2014 erano diventati 3,5 milioni e continuano a crescere, con un aumento di 91.000 unità nei primi sei mesi dell’anno. 
Infine, si consolida la presenza nel mercato del lavoro della componente straniera, che ha superato i 2,3 milioni di occupati, con un incremento di 604.000 unità tra il 2008 e il 2014 e di 77.000 nella prima metà dell’anno. 
 
Il triste fenomeno dei Neet
 
Permangono nel campo lavorativo delle criticità che rischiano di cronicizzarsi: i giovani che non studiano e non lavorano (i Neet). Sono ben 2,2 milioni. Si tratta di ragazzi che non fanno nulla né hanno intenzione di fare nulla. Hanno smesso di studiare, non lavorano, non fanno nemmeno volontariato, non sono iscritti ad alcuna associazione e non cercano nemmeno lavoro. Un caso veramente grave perché questa mancanza di volontà nei nostri giovani comporta un futuro di persone che peseranno sulla società. Una volta morti i loro genitori, che oggi li mantengono, sono destinati a una brutta fine: quali prospettive hanno? Potrebbero finire a vivere di elemosina o entrare nel giro della delinquenza. 
 
La “sottocupazione” e i “workaholic”
 
La sottoccupazione riguarda 783.000 addetti, il part time involontario 2,7 milioni di occupati e la Cassa integrazione ha superato nel 2014 la soglia del miliardo di ore concesse, corrispondenti a circa 250.000 occupati equivalenti. 
E poi ci sono i workaholic (maniaci del lavoro) loro malgrado: negli ultimi dodici mesi, 11,3 milioni di italiani hanno lavorato regolarmente o di tanto in tanto durante il weekend, 10,3 milioni oltre l’orario formale senza il pagamento degli straordinari, 7,3 milioni a distanza (da casa o in viaggio), 4,1 milioni hanno lavorato di notte, 4 milioni hanno fatto piccoli lavoretti saltuari. 
 
Insomma in Italia si passa da un estremo all’altro, sembra che gli italiani non abbiano le idee molto chiare in relazione al lavoro, ma è anche vero che l’informazione ci sarebbe. Forse si tratta di “pigrizia informativa”, visto che – come il nostro giornale dimostra ormai da anni – di possibilità e opportunità ce ne sono tante. Eppure, come affermano gli analisti del Censis, “c’è oggi una pericolosa povertà di progettazione per il futuro, di disegni programmatici di medio periodo e prevale una dinamica d’opinione messa in moto dai casi giornalieri”. Così vincono i piccoli interessi personali, il soggettivismo, l’egoismo individuale e non maturano valori collettivi e una unità di interessi. Come spiega il Censis “crescono le diseguaglianze, con una caduta della coesione sociale e delle strutture intermedie di rappresentanza che l’hanno nel tempo garantita. A ciò corrisponde una profonda debolezza antropologica, un letargo esistenziale collettivo, dove i soggetti (individui, famiglie, imprese) restano in un recinto securizzante, ma inerziale. In sintesi, ne deriva una società a bassa consistenza e con scarsa autopropulsione: una sorta di «limbo italico» fatto di mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone”. 
 
 
Le conseguenze si vedono proprio nell’ambito lavorativo, che poi è il centro pulsante di una nazione: giovani che vanno a lavorare all’estero o tentano la strada delle start-up, famiglie che accrescono il proprio patrimonio e lo mettono a reddito (con l’enorme incremento, ad esempio, dei bed & breakfast), imprese che investono in innovazione continuata e green economy, silenziosa integrazione degli stranieri nella nostra quotidianità. 
A ciò si accompagna anche un’evoluzione più strutturata, con il nuovo made in Italy che si va formando nell’intreccio tra successo gastronomico e filiera agroalimentare, nell’integrazione crescente tra agricoltura e turismo (con l’implicito ruolo del patrimonio paesaggistico e culturale), nel settore dei «macchinari che fanno macchinari» (la vera punta di diamante della manifattura italiana). 
 
Giuseppe De Rita, presidente del Censis, illustrando il Rapporto annuale dell’istituto, ha parlato di quel che ci resta… “Nella nostra storia, il resto del mito della grande industria e dei settori avanzati è stata l’economia sommersa e lo sviluppo del lavoro autonomo. Il resto del mito dell’organizzazione complessa e del fordismo è stata la piccola impresa e la professionalizzazione molecolare. Il resto della lotta di classe nella grande fabbrica è stata la lunga deriva della cetomedizzazione. Il resto dell’attenzione all’egemonia della classe dirigente è stata la fungaia dei soggetti intermedi e la cultura dell’accompagnamento. Il resto del primato della metropoli è stato il localismo dei distretti e dei borghi. Il resto della spensierata stagione del consumismo (del consumo come status e della ricercatezza dei consumi) è la medietà del consumatore sobrio. Il resto della lunga stagione del primato delle ideologie è oggi l’empirismo continuato della società che evolve. E i processi di sviluppo reale del Paese qui descritti sono il resto delle tante discussioni sulla guerra degli ultimi giorni”.
 
(D.M.)