Lavoro: “Basta con le ricette, ora azioni concrete. Con il Jobs Act l’Italia ha solo perso tempo”

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Intervista esclusiva di Donna in Affari all’eurodeputata Laura Agea (Commissione Occupazione e Affari sociali – Parlamento Europeo), che boccia la riforma Poletti e invoca la flex-security

di Daria Contrada, giornalista

La riforma del lavoro in Italia? L’ennesima occasione mancata per rilanciare l’economia del Paese. Sembra quasi che il governo non abbia una visione d’insieme, né per superare l’emergenza disoccupazione, né per uscire da questa fase di stagnazione. Parole molto dure quelle che l’eurodeputata M5S Laura Agea (Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia diretta) spende nei confronti del governo Renzi e nello specifico del suo Jobs Act.

Flessibilità. In Europa sembra essere la parola d’ordine che caratterizza il mercato del lavoro, in Italia fa ancora un po’ paura. È il nostro mercato che è ancora troppo statico o è una questione di forma mentis?

Dall’Europa è sempre più incalzante la richiesta agli Stati membri di rendere il mercato del lavoro flessibile e mobile. A tal riguardo le indicazioni parlano di flex-security. Tale concezione risulta estranea alle politiche occupazionali portate avanti in Italia negli ultimi anni. La riforma del lavoro attuata con il Jobs Act è un tentativo monco di allinearsi in questa direzione. Parlo di tentativo monco poiché abbiamo adempiuto alla richiesta di flessibilità e mobilità attraverso la diversa impostazione dei contratti di lavoro data dal Jobs Act, ma non abbiamo tenuto conto del vulnus normativo sui sistemi di welfare state e protezione sociale. Mentre la quasi totalità degli Stati membri ha nel tempo attuato regimi di reddito minimo che offrono le opportune reti di protezione sociale in questo mercato del lavoro flessibile, l’Italia ha un vuoto normativo in questo senso, e la proposta di legge sul ‘reddito di cittadinanza’ fatta dal Movimento 5 Stelle è stata considerata non prioritaria e accantonata. Laddove la nuova concezione del mercato del lavoro così come indicata dall’Europa fosse quella da perseguire ci sono due criticità importanti a cui dare risposta: un opportuno sistema di istruzione che permetta di creare non solo le competenze a questa nuova concezione ma anche di creare la predisposizione dei giovani in particolare a questo nuovo sistema lavorativo. L’Italia deve inoltre allinearsi agli altri Paesi non solo nell’attuare le riforme strutturali ma anche nel prevedere un sistema di protezione sociale che sia di supporto a tali riforme.

Lei fa parte della commissione Occupazione e Affari Sociali del nostro Parlamento europeo. Quali sono i dossier caldi che avete al momento sul tavolo?

La commissione ha al momento in esame diversi progetti di relazione: il report di iniziativa del relatore Guillaume Balas sul dumping sociale nell’Unione Europea. Stiamo lavorando su questo argomento estremamente controverso proponendo non solo la nostra visione interna del mercato competitivo intra-UE, che comporta molto spesso concorrenza sleale e quindi dumping sociale, ma anche allargando la visione alla drammatica prospettiva della concessione dello status di economia di mercato alla Cina, cosa che eleverà il problema del dumping sociale a un livello che potremo ritenere non gestibile. La stima infatti della perdita di posti di lavoro è attorno ai 400mila solo in Italia. Abbiamo ricordato attraverso i nostri emendamenti che l’utilizzo di contratti di lavoro atipici in Italia – i voucher – non solo potenzia il precariato ma aumenta il dumping sociale. Un altro documento sul quale stiamo lavorando riguarda l’applicazione della direttiva 2000/78/CE sulla parità di trattamento in materia di occupazione. Il nostro lavoro in questo senso avrà come scopo quello di spostare il focus sul diritto del lavoro che, come confermato dalla Corte di Giustizia, nella sentenza Römer, non si occupa di fornire un quadro di riferimento sul principio della parità di trattamento, ma ha come unico obiettivo quello di offrire un quadro di riferimento per vietare la discriminazione. Dalla direttiva infatti sono esclusi i regimi di sicurezza sociale, gli schemi di protezione sociale, le forme di pagamento per garantire il mantenimento del posto di lavoro o l’accesso al lavoro, le disposizioni nazionali che stabiliscono l’età pensionabile. In questo progetto di relazione stiamo riscontrando una volontà di colmare questi vulnus e proprio sulle lacune che la direttiva presenta cercheremo di focalizzare la nostra analisi. Altro progetto di relazione è l’attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Il nostro obiettivo principale sarà quello di chiedere che Paesi come l’Italia implementino le giuste disposizioni per realizzare misure a favore della disabilità quali incentivi alla deistituzionalizzazione al Caregiver e al ‘dopo di noi’. Tali concetti, sebbene siano la normalità, risultano ad oggi obiettivi mancati dalla legislazione italiana.

