Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile – BES 2015

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Presentata dall’Istat, che l’ha realizzata in collaborazione con il Cnel, la III edizione del Rapporto BES che analizza tutti gli aspetti che concorrono alla qualità della vita dei cittadini

Misurare il benessere della cittadinanza è un must per tutti quei Paesi civilizzati che vogliono tenerne conto per operare delle scelte politico-sociali che permettano il progresso della società. Il rapporto BES in questo senso è lo strumento di cui si dota l’Italia, anche in considerazione che sono stati approvati di recente dall’ONU gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile per il 2030 proprio a seguito di un dibattito che ha messo in luce l’importanza di utilizzare dati affidabili e il più possibile tempestivi per il successo di qualsiasi strategia volta a garantire l’ottenimento di diritti essenziali alla crescita, non solo economica, di una società.

Il Rapporto analizza i temi che hanno un impatto diretto sul benessere umano e dell’ambiente (in cui l’uomo vive e del quale fa parte), ovvero:

  • Salute,
  • Istruzione e formazione,
  • Lavoro e conciliazione dei tempi di vita,
  • Benessere economico,
  • Relazioni sociali,
  • Politica e istituzioni,
  • Sicurezza,
  • Benessere soggettivo,
  • Paesaggio e patrimonio culturale,
  • Ambiente,
  • Ricerca e innovazione,
  • Qualità dei servizi.

Noi qui vi daremo conto solo di quelli che rappresentano il nostro “core-business”, ovvero quelli che coincidono con gli argomenti trattati nel nostro giornale, ma in fondo all’articolo troverete allegato il rapporto completo.

Istruzione e formazione

L’Italia presenta un forte ritardo su istruzione e formazione rispetto alla media dei Paesi europei, ma nell’ultimo anno l’incremento di diplomati e laureati, insieme con quello delle persone che hanno svolto formazione continua e alla significativa riduzione del tasso di abbandono precoce degli studi, hanno ridotto il divario che ci separa dal resto dell’Europa. Piccolo segnale positivo è anche la quota di Neet che, dopo anni di crescita, si mantiene stabile rispetto all’anno precedente (26%). Tuttavia, sebbene il costante miglioramento dal 2004, i tassi d’incremento sono sempre molto contenuti e più bassi di quelli europei. Inoltre, in controtendenza, il tasso di immatricolazione dei diplomati nel 2014/2015 è in diminuzione, dal 49,7% al 49,2%, e sarà necessario verificare che ciò non corrisponda all’inizio di un preoccupante progressivo allontanamento dall’università.
La partecipazione culturale, che aveva conosciuto un trend negativo durante tutto il periodo di crisi, è in miglioramento nel 2014, soprattutto per la crescita di visitatori a musei, mostre e siti archeologici. Diminuisce, invece, la lettura dei quotidiani cartacei.
Migliorare l’accesso e la partecipazione ai percorsi di istruzione e formazione e alla fruizione culturale significa accrescere il capitale umano del Paese, un obiettivo che richiede siano perseguite anche equità e pari opportunità. Infatti, nonostante l’innalzamento del livello medio di istruzione, i giovani appartenenti a taluni contesti territoriali e socio-economici mostrano ancora un palese svantaggio al confronto di altri.
Le differenze a sfavore del Sud sono profonde, e non possono non essere imputate anche alle carenze del sistema scolastico; ad esempio, l’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione riguarda il 19,3% dei 18-24enni nel Mezzogiorno contro il 12% del Nord mentre la quota di 30-34enni che hanno conseguito un titolo universitario è al 25,3% al Nord e al 19,7% nel Mezzogiorno. Inoltre, ovunque nel Paese la classe sociale di provenienza continua a condizionare pesantemente la riuscita dei percorsi scolastici e formativi dei ragazzi.
I figli di genitori con titoli di studio elevati o professioni qualificate abbandonano molto meno gli studi, hanno minori probabilità di diventare Neet, presentano livelli di competenza informatica maggiori e partecipano ad attività culturali molto più frequentemente dei figli di genitori poco istruiti o con bassi profili professionali. Del resto, a dispetto del luogo comune sull’inopportunità di proseguire gli studi – sempre più diffuso soprattutto in questi anni di congiuntura economica sfavorevole – il titolo di studio conseguito continua a rivestire un ruolo cruciale per la partecipazione al mercato del lavoro e la laurea ha difeso di più dagli effetti negativi della crisi.

