Giornalisti: la riforma che vorremmo

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L’Ordine dei Giornalisti, da anni, chiede a gran voce una riforma della L. 69/63 e ha predisposto delle linee indicative che il Parlamento – se volesse fare una vera riforma condivisa – potrebbe prendere in considerazione ed attuare con facilità. Ecco la riforma che propone il CNOG spiegata punto per punto

di Daniela Molina, giornalista e consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti

Per adeguare il sistema ordinistico dei giornalisti alla realtà del mondo di oggi è necessaria una riforma e il Consiglio Nazionale dell’Ordine ne è più che consapevole, tanto che il 9 luglio 2014, dopo lunga e articolata discussione, ha approvato una delibera in cui venivano elencate le linee di proposta di riforma che si richiedeva al Parlamento di apportare alla Legge del 1963. Perché questa necessità di riforma? Lo spieghiamo in questo lungo articolo in cui elenchiamo e chiariamo punto per punto la nostra proposta.

Bloccato da anni tra le morse di una Legge pensata per la stampa di un Paese che ancora non sapeva cosa fossero le tv e le radio private, dove internet era ancora nella testa degli autori dei romanzi di fantascienza, dove il tubo catodico irradiava solo il primo canale Rai e nelle edicole si mostravano pochi quotidiani, mentre i giornali locali e la free press erano bagliori di lontane forme di immaginazione, il giornalismo italiano è fermo a una lontana epoca, in cui a ogni giornalista professionista corrispondeva un posto di lavoro assicurato e un pubblicista altro non era che una penna prestata part-time per riempire lo spazio di una rubrica temporanea.

Ma chi avrebbe mai detto nel 1963 che un giorno le occasioni di lavorare come giornalista si sarebbero allargate a dismisura per via dell’aumento eccezionale delle piattaforme mediatiche? Chi avrebbe mai detto che i giornalisti avrebbero potuto lavorare contemporaneamente per più giornali, di cui magari uno televisivo, uno radiofonico, uno telematico? Chi avrebbe mai detto che sarebbero nati centinaia di uffici stampa, con altrettanti addetti stampa? Chi avrebbe mai detto insomma che il mondo della comunicazione e dell’informazione sarebbe tanto cambiato da offrire migliaia di opportunità professionali alle quali però – proprio a causa delle limitazioni della legge – non si sarebbe potuto accedere perché gli “abilitati” ad esercitare la professione dovevano essere per forza esclusivamente gli assunti a tempo indeterminato presso testate giornalistiche con determinate caratteristiche? Ovvero quelle esistenti nel 1963. Così, mentre il mondo si evolveva, i giornalisti professionisti potevano essere solo quei pochi certificati tramite una legge ormai non più al passo con i tempi.

Nel tempo l’Ordine ha cercato di allargare il margine, dapprima “inventando” le scuole di giornalismo. Ma purtroppo le scuole di giornalismo si sono rivelate macchine per far soldi e null’altro che un ulteriore discrimine all’accesso alla professione, stavolta di ordine economico, visto il costo elevato che faceva sì che ad accedervi fossero solo i figli di chi poteva permettersi simili rette. In questo modo nel tempo il giornalismo professionistico è diventato un “lavoro per ricchi”, per la casta; e in Italia tutto è andato avanti come al solito: accesso al lavoro tramite raccomandazioni di parenti e familiari, con l’aiuto dei papà, oppure perché in famiglia c’erano abbastanza soldi per pagare una retta di un corso privato, un master di giornalismo presso una Scuola riconosciuta. L’Ordine ha tentato di dare un limite anche a queste rette, obbligando le università ad offrire delle borse di studio di qualche migliaio di euro per permettere l’accesso anche a chi poteva pagare ad esempio solo 5.000 euro l’anno invece di 10.000…

Ad essere sbagliata per la situazione attuale è dunque ovviamente l’inibizione all’accesso all’elenco dei professionisti. Infatti come si può impedire a un essere umano di esercitare una professione mettendo un filtro basato non sul possesso del titolo di studio, di un’adeguata preparazione e competenza come per tutte le altre professioni, ma sulla quantità di denaro posseduto o di amicizie familiari o sulla fortuna personale?

