Agromafie e caporalato: situazione sempre più critica

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Presentato il terzo rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto – Flai Cgil

di Antonella Latilla, giornalista

Peggiorano le condizioni dei lavoratori in agricoltura, aumentano le forme di illegalità e infiltrazione mafiosa nell’intera filiera agroalimentare. È questo il dato sconcertante che emerge dal terzo rapporto “Agromafie e Caporalato”, realizzato dall’Osservatorio Placido Rizzotto-Flai Cgil.

“Oggi in Italia si è passati dai caporali al caporalato, ovvero un fenomeno sistemico di economica criminale che gestisce il lavoro nella filiera agroalimentare. Un sistema di infiltrazioni mafiose che danneggia duramente sia i lavoratori che i consumatori” ha spiegato Ivana Galli, segretario generale Flai Cgil nazionale, evidenziando quanto il 2015 sia stato un anno più che negativo. “Ci sono stati morti nei campi e serre, uno scenario grave senza confini geografici, come dimostra il blitz della polizia appena avvenuto nel settore vinicolo del Chianti. C’è una vera e propria economia criminale che ricicla denaro servendosi del mercato del lavoro” ha sottolineato ancora Galli, raccontando le storie di numerose donne che, dopo i 60 anni, continuano a lavorare nelle serre perché non hanno raggiunto il tetto pensionistico.

Come migliorare la situazione? Non solo con indagini approfondite ma anche con leggi adeguate. A tal proposito è arrivata una promessa importante da Maurizio Martina, Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali: “La rete del lavoro agricolo è uno strumento importantissimo che può fare differenza, ma non è ancora sviluppata in modo sufficiente: i passaggi di adesione e funzionamento vanno perfezionati. Adesso serve una buona organizzazione a livello nazionale, poi sarà la fase dell’intensificazione dei controlli a livello territoriale”.

“C’è l’urgenza di costruire una nuova legislazione già dai drammatici eventi della scorsa estate” ha chiarito Susanna Camussi. Il segretario generale della Cgil ha lanciato un appello sul DdL anticaporali soprattutto al presidente del Senato, Pietro Grasso, affinché “dia la sede legislativa alla Commissione perché così si passa rapidamente avanti”.

Nel Rapporto Agromafie e Caporalato i numeri parlano chiaro: 20 milioni di persone al mondo vivono in condizioni di lavoro forzato per profitti stimati in 150 miliardi di euro, solo in Italia centomila lavoratori sono vittime di sfruttamento; in tutto lo spazio UE esistono ben 3.600 organizzazioni criminali e i principali settori che presentano un’infiltrazione mafiosa sono principalmente cinque: pane e affini, vino, caffè, macellazione, pesca.

In che modo i criminali agiscono in maniera illecita? Le attività delle agromafie sono diverse e molteplici: dalla gestione del mercato del lavoro all’import/export dei prodotti alimentari, passando per l’imposizione di fornitura a dettaglio e il riciclaggio e l’estorsione fino ad arrivare alla pesca di frodo e all’infiltrazione nei mercati ortofrutticoli.

Le condizioni di chi lavora sotto caporale sono indegne e al limite dello schiavismo: basti pensare che questi lavoratori non hanno alcuna tutela né diritti garantiti dai contratti e dalla legge, guadagnano una paga media tra i 22 e i 30 euro al giorno, non hanno accesso ad acqua o servizi igienici e devono pagare per avere beni di prima necessità (in media il costo di una bottiglietta d’acqua è di 1,50 euro mentre ci vogliono 3 euro per un panino).

Il problema non riguarda solo l’Italia: nel rapporto “Agromafie e Caporalato” sono stati presentati tre studi che guardano al resto del mondo. Per la precisione alla Francia, con il fenomeno dell’immigrazione nei contesti rurali; alla Spagna, con lo sfruttamento bracciantile nella raccolta delle fragole; alla California, nelle cui piantagioni lavorano bambini clandestini, sfruttati e sotto ricatto.
Uno sguardo internazionale sulla tratta degli esseri umani finalizzata allo sfruttamento lavorativo si è reso necessario per provare e inquadrare il fenomeno per quello che è, ovvero un fenomeno globale.

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