Lavoro e conciliazione dei tempi di vita

Segnali di ripresa ma ancora forti divari di genere ed esclusione dei giovani.
Primi segnali positivi nella crescita dell’occupazione emergono nel 2014; la quota di persone di età 20-64 anni occupate in Italia sale al 59,9% nel 2014 (+0,2 punti percentuali rispetto al 2013), ma la distanza con l’Europa continua ad aumentare. La ripresa nel Paese è avvenuta, infatti, a ritmi meno accentuati in confronto ai principali paesi europei.
Positiva anche la diminuzione della percezione della paura di perdere l’occupazione e l’elevata soddisfazione per il proprio lavoro; quest’ultima rimane stabile con quasi la metà degli occupati che si ritiene molto soddisfatta. Importante il segnale della diminuzione delle differenze tra i tassi di occupazione delle donne con figli e senza figli, anche se, soprattutto per quante hanno basso titolo di studio e per le straniere, i problemi di conciliazione restano molto forti.
La qualità del lavoro, peggiorata negli ultimi anni, migliora solo per alcuni aspetti. L’indicatore relativo alla permanenza in lavori instabili diminuisce leggermente – dal 20,3% del 2013 al 19,8% del 2014 – quello sulla permanenza in occupazioni poco remunerate è pressoché stabile – dal 10,4% del 2013 al 10,5% del 2014. Aumenta però la quota di occupati sovraistruiti – dal 21,9% del 2013 al 23% del 2014 – e in part time involontario – dall’11% del 2013 all’11,7% del 2014. Malgrado i segnali favorevoli della congiuntura economica, rimangono elevati gli storici divari che caratterizzano il mercato del lavoro italiano.
Il divario di genere nella partecipazione al mercato del lavoro, pur continuando a ridursi a seguito della maggiore caduta dell’occupazione nei comparti a prevalenza maschile, resta tra i più alti d’Europa (69,7% di uomini occupati contro il 50,3% di donne) e, per colmarlo, dovrebbero lavorare almeno 3 milioni e mezzo di donne in più di quante attualmente occupate. Anche la qualità del lavoro è peggiore per le donne, più spesso occupate nel terziario e in professioni a bassa specializzazione (in particolare le straniere).
L’Italia continua a caratterizzarsi in Europa per la forte esclusione dei giovani dal mercato del lavoro, a fronte della continua crescita del tasso di occupazione degli ultracinquantacinquenni. Sebbene l’allungamento dei percorsi formativi ritardi l’ingresso nel mondo del lavoro, la diminuzione del tasso di occupazione per i giovani dipende soprattutto dalla difficoltà a trovare un impiego, specie se continuativo nel tempo. La condizione dei giovani è aggravata da una peggiore qualità del lavoro e da una maggiore paura di perderlo.
Aumenta inoltre lo svantaggio del Mezzogiorno, l’unica area territoriale, dove l’occupazione diminuisce anche nel 2014 (tasso di occupazione al 45,3%) e dove è più bassa la qualità del lavoro. A livello territoriale c’è un forte legame tra quantità e qualità: nelle regioni in cui c’è più occupazione essa è anche migliore, in quanto corrisponde alla più bassa presenza di occupati non regolari, di dipendenti con bassa paga, di precari di lungo termine e di part time involontario. Condizioni, queste, che si riflettono in una maggiore soddisfazione per le caratteristiche del proprio lavoro e in un minore senso di insicurezza rispetto al rischio di perderlo e non riuscire a trovarne un altro.
Il tasso di occupazione standardizzato è fortemente diminuito nel 2009 e nel 2013 per poi mostrare un segnale positivo nel 2014; tuttavia, non basta a colmare la distanza con i precedenti livelli. Ponendo a 100 l’anno 2010, il tasso scende da 103,2 del 2008 a 98,1 del 2014.