In pratica per un giornalista la possibilità di svolgere questo lavoro come professionista è costretta all’interno di questo severo parametro: a un giornalista professionista deve corrispondere un posto di lavoro a tempo indeterminato in una redazione avente determinate caratteristiche. Dunque prima si deve fare spazio nella redazione di un giornale per un’assunzione – sempre che ci siano alcuni tutor disponibili – e poi si può dare la possibilità a un prescelto di iniziare il suo praticantato per entrare a far parte del gotha del professionismo.
Non sarebbe invece più qualificante per l’intero sistema se prima ci si potesse preparare adeguatamente e poi, a seconda delle proprie capacità, si lasciasse al mercato del lavoro e alla meritocrazia la possibilità di farci emergere, e svolgere questa professione con un contratto a tempo indeterminato se vogliamo, o come freelance se preferiamo?

E questo è proprio il tipo di riforma che ci piacerebbe: quello in cui tutti fossimo adeguatamente preparati, tutti avessimo la possibilità di sostenere l’esame professionale e poi tutti avessimo pari opportunità di essere assunti da un editore.

Oggi invece l’unica via per poter esercitare l’attività giornalistica è quella di diventare pubblicisti, ed è per questo che in Italia ci sono ben 77.000 pubblicisti contro meno di 28.000 professionisti. Perché non vi è altra via. Si tratta di giornalisti a tutti gli effetti, che pagano la quota di iscrizione all’albo e quella annuale di permanenza esattamente come i professionisti, che sono tenuti a svolgere il lavoro esattamente come i professionisti, che seguono le stesse regole legali e deontologiche che seguono i professionisti.
I doveri sono tutti gli stessi; i diritti no.
Perché i pubblicisti non sono tutelati come i professionisti. Di solito vengono utilizzati come collaboratori esterni, lavorano di più e a proprie spese, vengono pagati di meno, e su di loro ricadono maggiori responsabilità perché, non facendo parte della redazione, non hanno la stessa tutela editoriale. E, naturalmente, possono essere chiamati a collaborare o meno, dunque hanno un lavoro saltuario e sottopagato che spesso li costringe a cercarne un altro per mantenersi e – per questo stesso motivo – a non poter diventare professionisti. Già, perché la legge obbliga ad esercitare l’attività giornalistica in via esclusiva. Così, se un medico o un avvocato possono scrivere gli articoli che vogliono sui giornali, pur esercitando un’altra professione senza che nessuno metta in dubbio la loro professionalità e la loro permanenza nel proprio Albo (Albo ovviamente con un unico elenco), non è così per un giornalista. Vai a capire perché.
Il nostro Albo è diviso in due elenchi. Ma mi raccomando: non andate a controllare mai se quei 28.000 professionisti esercitano effettivamente e solo la professione giornalistica perché potreste avere delle sorprese: in Italia in realtà non operano come giornalisti professionisti 28.000 persone, quello è solo un numero sulla carta, perché molte non esercitano più in via esclusiva o sono pensionate. Mentre se controllate i pubblicisti, vedrete in quanti in realtà esercitano esclusivamente la professione giornalistica. Sono i misteri di un sistema basato su una legge da aggiornare assolutamente per far sì che rispecchi la realtà: oggi migliaia di pubblicisti sono costretti a restare tali perché quella vecchia legge ostacola il loro cammino verso la professione. E allora cambiamola, cambiatela questa legge. E permetteteci di metterci in gioco, di avere opportunità di accesso a un lavoro, come è giusto che sia.

LA PROPOSTA SPIEGATA PUNTO PER PUNTO

Al primo punto della proposta deliberata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti c’è il canale unico di accesso alla professione.
Una professione deve contraddistinguersi per la competenza e la professionalità appunto di chi la svolge; e allora ben venga un’adeguata preparazione, di livello universitario:

Al primo punto della proposta deliberata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti c’è il canale unico di accesso alla professione.
Una professione deve contraddistinguersi per la competenza e la professionalità appunto di chi la svolge; e allora ben venga un’adeguata preparazione, di livello universitario:

1. Canale unico di accesso alla professione. Per esercitare l’attività professionale giornalistica è obbligatoria l’iscrizione all’Ordine che ha il compito primario di assicurare la tutela dell’esercizio della professione e il rispetto dei principi deontologici. All’Albo dei giornalisti si accede superando una prova d’idoneità professionale, al termine di un percorso formativo costituito dal conseguimento della laurea in una qualsiasi disciplina e da una successiva pratica giornalistica da svolgersi nell’ambito di un corso universitario biennale, disciplinato sulla base di convenzioni tra le Università legalmente riconosciute e il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti.
Per le minoranze linguistiche riconosciute dalla legge il Consiglio nazionale dell’Ordine valuterà percorsi formativi analoghi ma compatibili con una diversa organizzazione. La legge di riforma dell’Ordine definisce gli ambiti dell’autonomia degli Ordini regionali. Detta autonomia non può riguardare norme e regole relative all’accesso, alla iscrizione negli Elenchi e alla materia disciplinare.

