Attaccamento e autonomia: percorsi lunghi e complessi

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A cura di Mariangela Giusti, Docente di Pedagogia interculturale all’Università degli Studi Milano-Bicocca

Nei giorni passati, di feste natalizie, è capitato di vedere molti bambini e ragazzi insieme ai genitori (molto più spesso che nei giorni lavorativi). Lo stesso è accaduto anche a qualche cena a cui è capitato di essere invitati, dove amici e familiari lontani si ritrovano dopo mesi. 

Fra i tanti episodi che ho osservato ne riporto due, che mi paiono significativi per fare qualche riflessione sul dibattuto tema “autonomia e attaccamento”.

Nel primo caso una bambina di quattro/cinque anni voleva per forza salire su un trenino turistico, di quelli piccoli, colorati e un po’ buffi, che portano in giro le persone (per esempio, dal mercato al centro cittadino). La bambina camminava accanto alla madre, che spingeva un passeggino con un altro bambino; a un certo punto ha smesso di camminare, si è fermata in mezzo alla strada indicando con la mano e il braccio, in modo perentorio, la sua volontà di salire su quel trenino… La madre (una signora araba, col velo ben messo sui capelli) ha fatto capire di no, che non poteva salire. La bambina, nel tentativo di manifestare la sua autonomia, si è diretta verso il trenino come per dire: “Te lo faccio vedere io se salgo…!!!”. La signora si è accertata che non ci fossero pericoli (era una piazzetta dove non transitavano macchine) e si è mossa nella direzione opposta. La bambina si è vista persa: è iniziato un pianto a dirotto, davvero disperato, con urla, strepiti, strilli. La scena è andata avanti per qualche minuto, fino a che la signora si è riavvicinata alla bambina, l’ha ripresa per mano, l’ha convinta a camminare di nuovo.

Il secondo caso l’ho osservato durante una cena. Ha avuto per protagonista un ragazzo di circa dieci anni, che per diversi giorni era stato ospite di vari parenti e non aveva visto la mamma. Dopo gli abbracci e i baci per essersi rivisti dopo tanti giorni, al ragazzo sono stati consegnati due regali, uno dei quali era una grossa confezione di LEGO, molto bella, adatta alla sua età. A tavola il ragazzo sedeva vicino alla mamma. Quando si è reso conto che la cena stava volgendo al termine e che i commensali si sarebbero trattenuti a tavola a chiacchierare, senza dare troppo nell’occhio ha avvicinato alla sua sedia un panchetto e lì ha iniziato ad aprire la scatola di LEGO e a costruire, senza smuoversi però di un centimetro dalla postazione che gli consentiva di stare proprio attaccato alla madre e di impedire che lei si alzasse.

Sono due episodi che ci fanno riflettere sul fatto che l’attaccamento del bambino al genitore è un fattore fondamentale (a cinque anni come a dieci) per lo sviluppo del suo senso di sicurezza. Le relazioni di attaccamento sono caratterizzate dal fatto che il bambino fin da molto piccolo sviluppa dentro di sé (oppure non sviluppa…) un senso di fiducia crescente nel fatto che il genitore è disponibile nei suoi confronti ed è pronto a intervenire in caso di bisogno. Un bambino (e poi, mano a mano che cresce, un ragazzo) non dovrebbe aver bisogno di verificare ogni volta in modo ansioso la disponibilità del genitore verso di lui e la sua volontà di aiutarlo.
Dunque, la signora araba ha saputo essere severa e autoritaria al momento giusto e per il tempo necessario, non di più. La mamma del ragazzo, invece, forse non ha ancora maturato in sé quanto sia necessario aiutarlo a sviluppare un senso di attaccamento sicuro nei suoi confronti e nei confronti di tutti.

Si parla di “attaccamento sicuro” quando il bambino ha sviluppato la fiducia nel fatto che il genitore è disponibile verso di lui, che lo saprà confortare e sostenere in caso di necessità. I bambini e i ragazzi dovrebbero riuscire a vedere il genitore come una sorta di base sicura alla quale si può tornare anche dopo una discussione, un rimprovero, un diniego e dalla quale si può partire per esplorare il mondo, con la sicurezza che il genitore si ritroverà lì, nello stesso posto dove si è lasciato.
Se le cose funzionano bene, il senso di sicurezza cresciuto progressivamente con l’età e la vicinanza emotiva al genitore dovrebbero far sì che non sia necessario stare sempre fisicamente vicini. Se un genitore sa consolare un bambino quando piange o dopo un capriccio (come nel caso della bambina e il trenino) non corre il rischio di farlo diventare eccessivamente dipendente. Anzi vale proprio il contrario in quanto fornisce al bambino la rassicurazione e il senso di fiducia che gli consentiranno di essere sempre più (davvero) autonomo.