Benessere economico

Nel 2014 e ancor più nei primi mesi del 2015 la situazione economica registra una serie di segnali positivi che dalle regioni del Nord si diffondono al resto del Paese, riflettendosi sulla condizione delle famiglie, a partire da quelle più agiate fino a quelle condizionate da maggiori vincoli di bilancio.
Aumentano il reddito disponibile (dello 0,7% nel 2013 e dello 0,1% nel 2014) e il potere d’acquisto; cresce la spesa per consumi finali, anche se in misura più limitata in conseguenza del lieve aumento della propensione al risparmio. Sempre meno famiglie mettono in atto strategie per il contenimento della spesa mentre è più elevata la quota di quelle che tornano a percepire come adeguate le proprie risorse economiche.
Il rischio di povertà e soprattutto la povertà assoluta hanno smesso di aumentare (dal 4,4% del 2011 sale al 7,3% nel 2013, per riscendere al 6,8% nel 2014); mentre la grave deprivazione diminuisce per il secondo anno consecutivo, attestandosi sui livelli del 2011 (11,6% le persone in famiglie con grave deprivazione). In leggero miglioramento anche gli indicatori di natura soggettiva: la percentuale di persone in famiglie che arrivano a fine mese con grande difficoltà torna a scendere (17,9%) dopo aver raggiunto il valore massimo del decennio proprio nel 2013 (18,8%).
L’unico indicatore in controtendenza è la quota di individui che vivono in famiglie a intensità lavorativa molto bassa, cioè le famiglie dove le persone tra i 18 e i 59 anni (esclusi gli studenti 18-24enni) hanno lavorato per meno del 20% del loro potenziale nell’anno precedente; dopo la diminuzione tra il 2004 e il 2007, l’aumento iniziato nel 2010 si protrae fino al 2014 (12,1%). Il trend in crescita ha riguardato soprattutto i giovani fino a 30 anni, mentre un certo miglioramento interessa gli ultracinquantenni, nonostante l’indicatore, anche in questa fascia di età, si mantenga su livelli elevati soprattutto tra le donne (per le quali è circa doppio rispetto agli uomini).   
Il Mezzogiorno, oltre ad avere un reddito medio disponibile pro capite decisamente più basso del Nord e del Centro, è anche la ripartizione con la più accentuata disuguaglianza reddituale: il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti è 6,7 volte quello posseduto dal 20% con i redditi più bassi mentre nel Nord il rapporto è di 4,6.

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Benessere soggettivo

Nonostante il Paese non si sia ancora affrancato dalla crisi, nel 2014 cresce l’ottimismo verso il futuro (dal 24% di persone di 14 anni e più che ritengono che la loro situazione migliorerà nei prossimi 5 anni nel 2013 al 27% nel 2014). I giovani, che si confermano il segmento più ottimista, presentano il maggiore incremento positivo nonostante siano stati tra i soggetti sociali più colpiti dalla crisi. Inoltre le differenze territoriali si riducono per effetto della quota di pessimisti che diminuisce di più nei contesti territoriali in cui era più rilevante: nel Mezzogiorno passa da 23,9% nel 2013 a 19,3% nel 2014.
Ulteriori segnali positivi si possono leggere anche nell’aumento della soddisfazione per il tempo libero (da 63% nel 2013 a 64,6% nel 2014) e per la situazione economica, che torna a crescere dopo anni, anche se rimane sotto i livelli pre-crisi (da 40,1% nel 2013 a 43,4% nel 2014).
Questi andamenti positivi non si traducono ancora in una crescita della soddisfazione complessiva per la propria vita: dopo il forte calo registrato tra il 2011 e il 2012, il benessere soggettivo si mantiene stabile nel 2013 e nel 2014. L’incertezza generata da una crisi lunga e intensa sembra rendere i cittadini ancora cauti, pur con una quota consistente di persone che valuta la soddisfazione per la propria vita molto elevata (35,4%).

Ricerca e innovazione

Nonostante un leggero incremento della quota di PIL destinata alla ricerca (1,31% nel 2013 a fronte di 1,27% nel 2012), l’Italia è notevolmente al di sotto della media europea e lontana dagli obiettivi di Europa 2020 (1,5%). L’attività di brevettazione nazionale è in calo e le domande di brevetto presentate per milione di abitanti confermano il gap con il resto d’Europa (71,6 contro i 112,6 dell’UE).  
Alcune note positive arrivano dall’innovazione nelle imprese. Nel triennio 2010-2012, la percentuale di imprese con almeno 10 addetti che hanno svolto almeno un’attività finalizzata all’introduzione di innovazioni registra nel complesso un lieve incremento rispetto al triennio precedente (da 50,3% a 51%), anche se diminuisce in diversi settori industriali.
Meno incoraggianti i segnali sugli investimenti in nuovi prodotti: solo il 24,9% delle imprese italiane ha introdotto un’innovazione di prodotto e, a fronte di un incremento nei servizi, si segnala un peggioramento nell’industria e nelle costruzioni.  
Gli investimenti produttivi nell’high-tech sono stagnanti; l’Italia resta al 20° posto nella classifica europea per occupazione in questi settori, seguita solo da Grecia, Portogallo e dai paesi dell’Europa Orientale. Sotto il profilo territoriale, Lombardia, Piemonte, Veneto e Emilia-Romagna si confermano le regioni più dinamiche in termini di ricerca e innovazione. Anche il Lazio e la Toscana registrano buone performance. Il Mezzogiorno, invece, è ancora in grande ritardo e non emergono importanti segnali di ripresa delle sue aree più arretrate.
Ambiente