Dal momento di entrata in vigore della legge così riformata, i futuri giornalisti dovranno essere tutti adeguatamente preparati. I giornalisti di oggi a volte non hanno nemmeno un diploma perché la norma vigente dal 1963 dice che, per chi non è in possesso di un titolo di studio (nemmeno di terza media), basta superare un colloquio di cultura generale prima di essere iscritti al registro dei praticanti. Così allo stato attuale un giornalista può essere professionista anche se non è preparato in nient’altro che nella tecnica giornalistica e nelle regole deontologiche. Eppure può parlare di economia, di politica, di cultura, di medicina, di scienza, ecc. Per fortuna ovviamente ci sono persone laureate e preparatesi per volontà propria ma non perché quello sia un parametro di accesso alla professione secondo la legge 69/63.
Con questa modifica si prendono due piccioni con una fava: abbiamo parlato prima delle scuole di giornalismo: corsi biennali sotto forma di master a pagamento. Noi vogliamo invece che ci sia la possibilità di studiare giornalismo presso un’università pubblica grazie al nuovo ordinamento che ci permette il 3+2, ovvero una laurea base triennale in qualsiasi materia a scelta dello studente, seguita da una laurea specialistica o magistrale biennale in giornalismo. Questa laurea biennale, con il pagamento delle comuni tasse universitarie, può sostituire tranquillamente l’attuale master.

Né dobbiamo dimenticarci delle crisi economiche che attraversano la storia economico-politica del nostro Paese, inserito all’interno dell’UE, inserita a sua volta all’interno di un mondo informativo globalizzato. E allora va preso in considerazione il fatto che alcuni giornalisti possono aver bisogno di fare anche un altro lavoro per arrotondare le entrate. Ma facciamo sì che siano loro a scegliere, e non una Legge ad obbligarli a lavorare in via esclusiva per essere considerati giornalisti. Così il secondo punto della riforma che vorremmo dice:

2. Albo dei giornalisti. L’Albo dei giornalisti è costituito da due Elenchi, quello dei “professionisti” e quello dei “pubblicisti e dei professionisti che non esercitano in via esclusiva”.
Sarà il giornalista abilitato al termine del percorso formativo, una volta superato l’esame d’idoneità, a scegliere in quale Elenco iscriversi. Gli iscritti all’Elenco dei professionisti saranno vincolati all’esercizio esclusivo dell’attività giornalistica. Il giornalista abilitato potrà in qualunque momento, con apposita istanza al Consiglio regionale di appartenenza, chiedere il trasferimento da un Elenco all’altro. Si chiede l’abolizione dell’Elenco di coloro che, pure non esercitando l’attività di giornalista, assumano la qualifica di direttore responsabile di periodici o riviste a carattere tecnico, professionale o scientifico, ai sensi dell’art. 28 della legge n. 69/1963.

Si potrà passare con facilità dunque da un elenco all’altro se proprio si vuol mantenere il doppio elenco. Anche se personalmente la scrivente sarebbe per un Albo Unico in cui a nessuno è richiesto l’obbligo dell’esercizio esclusivo della professione ma tutt’al più si parli di esercizio prevalente della stessa. Ma queste linee sono state adottate a seguito di una lunga discussione e fanno parte di un compromesso che rispetta le opinioni di tutti, proprio perché le riforme devono essere condivise e non cadere dall’alto. Soprattutto non essere imposte da un Governo temporaneo e che non dovrebbe occuparsi di fare le leggi ma di amministrare i beni pubblici di un Paese. Il Governo è l’esecutivo, deve eseguire gli ordini del Parlamento e non essere lui a ordinare cosa fare al Parlamento, come sta accadendo di questi tempi.

