Le start up innovative al microscopio

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Una recente indagine di SDA Bocconi racconta le nuove iniziative imprenditoriali e quali sono i loro risultati

di Cristina Mazzani, giornalista

Le start-up più giovani danno migliori risultati delle pioniere di qualche anno fa; d’altra parte, gli investitori più pazienti saranno premiati: le start-up che si prendono tempo per portare risultati poi però sono in grado di dare più soddisfazioni di quelle che invece iniziano subito a offrire buone performance.

Sono solo alcuni degli spunti che si possono trarre dal convegno che si è tenuto in questi giorni pre natalizi a Milano, durante il quale sono stati presentati i risultati di uno studio condotto da SDA Bocconi in collaborazione con Bayer e Caleido Group.

L’argomento start-up è molto discusso e sempre meglio conosciuto, nei suoi pregi e difetti. Nel paragonare le odierne start-up alle piccole aziende nate nel dopoguerra emergono interessanti caratteristiche: le neonate imprese dei nostri tempi sono sicuramente aperte alle esperienze internazionali sia dal punto di vista culturale sia da quello commerciale, con una grande propensione alla mobilità intercontinentale; esse sono create dai giovani nativi digitali che conoscono molto bene i propri competitor (al contrario degli anni scorsi, quando si dovevano aspettare le fiere); inoltre, sono laureati ma vantano poche esperienze tecnico scientifiche; infine, praticamente scomparsa la manifattura, le nuove iniziative sono oggi orientate a servizi e tecnologia.

La ricerca nel dettaglio

Il fenomeno start-up ha un impatto forte sul sistema, non foss’altro a livello numerico; d’altra parte resta ancora abbastanza sottovalutato dalla finanza: siamo carenti sotto il profilo bancario e anche riguardo la stessa finanza innovativa; gli investitori, in pratica, non hanno la pazienza necessaria per attendere i risultati né la volontà di esporsi al rischio, che sicuramente c’è, nello scommettere sulle nuove realtà.
settori-startupQuesti alcuni dei principali risultati emersi dall’indagine compiuta su un campione di 2.865 aziende (il 61% delle oltre 4.704 start-up innovative italiane che impiegano quasi 5 mila persone e sono formate da quasi 17 mila soci, che nel 45% dei casi hanno almeno una donna nel team, nel 40% almeno un under 35 e nel 12% uno straniero).
Si tratta di imprese perlopiù concentrate in Lombardia (il 23% del totale), in Emilia-Romagna (12%) e nel Lazio (10%), con Milano e Roma in testa tra le province (14,7% e 8,5%, rispettivamente, sul totale di imprese).
Sono aziende fortemente concentrate a livello settoriale, con il 42% che opera nell’informatica e internet e il 20% nei settori denominati ‘lifesciences’ (agroalimentare, chimica, farmaceutica, ambiente, eccetera).

“Al momento i giovani” ha sottolineato Maurizio Dallocchio, ordinario di finanza in Bocconi e coordinatore della ricerca “sono principalmente orientati a impegnarsi su tematiche quali fashion e lusso, ma dobbiamo ricordare che, invece, semilavorati, manifattura, tecnologia possono rappresentare interessanti campi d’azione. Vorrei mettere il luce il fatto che, per esempio, sono pochissime le start up che al momento possono vantare una storia pluriennale”.

Riguardo ai risultati economici, i dati elaborati da SDA evidenziano che le start-up innovative appaiono come società di ridotta dimensione ma in crescita continua.
“Si tratta di imprese che, in media, negli anni successivi alla costituzione (l’orizzonte temporale che abbiamo valutato è di quattro anni) incrementano il livello dei propri ricavi” ha spiegato Dallocchio, “sono attive sul mercato e vedono crescere le proprie vendite, tuttavia non riescono a trasformare questi risultati in una redditività operativa positiva.
Nonostante le imprese del campione vedano salire in media i ricavi da poche migliaia a quasi 250 mila euro l’anno al quarto anno, i principali indici di redditività sono in terreno negativo e, sempre in media, appaiono nel breve-medio periodo in costante necessità di nuove risorse, tanto dal punto di vista del capitale di debito, quanto dal punto di vista dell’equity.
Tuttavia, dietro i risultati negativi, c’è anche un potenziale ancora inespresso. Questo aspetto emerge con evidenza quando vengono scorporati i dati medi, dividendo tra imprese in utile e imprese in perdita. Queste ultime hanno un patrimonio netto che al quarto anno è tre volte quello delle imprese in utile (300 mila contro 100 mila euro in media) e indebitamenti bancari a breve e lungo periodo di 2-2,5 volte. Le imprese in utile sembrano avere una crescita più bilanciata tra debito ed equity e indicatori di redditività positivi e stabili già poco dopo il momento di costituzione. Per le imprese in perdita la struttura finanziaria è da considerarsi comunque entro valori fisiologici, come mostra l’evoluzione del rapporto tra debito ed equity, che nei quattro anni si mantiene in un range di valori compreso fra 1 e 2”.

“Soprattutto” ha continuato Dallocchio, “le imprese in perdita mostrano un valore degli asset immateriali decisamente maggiore rispetto a quelle in utile: a cinque e sei anni dalla nascita tale valore è rispettivamente 3 e 1,7 volte quello delle altre società. Ma proprio l’alto valore degli intangibili, espressione di una fase di investimenti che mina la redditività nel breve periodo, allo stesso tempo può rappresentare un potenziale futuro ancora inespresso, come mostra la redditività in recupero all’avvicinarsi della conclusione del ciclo di vita denominato start-up.

“Lo sviluppo di queste aziende risiede nelle competenze e negli investimenti, ma anche nella capacità di intraprendere un percorso di crescita bilanciato. Il ruolo degli incubatori è fondamentale in tal senso.
In conclusione ciò che può creare le condizioni per un reale sviluppo di Sistema è la capacità, come dicevo, di diversificare i settori: esistono nuovi bisogni a cui rispondere e servono idee per soddisfarli o addirittura anticiparli”.

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