La protezione dell’ambiente rappresenta una chiave determinante e lungimirante per le scelte del sistema Paese ed anche dei singoli cittadini. Con un piano di sviluppo legato alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica, le azioni di tutela dell’ambiente, di gestione sostenibile delle risorse naturali e di lotta ai cambiamenti climatici possono aggiungere valore e proteggere i territori, sostenere la società e l’economia.
Molte differenze ancora connotano le varie aree del Paese e i diversi aspetti ambientali, anche se nel corso degli ultimi anni, con l’impulso delle normative e dei vincoli europei, sono stati compiuti passi in avanti nelle politiche di monitoraggio dei sistemi naturali che comunque segnalano un’evoluzione reale.
Aumenta la disponibilità di aree verdi urbane a disposizione dei cittadini: nei comuni capoluogo coprono il 2,7% del territorio nel 2013 (+0,7% sull’anno precedente), si tratta in media di 32,2 metri quadrati per abitante. Si riduce l’inquinamento dell’aria in diverse città, infatti nel 2014 passano da 44 a 35 i comuni capoluogo dove il valore limite per la protezione della salute umana previsto per il PM10 viene superato per più di 35 giorni. Cresce l’energia prodotta da fonti rinnovabili, che raggiunge il 37,3% del totale nel 2014 dal 33,7% dell’anno precedente, e anche le famiglie sono sempre più sensibili al tema dell’efficienza energetica: 22 su 100 hanno investito denaro negli ultimi cinque anni per acquistare nuovi impianti e apparecchi per razionalizzare il consumo.  Si contraggono le emissioni di gas serra (sotto le 8 tonnellate di gas CO2), anche come conseguenza della crisi economica.
È ancora evidente però, la necessità di interventi sostanziali sul territorio per la  tutela e la gestione dell’ambiente. Nel settore dei rifiuti urbani si riduce la quota dello smaltimento in discarica ma è  comunque più di un terzo del totale (31,5% nel 2014), a conferma del ritardo rispetto agli altri paesi europei. Resta anche grave, soprattutto in alcune regioni del Mezzogiorno e dell’Italia centrale, la dispersione di acqua potabile dalle reti di distribuzione comunale, pari al 37,4% dei volumi immessi in rete in media nazionale. Ugualmente grave la presenza di diversi siti inquinanti da bonificare diffusi sul territorio nazionale, sono 39 in tutta la Penisola per una superficie di 121mila ettari. Inoltre resta elevato in molte zone del Paese il rischio idrogeologico prodotto da frane e esondazioni dei corsi d’acqua, considerando che in cinquanta anni, fra il 1964 e il 2013, questi eventi hanno causato più di 2mila vittime.

Sicurezza

Rallenta la crescita dei reati, in calo la violenza contro le donne ma aumenta la sua gravità.
La criminalità predatoria, in deciso calo a partire dagli anni ’90, ha invertito la tendenza registrando un forte aumento soprattutto negli anni di crisi economica. I furti in abitazione, raddoppiati in 10 anni, sono ora stabili (17,9 per 1.000 famiglie) ma lontani dalla situazione precedente gli anni 2000. Anche le rapine si sono stabilizzate nel 2014 (1,5 per 1.000 abitanti), mentre i borseggi sono in lieve aumento. Emergono segnali positivi ma sono ancora troppo deboli per indicare un miglioramento.
L’Italia è il Paese europeo con il più basso tasso di omicidi (0,8 per 100.000 abitanti), grazie al trend discendente degli ultimi anni. Il fatto che tale tendenza non si sia invertita negli anni della crisi testimonia la tenuta del nostro tessuto sociale. La progressiva diminuzione degli omicidi ha interessato soprattutto quelli commessi da uomini su persone del loro stesso sesso, piuttosto che quelli degli uomini contro le donne.
Miglioramenti emergono per la violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne. La percentuale di coloro comprese tra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza fisica negli ultimi 5 anni é scesa dal 7,7% del 2006 al 7% del 2014; mentre per chi è stata oggetto di violenza sessuale dall’8,9% al 6,4%. La diminuzione è trasversale, riguarda anche la violenza da parte dei partner (dal 6,6% nel 2006 al 4,9% del 2014) soprattutto le forme meno gravi. Non risultano intaccate le forme più gravi di violenza, come stupri e tentati stupri (stabili negli anni).
La percezione di sicurezza della popolazione è di nuovo in aumento – da 54,1% del 2013 a 56,2% del 2014 – anche se non si è tornati ai livelli più alti raggiunti nel 2010. Il panorama regionale è variegato, ma alcuni cambiamenti hanno portato a un miglioramento della sicurezza in alcune regioni del Mezzogiorno e al peggioramento di altre al Nord e al Centro.