E se qualche collega pubblicista avesse un timore per quanto concerne questa proposta di riforma, si sappia che il Consiglio nazionale ha previsto anche una disciplina transitoria, affinché tutti i colleghi abbiano la possibilità di scegliere se sostenere l’esame e passare all’elenco dei professionisti o se restare nell’elenco ridenominato “dei pubblicisti e dei professionisti che non esercitano in via esclusiva”. Avranno tempo tre anni dall’entrata in vigore della riforma per effettuare questa scelta. E ci piace sottolineare che si tratta di una scelta personale e non di un’imposizione. Ecco quindi il punto 3 della nostra proposta di riforma:

3. Disciplina transitoria. Entro tre anni dalla data di entrata in vigore della legge di riforma, i giornalisti pubblicisti che non abbiano superato l’esame  di abilitazione potranno chiedere di sostenerlo.  Vi saranno ammessi, previa partecipazione ad un corso le cui modalità e durata saranno decise dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Chi non sosterrà l’esame rimarrà comunque iscritto all’Elenco ridenominato “dei pubblicisti e dei professionisti che non esercitano in via esclusiva”. A tale Elenco rimarranno iscritti anche i giornalisti pubblicisti che siano stati ammessi all’Elenco successivamente alla data di approvazione delle linee di riforma da parte del Consiglio Nazionale dell’Ordine.  Gli aspiranti pubblicisti che hanno presentato la domanda d’iscrizione oltre il……..  per sostenere l’esame di idoneità dovranno seguire il percorso formativo standard. Per un periodo di tre anni dall’entrata in vigore della legge di riforma dell’Ordine saranno fatte salve le regole che attualmente disciplinano l’accesso alla professione di giornalista.  

MINACCE DI QUERELE PER FAR TACERE LA STAMPA

E passiamo ora a un altro punto dolente, soprattutto per i pubblicisti che sono meno tutelati e vengono sottoposti a forzature anche di questo tipo. Stiamo parlando del rapporto tra la correttezza dell’informazione e i ricatti e le minacce di cui i giornalisti sono vittime. Abbiamo pensato a un Giurì, per tutelare i cittadini e al contempo per evitare che si ricorra a querele ingiustificate e richieste risarcitorie assurde e senza alcun fondamento solo per intimorire la stampa. Questo è il punto 4 della nostra proposta di riforma:

4. Giurì per la correttezza dell’informazione. In ciascun distretto di Corte d’Appello in cui hanno sede i Consigli regionali dell’Ordine è istituito il Giurì per la correttezza dell’informazione, avente il compito di tentare, in via preventiva e obbligatoria, una conciliazione tra le parti, ogni qualvolta un cittadino si ritenga leso dalla pubblicazione di una notizia giornalistica. Il Giurì dovrà contribuire a porre freno al fenomeno del ricorso alle querele e alle richieste risarcitorie. Il Giurì ha l’esclusivo compito di fungere da strumento di composizione delle controversie prima che queste arrivino in tribunale. Per essere considerato uno strumento di arbitrato preventivo rispetto al procedimento, deve essere configurato all’interno di un contesto ordinamentale coerente.
Le norme che disciplinano l’istituzione, la composizione e l’attività del Giurì sono demandate ad apposito regolamento.

IL PRINCIPIO DELLA RAPPRESENTANZA

Il Governo vuole ottenere in questi giorni dal Parlamento (alla Camera la richiesta è già passata in cinque minuti, al Senato si sta per discutere) una delega a rivedere le funzioni del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e a ridurne il numero, portandolo a 36 consiglieri, in modo che non tutte le regioni siano rappresentate e in particolare non i pubblicisti. Quindi esige che ci siano solo 12 pubblicisti e 24 professionisti a far parte del Consiglio e, poiché in così pochi sarebbe impossibile effettuare i propri compiti, allora basta semplicemente sottrarglieli.
In realtà che fossimo un po’ troppi lo avevamo già pensato anche noi consiglieri, da tempo. Ma poiché sappiamo quali compiti dobbiamo svolgere (cosa che il Governo non sa o fa finta di non sapere) e soprattutto siamo un organismo democratico, dopo lunghi conteggi e discussioni siamo riusciti a “trovare la quadra”. Noi pensiamo che una volta modificati i criteri di accesso alla professione e ridefiniti gli elenchi dell’Albo, la giustizia ci imponga di considerare un rapporto di rappresentanza fissato in 3 a 2 come vedrete, che corrisponde a un massimo di 90 componenti. Perché la nostra è una proposta di riforma organica, in cui ogni articolo si regge con l’altro e nulla è stato buttato lì a caso. E i conti tornerebbero tutti.

