Libertà, lavoro, legalità: le tre elle dell’informazione. Un’iniziativa per rompere il silenzio

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La Cgil, in collaborazione con Radioarticolo 1, ha organizzato un convegno al teatro dei Dioscuri a Roma, per un dibattito aperto sull’informazione nel nostro Paese, ponendo al centro dell’attenzione le vessazioni contro i giornalisti, compiute dalle organizzazioni mafiose

di Annalisa Marcozzi

Sono stati invitati ad esprimere il loro punto di vista rappresentanti delle istituzioni, giornalisti sotto scorta ed esponenti sindacali, parti che devono interagire in modo sempre più condiviso, per sconfiggere il sistema di intimidazioni, abusi e censure che ha portato l’Italia ad occupare il 73° posto nella classifica della libertà di stampa. A coordinare gli interventi durante l’evento, Altero Frigerio, direttore di Radioarticolo1.

Il titolo del convegno, “Libertà, lavoro, legalità, le tre elle dell’informazione”, racchiude i punti cardine interconnessi su cui incentrare, in modo sempre più efficacie, la lotta contro le mafie.

Per la prima volta dopo anni di silenzio viene affrontato il tema delle difficoltà del lavoro giornalistico e della libera informazione.

L’iniziativa della Cgil si lega ad un passaggio storico per la legalità nel nostro Paese: la pubblicazione ad agosto 2015 della relazione della Commissione Antimafia sul rapporto tra mafie e informazione. Un atto derivato da una lunga inchiesta che ha portato alla luce collusioni tra informazione e mafie e migliaia di azioni intimidatorie ai danni di giornalisti, per la maggior parte precari, pagati pochissimo, senza contratto. Free lance che facevano e fanno il loro mestiere di rappresentazione della verità, in aree difficili.

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La presenza al convegno di Rosi Bindi, Presidente della Commissione parlamentare Anti mafia, è stata la testimonianza di come questo lavoro di smascheramento di un mondo sommerso fatto di abusi e violenza, debba essere posto all’attenzione di tutti e vada portato avanti in un monitoraggio continuo e capillare. La stessa Bindi ha dichiarato: “con questa inchiesta sul rapporto tra informazione e mafia siamo riusciti a tenere unite le forze politiche, nell’attenzione verso i giornalisti che fanno il loro mestiere e per questo sono minacciati. E’ un percorso che continuerà perché non vogliamo che vi sentiate soli”.

L’importanza di questa inchiesta non sta solo nello svelare come le mafie si servano di giornalisti ed editori per infiltrarsi nella società e nell’economia, ma anche nel rilevare come sia necessario che il lavoro del giornalista sia tutelato, per garantire libertà di parola e di azione.
L’on.le Bindi ha tenuto a sottolineare come la professione del giornalista rappresenti la democrazia, se svolta nella sua piena libertà di diffondere l’informazione non distorta e, quindi, come la criminalità, minacciando i giornalisti, minacci la democrazia stessa.

A fianco di Rosi Bindi nella Commissione Antimafia è Claudio Fava, che ha spiegato come dai risultati dell’inchiesta emerga l’urgenza di dare ai giornalisti strumenti per difendersi da queste mafie, che nel tempo hanno cambiato il loro modo di agire: da cosche che combattevano per l’egemonia di una terra, a organizzazioni globali che si infiltrano in tutti i settori dell’economia servendosi anche della stampa.
Come si possono difendere i giornalisti da minacce, intimidazioni, pressioni, aggressioni? Divenendo più forti economicamente e psicologicamente. Economicamente attraverso forme di lavoro più stabili, tutelate, dignitose nello stipendio e nella forma contrattuale, inglobati in un sistema che stia alle loro spalle, quindi, anche con un sindacato cui potersi rivolgere; psicologicamente attraverso il fare squadra, sia con i colleghi, quando tutti sono sullo stesso piano lavorativo, sia con il sindacato. Perché ciò che rende deboli è l’isolamento sul quale attecchisce la paura.
Quindi, ha concluso Fava, per combattere le pressioni mafiose è necessario sia che si abbattano le differenze di tutela del lavoro tra giornalisti, sia che laddove emerga una storia cupa di abusi la si racconti in un tam tam tra testate, non la si faccia cadere nell’oblio dopo poche battute, perché la conoscenza è un’arma potente contro chi vorrebbe far tacere.