Torniamo in Italia. Il Jobs Act passerà alla storia come la riforma che per la prima volta ha eliminato l’articolo 18, una conquista dei nostri genitori. Secondo lei adesso il rapporto di lavoro sarà davvero più a rischio?

Il Jobs Act, la riforma del lavoro, risulta esattamente un’occasione mancata. Promosso come un passo avanti per le tutele dei lavoratori, risulta ad oggi il più grosso fallimento dell’attuale governo. Il maggiore degli errori che riscontro in questa normativa è la precarizzazione del lavoro. Siamo venuti meno al primo articolo della nostra Costituzione, che fonda la nostra Repubblica proprio su di esso. Il sistema così voluto è privo di tutte le tutele sociali che andrebbero accompagnate alla flessibilità che viene imposta. L’utilizzo spropositato che ad oggi viene fatto dei voucher come sistema di pagamento è la dimostrazione di quanto fallimentare sia questa legge. L’Italia con il Jobs Act ha dimostrato semplicemente di non avere alcuna visione né per creare occupazione né per affrontare l’emergenza della disoccupazione né per creare i presupposti necessari ad uscire da una situazione economica che ci vede impantanati da una parte nella stagnazione, dall’altra nella deflazione.

Secondo gli ultimi dati Istat il tasso di occupazione in Italia sta registrando per la prima volta un’inversione di tendenza. Molti esponenti della maggioranza del Governo affermano sia merito del Jobs act che traina la ripresa economica. Secondo lei quanto la riforma Poletti ha influenzato il dato occupazionale?

L’utilizzo spropositato dei contratti atipici e dei voucher ha in qualche maniera elevato i dati sull’occupazione che non sono la fotografia della situazione reale ma semplicemente un effetto momentaneo. Inoltre pur prendendo atto dei dati Istat, vorrei sottolineare che molto spesso non si tiene conto della situazione reale del mercato del lavoro e del suo andamento poiché non ci poniamo la domanda se e in quale misura l’abbandono dell’Italia da parte di chi, non trovando un lavoro sceglie di andarsene, o di chi magari per le stesse ragioni riprende a studiare, abbia inciso o possa incidere in questo andamento. Ritengo che sia necessario che vengano fatti studi specifici che analizzino tutte le possibili componenti di qualunque riforma attuata per dare un quadro reale della situazione.

Giovani e disoccupazione. Donne e disoccupazione. Sud Italia e disoccupazione. Qual è la sua ricetta per superare questa impasse?

Se il mio ruolo non fosse quello di legislatore, direi che l’Italia non ha bisogno di ricette ma di azioni concrete. Mentre si parla, ci si interroga e si formulano ipotesi sui problemi, quei problemi diventano emergenze. La disoccupazione di lungo periodo, ormai una piaga consolidata nel nostro Paese, non solo genera povertà, ma incrementa l’abbandono scolastico, che determina una nuova categoria di giovani che non solo sono disoccupati, ma che purtroppo hanno poche competenze. Strumenti come Garanzia per i Giovani avrebbero dovuto avere l’obiettivo di contrastare questi fenomeni; peccato però che l’Italia abbia fallito anche in questo. La Corte dei Conti europea, non a caso, ci ha inserito tra i cinque Paesi che peggio hanno utilizzato questo strumento. La disoccupazione giovanile si combatte permettendo ai giovani di incanalare le proprie potenzialità in percorsi virtuosi, puntando sull’eccellenza del loro know-how, impedendo che lo mettano a frutto altrove, puntando su quei settori che la stessa Europa considera di prioritaria importanza, quali l’economia verde e l’economia sociale. Anche le donne risultano ancora lontane dall’avere il proprio ruolo primario sulla scena lavorativa. Ci troviamo ancora a chiedere diritti inalienabili dimostrando che essi ancora per loro non esistono. Manca la capacità e forse anche la volontà di integrarle allo stesso modo degli uomini nel mercato del lavoro. Esistono invece opportunità in questa direzione, favorendo la conciliazione e l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, creando un sistema di welfare state sostenibile, inclusivo e pensato per supportarle sia nella genitorialità che nella sfera lavorativa. Non a caso la direttiva sulla parità di genere che avrebbe dovuto approdare nelle commissioni per la sua revisione è stata invece rigettata alla Commissione.