5. Composizione del Consiglio nazionale dell’Ordine. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine è formato da 90 componenti secondo un rapporto di rappresentanza fissato in 3 a 2 tra gli iscritti all’Elenco dei professionisti e gli iscritti nell’Elenco dei pubblicisti e dei professionisti che non esercitano in via esclusiva. Le modalità per la sua elezione sono stabilite da un apposito regolamento adottato dal ministro della Giustizia su proposta del Consiglio nazionale dell’Ordine. Negli organismi dirigenti ed esecutivi dei Consigli Regionali e Nazionale deve essere favorito l’equilibrio di genere. La relativa disciplina è demandata ad apposito Regolamento, adottato con deliberazione del Consiglio Nazionale dell’Ordine, da sottoporre all’approvazione del Ministero Vigilante.  

Secondo quanto si sta muovendo in sede parlamentare in questi giorni, si sappia comunque che di sicuro non è possibile scendere al di sotto dei 60 membri perché tutte le regioni abbiano almeno un proprio rappresentante pubblicista e due professionisti se proprio si vuole che 28.000 (forse) professionisti siano rappresentati dal doppio dei pubblicisti che sono invece 77.000. Quali criteri di giustizia regolino questo desiderio è difficile da appurare ma questo è ciò che sta accadendo e che riportiamo.

ELEZIONI E NOMINE

Il punto 6 prevede di portare la durata in carica a 4 anni come è per tutti gli altri organismi pubblici o parastatali. Così come il Governo si lamenta sempre del non riuscire a portare a termine i propri compiti in soli 4 anni, e del fatto che la mancanza di stabilità rappresenti un danno per il popolo italiano, noi pensiamo la stessa cosa per i 3 anni attuali di durata in carica dei consigli, nazionale e regionali. O ciò che va bene per il Governo non deve andar bene per un ente di diritto pubblico? 

6. Durata in carica del Consiglio Nazionale e dei Consigli regionali. Il Consiglio dura in carica 4 anni. Analoga disposizione è estesa ai Consigli regionali. 

E se qualcuno pensasse che vogliamo “mantenere la poltrona”, il punto 7 dimostra che non è così perché abbiamo deciso noi stessi di limitare la durata dei mandati. E abbiamo previsto il divieto di cumulo di incarichi. Ecco come:

7. Incompatibilità.  Non è possibile rivestire la carica di presidente, vice-presidente, tesoriere e segretario del Consiglio nazionale per più di due mandati consecutivi. Queste cariche sono incompatibili con qualsiasi incarico nelle altre istituzioni giornalistiche: FNSI, INPGI, Casagit, Fondo pensione complementare dei giornalisti. Analoghe incompatibilità vanno previste poi anche per il Presidente, Vice Presidente, Segretario e Tesoriere, nonché per i membri del Collegio dei Sindaci del Consiglio regionale dell’Ordine. 

Un atto di grande responsabilità, quello che precede, e che non troverebbe uguali in qualsiasi altro ente pubblico, soprattutto nel Governo. Anzi: magari qualcuno volesse seguire le nostre orme. Il popolo italiano ringrazierebbe ed esulterebbe.

Passiamo ora al punto 8. Le elezioni. Oggi meno di 1 giornalista su 10 si reca alle urne per eleggere i propri rappresentanti. Allargare il numero dei votanti è un altro atto di democrazia e giustizia. Per questo abbiamo pensato di introdurre anche il voto elettronico da casa, tramite PC. I giornalisti che hanno difficoltà a recarsi alle urne sono molti perché di solito i seggi sono aperti solo nella principale città della regione e chi abita lontano, in altre città o paesi, deve recarvisi appositamente o con la propria automobile o con treni, pullman e altri mezzi di trasporto. Ci sono giornalisti che possono avere bimbi piccoli al seguito, oppure che stanno male e hanno problemi di deambulazione, oppure che sono anziani, oppure che non hanno la possibilità per i motivi più varii di raggiungere il seggio elettorale. Perché non rendere agevole il voto e far sì che tutti abbiano la possibilità di votare? Questo è un altro atto di responsabilità di cui molti colleghi – riteniamo – sarebbero grati ai parlamentari, perché attualmente la legge non dà questa opportunità, per ovvii motivi: nel 1963 internet non esisteva.