Obiettivo dell’Ordine dei Giornalisti, delle associazioni di categoria, dei sindacati e delle istituzioni deve essere perciò quello di garantire lo svolgimento della professione giornalistica all’interno di regole che garantiscano uguali diritti per tutti i lavoratori. Attorno a questo obiettivo si sono alternati gli interventi di Raffaele Lo Russo, segretario generale Fnsi (Federazione nazionale della Stampa italiana), Lorenzo Frigerio, di “Libera Informazione”, e Franco Zavatti, coordinatore legalità Cgil Emilia Romagna, che ha riportato anche l’esperienza di molti sindacalisti minacciati per il loro lavoro, confermando come oggi sia sempre più difficile fare il proprio dovere con onestà senza essere ostacolati.

Qualche dato

L’intervento di Raffaella della Morte, dell’osservatorio Ossigeno per l’informazione, che dal 2006 raccoglie le vicende dei giornalisti minacciati, ha evidenziato come, da quell’anno ad oggi, 2.780 giornalisti abbiano subito violenze di vario tipo. Rispetto al passato, oggi, oltre al lavoro della Commissione Antimafia, è stato raggiunto anche un altro importate risultato per queste persone: l’approvazione della modifica del Codice di Procedura civile che andrà a limitare le citazioni pretestuose. Perché anche così si muovono le mafie: denunciando chi dice la verità.

Gianna Francassi, segretaria nazionale Cgil, ha ripreso il concetto del fare da eco alle storie di minacce e ha sottolineato come la rottura del silenzio sia il segnale di una rivoluzione culturale contro l’assenza di tutele per i giornalisti. Anche lo sfruttamento rappresenta una vessazione per i professionisti dell’informazione. “Dare diritti a chi non ne ha significa togliere un bacino di attecchimento alle mafie”. Oggi il 64% dei giornalisti attivi si colloca nell’area della precarietà.

Testimonianze di giornalisti sotto scorta

Sono proprio i giornalisti sotto scorta, per aver subito minacce e aggressioni, il volto della gravità del fenomeno delle pressioni che le mafie esercitano sull’informazione. Le loro vite sono il primo squarcio del silenzio, la loro esperienza punto di riferimento per le azioni di lotta.
Così si sono succedute le storie di Paolo Borrometi, giornalista dell’Agi (Agenzia giornalistica Italia), Michele Albanese, de “Il Quotidiano del Sud” e di Luciana Esposito, di “Napoliten”.
Accomunati da un destino duro, sono soprattutto i portavoce di un atto di coraggio: quello di aver detto “no” al bavaglio. Così se per Albanese la Calabria è la sua terra e nessuno lo priverà di vivere da brava persona libera nella sua terra, continuando a difenderla dall’interno, per Borrometi raccontare le piaghe del ragusano significa difendere non solo l’informazione ma anche la libertà dei cittadini, che se informati sono meno schiavi dei massaggi fallaci della mafia, mentre per Esposito avvicinarsi ai giovani per far esprimere il loro disagio e le loro speranze di una vita ai margini nella periferia di Napoli, vuol dire sottrarli alle mire criminali e curare quella che sarà la società di domani, da cui può partire il vero cambiamento.
Dai racconti non trapelava disperazione, ma determinazione; e l’idea condivisa che parlare di quanto accade sia il primo passo per risolvere.

Dai giornalisti che non si sono piegati è partito l’intervento di Susanna Camusso, segretario generale Cgil, a conclusione della giornata. “Ciò che ci ha fatti muovere è proprio la consapevolezza che la mafia non deve appropriarsi della nostra terra, dei nostri beni e delle regole della nostra convivenza. Libertà è non sentirsi costretti in nessuna occasione a cedere a quei comportamenti che ci impediscono di vivere in uno Stato di diritto”. La libertà però non è una conquista definitiva, può essere sempre attaccata e rimessa in discussione, per questo ci devono essere delle regole uguali per tutti, che evolvano con i tempi. Non possiamo pensare che il mondo del lavoro torni quello di una volta: le tutele devono adattarsi al nuovo modo di lavorare abbattendo le discriminazioni.

L’evento della Cgil è parte di un percorso di incontri per divulgare azioni, risultati e proposte nel monitoraggio delle pressioni contro l’informazione e nel miglioramento della sicurezza nel lavoro dei giornalisti e si colloca in un momento storico in cui fatti di casa nostra e internazionali hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sul ruolo dell’informazione nella conoscenza, rendendo evidente che per una vera conoscenza l’informazione non possa essere pilotata.