Donna in Affari organizza una manifestazione di protesta a Roma il 15 giugno

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Giornalisti minacciati di incarcerazione = diritto di informazione negato. Sit-in davanti alla Camera dei Deputati nel pomeriggio del 15 giugno promossa da Donna in Affari, Nuova Opinione italiana, MasMan Communication con le associazioni di tutela dei diritti dei cittadini, le associazioni culturali, i giornalisti e i singoli cittadini che vogliono ricevere una informazione completa e imparziale

di Daniela Molina, giornalista

Fino a 9 anni di carcere per i giornalisti che scrivono articoli o fanno servizi che non piacciono ai politici, ai magistrati o ai dirigenti della PA. In sostanza questo è il contenuto della norma che è stata approvata a maggio all’unanimità dalla Commissione Giustizia del Senato e che sta per essere discussa e approvata in via definitiva. La cosa quanto meno sorprendente è che si tratta di una norma inserita in un DdL dal titolo “Disposizioni in materia di contrasto al fenomeno delle intimidazioni ai danni degli amministratori locali”, con la giustificazione che i giornalisti potrebbero scrivere articoli a scopo di ritorsione… Insomma sarebbero i giornalisti a minacciare i politici e i dirigenti della PA – non si sa a quale fine e con quale motivazione – di pubblicare servizi che li mettano in cattiva luce.

A rimanere colpiti da questa novità legislativa – sia ben chiaro – non saranno i giornalisti quanto i cittadini. E lo spieghiamo subito:

Tecnicamente passa come inasprimento della pena della diffamazione a mezzo stampa, prevedendone una maggiore se a sentirsi offesi sono i politici, che quindi “se la cantano e se la suonano”, come dice un vecchio detto popolare.
Come fare ad avere tutti i giornali sempre dalla loro parte? Come fare a non ricevere critiche? Come fare ad apparire sempre perfetti, in ogni loro azione? Semplice: si mette una norma che di fatto blocca la diffusione della conoscenza di fatti che possano metterli in cattiva luce con la cittadinanza e blocca le conseguenti critiche ed espressioni di opinione modificando ad hoc ogni Legge che contiene un riferimento a questo argomento (a partire addirittura dalla Legge 47/48 sulla stampa e dal Codice Penale). Insomma: politici, amministratori pubblici e magistrati, cittadini di serie A, non possono essere toccati e alle famose querele da centinaia di migliaia di euro con cui vengono minacciati i giornalisti, si aggiunge il carcere.

Infatti, si faccia ben attenzione: non è che i giornalisti vogliano diffamare. Nessun giornalista che si rispetti ha questa intenzione nei confronti di chicchessia, il problema è che già ora si chiede di controllare prima le domande di un’intervista a politici o dirigenti pubblici prima di concederla, nelle redazioni fioccano i messaggi “preventivi” per evitare che vengano pubblicati articoli su vicende scomode, a questi si aggiungono le telefonate di avvocati che minacciano querele milionarie. E anche quando sono querele che non hanno alcun fondamento, qualche danno al giornalista lo procurano, visto che comunque deve affrontare un processo, pagarsi un avvocato, perdere tempo (e per un giornalista – magari free lance – il tempo è denaro). Ebbene ora a queste minacce di richieste pecuniarie si aggiunge quella del carcere… senza bisogno di e-mail o telefonate, perché anche solo l’esistenza di una norma simile è di per sé una intimidazione.
In quanto la querela per diffamazione si può fare semplicemente sulla base di un sentimento personale del tipo: “mi ritengo offeso da quello che hai scritto o detto perché se abbinato a questo o quel fatto può danneggiare la mia immagine”. Figuriamoci: ci si potrebbe inventare qualsiasi scusa.

Possono i cittadini italiani essere sicuri di venire informati in modo completo e imparziale stando così le cose? Noi non crediamo. I giornalisti non lo credono, figuriamoci cosa possono pensare i cittadini stessi.

Ricordiamo che i giornalisti non solo – come ogni cittadino – sono tenuti a rispettare le leggi e quindi se sono colpevoli ne subiscono le conseguenze, ma devono anche rispettare il codice etico, il Testo Unico della Deontologia, che non permette di comportarsi in modo scorretto pena le sanzioni e la radiazione dall’Albo. Quindi sia ben chiaro: se un giornalista svolge male il proprio lavoro, i modi per punirlo ci sono già. Aggiungere questo non ha quindi lo scopo indicato dai politici che hanno voluto inserire questa norma con un colpo di mano, quasi nascosta in un DdL nato per un argomento completamente estraneo a questo.

E poi c’è la “piccola questione” della democrazia. Il carcere per i giornalisti che “diffamano” i politici è previsto nei regimi totalitari, è la prima mossa che mettono in atto i dittatori. E la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo considera la pena del carcere per la diffamazione una sanzione sproporzionata e una minaccia per la democrazia.
La libertà di stampa e il conseguente diritto del cittadino di essere informato in modo completo, corretto e imparziale diventerebbe così una bella favoletta.

Per evitare questa pericolosa deriva, i cittadini destinatari dell’informazione e i giornalisti che non vogliono tapparsi la bocca per paura di subire un processo penale, possono manifestare insieme il proprio dissenso a questa norma che ci riporta ai secoli bui della nostra storia.
Per questa ragione il nostro giornale, con altre testate giornalistiche e associazioni di cittadini ha promosso un sit-in che si terrà mercoledì 15 giugno dalle ore 16 alle ore 19 davanti alla Camera. Perché la Camera? Perché la Commissione Giustizia che l’ha approvata all’unanimità era quella del Senato, quindi manifestiamo a Montecitorio. Il luogo esatto dell’appuntamento, con tanto di autorizzazione della Questura di Roma, è sotto l’obelisco di Piazza Montecitorio.

Il nostro giornale invita le proprie lettrici e i propri lettori a partecipare a questa iniziativa, alla quale hanno già aderito Assoutenti, Roma Art Meeting, Irideventi, Flidon e tante associazioni culturali e gruppi organizzati sono in procinto di farlo. Se volete farne parte, basta contattarci o mandare un’e-mail (redazione@donnainaffari.it).

Alla manifestazione saranno presenti anche esponenti dell’Ordine nazionale dei giornalisti il quale ha così commentato la norma: “Non può essere giustificabile la motivazione secondo cui il provvedimento nasce da una presunta tutela degli amministratori pubblici da intimidazioni, violenze o minacce finalizzate a bloccarne il mandato. Anzi, in realtà si accentua il tentativo di intimidire i giornalisti limitando il diritto dei cittadini ad essere informati”.

Anche la Federazione internazionale della stampa e la Federazione europea dei giornalisti condannano con forza il progetto di modifica del Codice Penale italiano che punta ad inasprire le sanzioni nei confronti di coloro che sono accusati di diffamazione ai danni di rappresentanti della classe politica, della magistratura e della pubblica amministrazione.

E non dimentichiamo mai che in una democrazia la sovranità è del popolo. Se il popolo non è correttamente informato non potrà mai esercitarla completamente.