8. Modalità di voto per l’elezione dei consigli regionali e nazionale dell’Ordine. Per le elezioni dei Consigli Regionali e Nazionale l’elettore può esprimere il voto presso il seggio elettorale o in via telematica. La disciplina del voto telematico è demandata ad apposito Regolamento, adottato con deliberazione del Consiglio Nazionale, da sottoporre all’approvazione del Ministero Vigilante.

Il punto 9 è quasi un obbligo, nel senso che la Legge 69/63 dovrebbe essere aggiornata per prendere in considerazione il DPR del 2012 che prevede le nomine del Consiglio di disciplina nazionale. Ma  anche qui facciamo un passo avanti nella direzione della democrazia, della giustizia e della trasparenza, perché coinvolgiamo un organo di giustizia esterno e in particolare la corte suprema di cassazione. Quindi gli attuali 12 componenti del Consiglio di disciplina che eleggiamo al nostro interno verrebbero invece selezionati direttamente dal CSC. Più obiettività e trasparenza di questa…

9. Nomina del Consiglio di disciplina nazionale. Elezione cariche dei Consigli di disciplina territoriali e nazionale Il Consiglio di disciplina nazionale viene formato con modalità analoghe a quelle stabilite per la designazione del Consiglio di disciplina territoriale. Il Consiglio Nazionale propone 24 nomi al primo presidente della Corte Suprema di Cassazione il quale sceglie i 12 componenti del Consiglio di disciplina nazionale.  Il presidente e il segretario dei Consigli di disciplina territoriali e nazionale sono eletti dai componenti degli organismi nel corso della riunione di insediamento.  

GLI UFFICI STAMPA

Infine il decimo punto delle nostre linee di proposta di riforma prende in considerazione finalmente anche gli Uffici stampa, sia pubblici sia privati. Perché solo un giornalista può e deve tenere un ufficio stampa, e non un PR qualsiasi, non un fantomatico esperto di comunicazione che di giornalismo non capisce alcunché e invia comunicati stampa che in realtà nascondono delle vere e proprie pubblicità. I giornalisti che lavorano negli uffici stampa devono essere tutelati e salvaguardati perché fanno un lavoro di responsabilità e non possono essere considerati alla stregua di un impiegato qualunque di una società o di un ente che segue esclusivamente le direttive dei suoi superiori senza avere alcuna competenza giornalistica e senza conoscere né applicare le regole deontologiche della nostra professione.

10. Uffici stampa. Ciascun Consiglio regionale dell’Ordine istituisce il Registro degli Uffici stampa pubblici, privati e delle agenzie fotocinegiornalistiche in cui operano giornalisti iscritti all’Albo. Tale registro è aggiornato annualmente. Nei comunicati degli uffici stampa registrati dovrà essere indicato il numero di protocollo della registrazione. 

AI PARLAMENTARI

Ecco qui, dunque, in 10 punti semplici e perfettamente realizzabili come si può riuscire a fare un passo da gigante nella tutela del lavoro giornalistico, nell’offrire la possibilità a tutti di lavorare in questo campo pur seguendo le regole e facendo sì che emergano i migliori, sulla base di elementari regole di meritocrazia. Non ci sarebbe più alcuna casta, tutti potrebbero esercitare questa attività considerando che le regole deontologiche della nostra professione sono state fatte per salvaguardare il cittadino e non per ostacolare il suo diritto di essere informato.

In questo modo i giornalisti sarebbero preparati, competenti e consapevoli della propria responsabilità. Non sarebbero sottoposti a ricatti, non verrebbero tiranneggiati, non verrebbero sfruttati e questo sarebbe a beneficio di tutti i cittadini.

E tanto si farebbe per la giustizia e per la trasparenza, ma soprattutto per la democrazia.

Noi speriamo che i parlamentari ci permettano di lavorare in questo clima e non più in quello attuale. Noi speriamo che i parlamentari capiscano che a fare le leggi, in una Repubblica democratica come è quella italiana, sono delegati loro e non il Governo temporaneo. Noi speriamo che i parlamentari applichino il buon senso e la ragionevolezza e comprendano che a guidarci non è sete di potere e non è attaccamento alla poltrona, ma esattamente il contrario, come quanto scritto finora dimostra.

Non vogliamo essere una casta: vogliamo essere solo persone comuni preparate a fare il proprio dovere con responsabilità e senso di giustizia.