Donne e istituzioni: il sorpasso delle toghe rosa

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In magistratura si registra una sostanziale parità di genere tra gli occupati, eppure negli altri settori rimane ancora un forte divario. Secondo il Dossier del Servizio studi della Camera siamo al 23esimo posto sui 27 Stati dell’UE, 69esimo sui 142 a livello mondiale

di Daria Contrada, giornalista

Finalmente una buona notizia per il gentil sesso: per la prima volta nella storia del nostro Paese il numero di donne impiegate nella magistratura ha superato la percentuale dei colleghi maschi. Il dato ce lo fornisce il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, nella sua relazione: “rispetto agli anni precedenti nella popolazione dei magistrati in servizio si ribalta il rapporto tra uomo e donna, pur rimanendo attorno alla parità: 50,7% di donne, e 49,3% di uomini”. È un grande traguardo se si pensa che l’accesso alle donne in magistratura è stato aperto appena 50 anni fa e che stiamo parlando di un settore tradizionalista, come quello delle toghe. Eppure il ministro Andrea Orlando non ha dubbi: “si sta rompendo il tetto di cristallo che impediva alle donne l’accesso alla guida degli uffici giudiziari. Dobbiamo andare avanti su questa strada partendo dal dato che vede ormai un sostanziale equilibrio di genere nella composizione della magistratura”.  

Delle 252 nomine fatte dal Consiglio Superiore della Magistratura negli ultimi 15 mesi sotto l’impulso del vicepresidente Giovanni Legnini, se si guarda agli incarichi direttivi si vede che 101 sono uomini e 25 sono donne. Il CSM, però, fa sapere che sta cercando di invertire questo dato: “stiamo lavorando per riequilibrare lo storico gap per cui a fronte della quasi paritaria presenza della componente femminile in magistratura, negli incarichi direttivi la percentuale di donne si riduce al 24% sul 76% a favore della componente maschile nel settore giudicante e addirittura al 16% a fronte dell’84% per le funzioni direttive requirenti”.

E in effetti è di pochi giorni fa la nomina di quattro donne ai vertici degli uffici giudiziari di Salerno, Firenze, Genova e Modena: “stiamo facendo enormi passi in avanti”, hanno commentato le componenti della Quinta Commissione, Maria Elisabetta Alberti Casellati e Paola Balducci.

Recentemente più di 50 tra associazioni, reti e gruppi femminili hanno rivolto un appello ai presidenti di Camera e Senato affinché eleggessero 3 giudici donna alla Corte costituzionale. Nel testo sottolineavano appunto che “vi sono moltissime donne di grande prestigio e qualità che hanno tutti i requisiti professionali, culturali e morali per poter esercitare autorevolmente la funzione di giudice costituzionale”. Nonostante questo appello sia andato disatteso, la giustizia sembra si stia adeguando alle quote rosa.

Eppure la situazione fuori da quel campo non è affatto buona. Un dossier messo a punto dal Servizio studi della Camera analizza la partecipazione delle donne alla vita politica e istituzionale. Secondo gli indici di riferimento internazionali, siamo al 23esimo posto sui 27 Stati dell’UE in termini di indice di uguaglianza di genere e al 69esimo sui 142 a livello mondiale in tema di global gender gap.

 

Politica italiana? Le donne al proprio posto! 

Ma ripercorriamo con ordine la storia della nostra Repubblica. I dati relativi alla presenza femminile negli organi costituzionali italiani hanno sempre mostrato una presenza contenuta nei numeri e molto limitata quanto alle posizioni di vertice.

Le prime donne elette alla Consulta Nazionale sono state 14; le donne elette all’Assemblea Costituente, composta da 556 membri, sono state 21 (3,8%). Tra i senatori a vita, solo due volte – nel 2001 e più di recente nel 2013 – è stata nominata una donna: Rita Levi Montalcini e Elena Cattaneo. Mai nessuna donna è stata eletta alla presidenza della Repubblica, né tantomeno a capo del governo o alla guida del Senato.

A Montecitorio abbiamo le prime ‘eccezioni’: Nilde Iotti , Irene Pivetti e adesso Laura Boldrini. Nelle commissioni parlamentari si registrano a Montecitorio Donatella Ferranti alla Giustizia e Flavia Piccoli Nardelli alla Cultura, a Palazzo Madama Anna Finocchiaro agli Affari costituzionali ed Emilia Grazia De Biasi all’Igiene e sanità.

Va un po’ meglio nell’esecutivo: con Renzi per la prima volta si è registrata una composizione paritaria: le donne ministro erano 8 su 16 ministri; poi le dimissioni di Federica Mogherini e Maria Carmela Lanzetta hanno “squilibrato” il dato, ponendo comunque l’Italia, con il suo 40%, al di sopra della media europea (27%).

In questo ambito i risultati sono molto diversi tra i vari Stati: in Finlandia la donne presenti nella compagine governativa sono il 54%, in Svezia (50%) si registra la parità, seguono la Francia (48 per cento) e la Germania (43%).

 

Il Ruanda meglio dell’Italia

Ma come superare questa impasse? Il dossier della Camera ci fornisce anche una possibile soluzione al problema, puntando sull’introduzione delle quote di genere nei sistemi elettorali. Come? Le quote possono essere previste a livello legislativo, a volta anche costituzionale, e questo accade in circa 75 Paesi, o possono essere adottate dai partiti politici su base volontaria, come accade in circa 51 Paesi.

La previsione di quote nella loro veste più vincolante, ossia con la previsione di seggi riservati alle donne, è diffusa soprattutto nelle nuove democrazie costituzionali dell’Africa e dell’Asia, nelle democrazie emergenti. In molti casi si è trattato di partire da zero nel riconoscimento dei diritti alle donne e per questi Paesi l’introduzione delle quote è parte integrante del processo di democratizzazione in corso.

Insomma, in fin dei conti la scarsa presenza delle donne nelle assemblee rappresentative è un problema diffuso su scala planetaria e con cui tutti i Paesi– sia le democrazie consolidate che le democrazie emergenti – al momento si stanno confrontando. Basti pensare all’Afghanistan, in cui le donne occupano il 28% dei seggi del Parlamento grazie ad una previsione costituzionale. O al Ruanda, che, grazie ad un sistema di seggi riservati, già dal 2008 si è affermato come unico Paese in cui le deputate donne sono più dei deputati uomini (56%); il successo è stato replicato nelle recenti elezioni del 2013, quando le donne hanno raggiunto la stratosferica percentuale del 64% (51 seggi su 80).

 

Sistemi elettorali che prevedono a livello legislativo un sistema di quote, pur senza meccanismi così stringenti come quello dei seggi riservati, sono ampiamente diffusi in America Latina. Ad esempio in Argentina le donne occupano il 37% dei seggi alla Camera.

Forse per una volta noi europei dovremmo prendere esempio da Paesi ‘meno industrializzati’, ma di sicuro molto più lungimiranti.