Lavoro e crisi economica; un passato che pesa su giovani e donne

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Un convegno Isfol a seguito degli studi condotti dall’Istituto sulle dinamiche più recenti del mercato del lavoro e sulle riforme varate negli ultimi anni, ne mostra i risultati. Focus donne e focus giovani

Nel 2015 sono arrivati i primi timidi segnali positivi che fanno sperare nell’uscita dalla crisi. Il dato più interessante è che il numero degli occupati riprende a salire, in particolare i nuovi contratti a tempo indeterminato sono aumentati, nella prima metà del 2015, del 29% (+ 250.000 assunzioni) rispetto all’anno precedente. Secondo i dati relativi al Prodotto Interno Lordo (PIL) sembra che l’Italia sia uscita dalla recessione, visto che nel primo trimestre del 2015 finalmente si è vista una variazione positiva, pari allo 0,7%. Sono in ripresa gli investimenti delle aziende, le esportazioni e risale la fiducia degli italiani. Tutto ciò fa ben sperare per un 2016 favorevole anche dal punto di vista occupazionale. “Vi è tuttavia” come spiegano gli analisti dell’Isfol “una pesante eredità del passato a causa della crisi, che ha pesato soprattutto sui giovani e sulle donne”.

Se ne è parlato in occasione del convegno organizzato dall’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori, dal titolo “Lavoro e crisi economica” che ha visto la partecipazione dell’On.le Teresa Bellanova, sottosegretaria di Stato al Lavoro e alle Politiche sociali. In occasione del convegno, tenutosi il 10 dicembre 2015, ci si è chiesti se l’aumento occupazionale sia dovuto a una congiuntura favorevole (incentivi economico fiscali, come lo sgravio triennale disposto dalla Legge di stabilità 2015, e normativi, come il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act) o se possa ritenersi definitivo.

Durante la recessione il lavoro ha assunto forme nuove e spesso inconsuete. Le strategie messe in atto per tamponare gli effetti della crisi hanno generato comportamenti di difficile lettura con le tradizionali categorie interpretative del mercato del lavoro. La fase recessiva ha portato a un maggiore utilizzo delle forme di lavoro atipiche, accentuando la tendenza delle imprese a servirsi del lavoro non standard in modo da ridurre i rischi legati alle fluttuazioni dei mercati. Per questo l’Isfol ha voluto concentrarsi sull’evoluzione del mondo del lavoro in questi anni.

L’incontro si è concentrato sulle evidenze degli studi condotti dall’Isfol sulle dinamiche più recenti del mercato del lavoro e sulle riforme varate negli ultimi anni. Di seguito due focus, uno sul lavoro delle donne e uno su quello dei giovani, basato sulle ricerche condotte dall’istituto:

Focus donne

Figli: vorrei ma non posso
Ancora questa difficoltà dalla quale in Italia non ci si riesce a sganciare. Nonostante la normativa abbia dato la possibilità agli uomini di assentarsi dal luogo di lavoro per motivi familiari e di poter accudire i propri figli personalmente, il peso della prole continua a essere sulle spalle delle donne. E questo determina gravi conseguenze dal punto di vista della sopravvivenza, visto che le donne sono ancora oggi costrette a scegliere tra il lavoro e la maternità.
Colpa della crisi? L’Isfol ritiene di sì e afferma che “la crisi economica ha avuto un impatto sui comportamenti riproduttivi e sulle intenzioni di fecondità delle famiglie”.
L’ultima indagine campionaria sulle nascite condotta dall’Istat in collaborazione con l’Isfol ha evidenziato come la contrazione del comportamento riproduttivo abbia avuto solo parzialmente carattere volontario. Infatti, a fronte di 1,37 figli per donna nel 2014, la numerosità familiare “attesa”, ovvero il numero medio di figli che le donne vorrebbero avere nella loro vita, risulta superiore a 2 figli per donna.
La crisi ha impattato in particolare sulla vita professionale delle neo-madri. Il 22,3% delle donne che erano occupate durante la gravidanza non lo sono più dopo la nascita del figlio. E il dato è in aumento rispetto al 2005 (quando si attestava sul 18,4%).
Più della metà (52,5%) delle madri che hanno smesso di lavorare ha dichiarato di essersi licenziata o di avere interrotto l’attività che svolgeva come autonoma. Una madre su quattro ha invece subito un licenziamento. Per una su cinque si è concluso il contratto di lavoro o la consulenza.
Tra i motivi che hanno spinto le madri a lasciare il lavoro si osserva che rispetto al 2005 diminuiscono – pur restando decisamente prevalenti – le motivazioni riconducibili a difficoltà di conciliazione dei ruoli (dal 78,4% al 67,1%), mentre aumentano quelli legati all’insoddisfazione per il tipo di lavoro svolto sia in termini di mansioni che di retribuzione (dal 6,9 % al 13,5 %). Tra le occupate si registra invece un aumento delle difficoltà di conciliazione: dal 38,6% nel 2005 al 42,7% nel 2012.
Tra gli aspetti del lavoro che causano più frequentemente difficoltà di conciliazione vi sono: la quantità di ore di lavoro, la presenza di lavoro a turni o di orari disagiati (pomeridiano, serale o nel fine settimana) e la rigidità dell’orario di lavoro. Purtroppo, secondo questi dati, ogni azione a favore della conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita sembra restata inascoltata e, soprattutto, impraticata.

