La qualità dello sviluppo in Italia

matite-colorate

La qualità dello sviluppo rappresenta l’incubatore della crescita economica ma il Mezzogiorno è ancora in grave ritardo

Presentato il Rapporto 2015, realizzato da Tecnè e dalla Fondazione Di Vittorio (Istituto nazionale della CGIL per la ricerca storica, economica, sociale e della formazione sindacale), che misura lo stato di salute del Paese attraverso le disuguaglianze territoriali. 

Il “Rapporto 2015 sulla qualità dello sviluppo in Italia” ha l’obiettivo – senza alcuna pretesa di esaustività – di misurare lo stato di salute del Paese da uno specifico punto di vista: quello delle disuguaglianze territoriali. Lo fa utilizzando ben 87 indicatori suddivisi in 10 macro-aree, ovvero:
1. Qualità delle abitazioni
2. Beni posseduti dalle famiglie
3. Caratteristiche del territorio
4. Condizioni di salute degli individui
5. Relazioni amicali e partecipazione sociale
6. Servizi socioassistenziali e sistema sanitario
7. Struttura culturale
8. Struttura economica
9. Equità economica
10. Soddisfazione per la qualità della vita

La scelta della scala (cioè del sistema di indicatori) e del metodo di calcolo degli indici (basato sulla differenza delle diverse aree del Paese rispetto alla media nazionale) è funzionale proprio a evidenziare le eccellenze e misurare le distanze tra i vari territori.
Infatti, utilizzando come base di confronto la media nazionale (indice base Italia = 100), tramite questa analisi risulta che l’indice complessivo della qualità dello sviluppo colloca il Nord-Est al primo posto con 111 punti, seguito dal Nord-Ovest (107), dal Centro (103), mentre il Sud e le Isole si fermano molto più in basso, con l’indice a 87 punti. E questa distanza si evidenzia in tutte le aree analizzate
È quindi un Paese spaccato in due e che procede a due velocità, quello che emerge dal Rapporto, con grandi e profonde differenze tra Nord e Mezzogiorno in ciascuna delle aree analizzate.

Anche per quanto concerne la soddisfazione sulla qualità della vita – che rappresenta la percezione che gli individui hanno della propria condizione e del territorio che abitano e dunque uno dei principali “termometri” sullo stato di salute del Paese – l’andamento negli ultimi dieci anni è particolarmente significativo per comprendere, quando e quanto la crisi economica abbia avuto impatto sulla vita delle persone.
La differenza tra il 2005 e il 2015 è infatti molto grande e risente particolarmente della seconda fase della crisi. Fatto 100 la media nazionale nel 2015, questo specifico indicatore si colloca 22 punti sotto il livello del 2005, segnando il valore più basso negli ultimi dieci anni.

soddisfazione

“In sintesi” spiegano gli studiosi che hanno effettuato l’analisi “il Rapporto evidenzia come all’Italia serva un salto di qualità che vada non solo nella direzione di un recupero di fiducia ma soprattutto in un grande progetto che punti a colmare i gravi ritardi tra nord e mezzogiorno presenti in ognuna delle 10 macro aree di analisi. È inimmaginabile pensare di recuperare il terreno perduto in questi anni se permangono differenze così forti nelle varie aree del Paese, differenze che si riflettono inevitabilmente nella velocità di risalita e che espongono a crisi cicliche e a un progressivo degrado economico delle aree più povere”.

Bisogna infatti ricordare che la qualità dello sviluppo rappresenta l’incubatore della crescita economica, e la crescita economica ha a sua volta una relazione stretta con la qualità della vita degli individui e con le caratteristiche e le dotazioni dei territori. Dunque, la competitività cresce in funzione di quanto crescono l’equità e le possibilità offerte agli individui.
Per questo motivo il tema della misurazione della qualità dello sviluppo e del benessere degli individui ha stimolato, negli ultimi anni, ampi spazi di discussione alla quale partecipano esponenti e studiosi di varie discipline, come la sociologia, l’analisi economica, la psicologia. D’altro canto si tratta di un tema con una lunga tradizione accademica e in tutto il mondo, sia nei Paesi sviluppati, sia in quelli emergenti e in via di sviluppo, organizzazioni pubbliche e private hanno intrapreso percorsi e iniziative per costruire sistemi d’indicatori o singole misure in grado di dare conto della complessità della società e di monitorare quei fenomeni che, in maniera e in misura diversa, contribuiscono alla qualità dello sviluppo e al benessere dei cittadini.

Il Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, ha commentato i dati del Rapporto realizzato dalla Fondazione Di Vittorio e dall’istituto di ricerca Tecnè dicendo che “è la documentata conferma della necessità e dell’urgenza di una vera politica nazionale per il Mezzogiorno che, intervenendo su specifici fattori di difficoltà e diseguaglianza – che durante la crisi si sono ulteriormente ampliati – trasformi l’attuale emergenza in una opportunità”.

Per la leader della Cgil “è evidente, invece, il ritardo nelle politiche nazionali, la scarsa interazione con le politiche regionali, la carenza di investimenti, la frammentazione e la dispersione in troppi ambiti degli obiettivi e delle risorse. Solo con una robusta crescita in questa parte dell’Italia sarà possibile uno sviluppo più forte e più giusto per tutto il Paese”.

pdf Scarica il rappporto!

(D.M.)