Politica e istituzioni

L’elemento più dinamico nel quadro politico istituzionale è la crescente presenza femminile nei luoghi decisionali politici ed economici. Dopo le recenti elezioni europee, il divario di genere diminuisce sensibilmente e l’Italia per la prima volta raggiunge una rappresentanza femminile al Parlamento europeo più elevata della media Ue (40% contro 37%).
La presenza delle donne è in crescita anche nel Parlamento nazionale e nelle principali istituzioni, anche se in alcuni consigli regionali, rinnovati negli ultimi tre anni, le donne diminuiscono. La maggiore presenza femminile ha contribuito all’abbassamento dell’età media dei parlamentari (47,2 anni alla Camera e 55,3 anni al Senato) essendo le elette notevolmente più giovani dei colleghi maschi. Il divario di genere si riduce anche nei consigli d’amministrazione delle imprese, dove la presenza femminile è in costante aumento a seguito delle recenti politiche di empowerment (da 17,8% nel 2013 a 22,7% nel 2014).
Segnali positivi emergono anche dal fronte del sistema giudiziario. Gli ultimi dati sui procedimenti civili di cognizione ordinaria discussi nei tribunali ordinari segnalano una notevole diminuzione dei tempi medi di giacenza del procedimento (-12,2%), ma le differenze regionali sono molto marcate.  
Rimane comunque ancora elevata e trasversale la sfiducia nei confronti di partiti (voto medio 2,4), Parlamento (voto medio 3,5), consigli regionali, provinciali e comunali (voto medio 3,7), e del sistema giudiziario (voto medio 4,2); la sfiducia riguarda tutte le zone del Paese senza apprezzabili variazioni di genere ed età. Le sole espressioni di fiducia dei cittadini che superano la sufficienza sono per i Vigili del fuoco e le Forze dell’ordine (voto medio 7), segno che i cittadini premiano coloro che mettono la protezione del bene comune prima ancora della propria incolumità.

Salute

L’Italia ha un livello di speranza di vita tra i più elevati in Europa – al primo posto con 80,3 anni per gli uomini e al terzo per le donne con 85,2 – e la longevità continua ad aumentare.
La mortalità infantile scende ancora – siamo a 30 decessi ogni 10mila nati vivi – come pure la mortalità per incidenti da mezzi di trasporto dei giovani – 0,8 vittime ogni 10mila residenti – e quella per tumori maligni tra gli adulti (8,9 decessi per 10mila residenti).
Migliorano, rispetto al 2005, anche le condizioni di salute fisica, e prosegue la riduzione di fumatori e di consumatori di alcol a rischio. Fra le criticità, non migliora la qualità della sopravvivenza e peggiora il benessere psicologico. Si conferma il trend crescente della mortalità per demenze e delle malattie del sistema nervoso tra gli anziani (27,3 decessi per 10mila abitanti), soprattutto tra i grandi anziani. Il carico assistenziale che queste patologie comportano sulle famiglie e sui servizi socio-sanitari si riflette negativamente sulla qualità della vita, non solo dei malati ma anche dei loro familiari.
Ancora diffusi stili di vita non virtuosi come la sedentarietà, che riguarda quattro persone su 10 – l’eccesso di peso – più di quattro su 10 – e un non adeguato consumo di frutta e verdura – più di otto persone su 10.
Le donne, da sempre in vantaggio per la sopravvivenza, hanno una maggiore propensione alla prevenzione e stili di vita più salutari ma spesso sono penalizzate da patologie che comportano limitazioni nelle attività svolte abitualmente. Nel tempo queste differenze fra i generi si sono ridotte, anche per il progressivo incremento di anni mediamente vissuti dagli uomini.
Sono invece in crescita le differenze territoriali, con il Mezzogiorno che vede aumentare, anche per effetto della crisi, il proprio svantaggio nella speranza di vita (81,5 anni per il Mezzogiorno contro 82,5 anni per il Nord), nella qualità della vita (55,4 anni di speranza di vita in buona salute per il Mezzogiorno contro 60 anni per il Nord), nella mortalità infantile, nella salute fisica e psicologica e nei fattori di rischio legati agli stili di vita (sedentarietà, eccesso di peso e scorrette abitudini alimentari). Si mantengono marcate anche le disuguaglianze sociali negli stili di vita: le persone con titolo di studio più alto, a parità di età godono di migliori condizioni di salute fisica e mentale e adottano generalmente comportamenti più salutari.

(D.M.)