Focus giovani

Tutt’altro che choosy
Dall’indagine Isfol sulle transizioni dalla formazione al lavoro, che ha coinvolto 45 mila 20-34enni, è emerso che per i giovani il lavoro ha innanzitutto una funzione strumentale, cioè finalizzata al sostentamento economico. Solo in secondo luogo il lavoro è legato al perseguimento dei propri interessi.
La coerenza tra il percorso di studi e le attività professionali assume sempre meno peso nella scelta della propria occupazione (62,8% degli intervistati), a favore di un contesto lavorativo che garantisca buone relazioni tra pari (89,8%), una retribuzione adeguata (per il 92,5%) e un livello elevato di salute e sicurezza sul luogo di lavoro (93,7%).

infografica

La crisi ha impattato duramente sui giovani, cui di recente sono state rivolte importanti politiche pubbliche per migliorarne la condizione. Al riguardo l’indagine Isfol sulle transizioni dalla formazione al lavoro, come abbiamo visto ha consentito di restituire la visione – tutt’altro che immaginifica – che i giovani italiani hanno del lavoro. Diversamente da certe rappresentazioni, per i giovani sempre più spesso il lavoro ha una funzione strumentale ed è finalizzato principalmente al sostentamento economico e, in secondo luogo, al perseguimento dei propri interessi.
Pur con alcune eccezioni, la coerenza tra il percorso di studi e le attività di lavoro assume sempre meno peso nella scelta del lavoro, a favore di un contesto occupazionale che garantisca buone relazioni tra pari, una retribuzione adeguata e soprattutto un livello elevato di salute e sicurezza sul luogo di lavoro.
Non ha importanza quanto lungo sia l’orario di lavoro o quanto questo rappresenti un modo di agire la propria creatività o di esercitare la responsabilità o autonomia nel proprio ruolo; l’importante è che sia utile a costruire un’indipendenza economica.
Emerge quindi una generazione che misura le proprie difficoltà, ma che ha tutt’altro che spostato il centro della propria progettualità dalla questione del lavoro. La richiesta, in sintesi, è quella di poter vivere e lavorare in un Paese dove siano garantiti i diritti minimi di cittadinanza attiva e dove la questione della tutela e sicurezza sul luogo di lavoro diventa prioritaria, anche prima della realizzazione personale.

Cosa aspettarsi in futuro?

Durante il convegno è stato sottolineato come l’obiettivo del processo di riforma fosse la riduzione della flessibilità al margine, vale a dire la contrazione del ricorso alle forme di lavoro atipiche e il corrispettivo aumento dei contratti tipici. Gli interventi messi in campo hanno agito cercando di modificare, tramite incentivi e disincentivi, i comportamenti dei datori di lavoro. Ebbene: le analisi dell’Isfol sulle attivazioni di rapporti di lavoro hanno registrato un aumento di nuovi contratti a tempo indeterminato, in particolare attraverso la trasformazione di contratti a termine, sotto la spinta di un incentivo di tipo economico (tramite lo sgravio triennale disposto dalla legge di stabilità 2015) e di uno di tipo normativo (il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act). Rimane da verificare se tali incrementi confermeranno un carattere strutturale o se le dinamiche osservate siano solo un effetto del combinato disposto di questi incentivi.
È ancora troppo presto, infatti, per valutare in pieno l’efficacia delle riforme del mercato del lavoro più recenti. In particolare appare ancora complesso il processo di costruzione di tutele specifiche per affrontare e contrastare le emergenze sociali più rilevanti, come appunto quelle delle famiglie, delle donne e dei giovani. Questo processo comporta – a differenza degli interventi sulla flessibilità – un forte investimento pubblico e si scontra pertanto con la clausola della invarianza di spesa, che accompagna tutte le più recenti riforme del mercato del lavoro.
Seppur è apprezzabile che alcuni risparmi (in particolare quelli realizzati con la riforma della Cassa Integrazione Guadagni) siano stati finalizzati per finanziare nuove tutele (si pensi all’ASdI, una prima forma di assistenza ai soggetti più bisognosi) e alle misure di promozione della conciliazione vita e lavoro, passi ulteriori devono essere ancora compiuti.
Per verificare quanto sin qui fatto – si è concluso durante il convegno – ed eventualmente adeguare ulteriormente le policy alle nuove emergenze, riveste importanza fondamentale la promozione e la valutazione di efficienti politiche attive del lavoro. Altrimenti quanti usciranno dall’occupazione, a fronte della nuova flessibilità, peseranno sul sistema di sicurezza sociale.
In assenza di misure volte ad una rapida ricollocazione nel mercato del lavoro, il peso della disoccupazione giovanile e di lunga durata potrebbe diventare insostenibile sia finanziariamente sia socialmente, inficiando i passi positivi sin qui compiuti.

(D.M.)